L’anagrafe dei fantasmi: contrapposizioni a favore di chi?

L’immagine demoniaca di una minaccia fascista serve chiaramente come nuovo feticcio politico; feticcio nel senso freudiano del termine, ovvero di un’immagine affascinante la cui funzione è quella di offuscare il vero antagonismo”

Slavoj Zizek

A buona ragione e con decine di esempi probanti, ritengo che, oggi, al netto d’ignoranza (non reale conoscenza), pregiudizio, damnatio memoriae post-bellica e mistificazioni strumentali, gran parte (ovviamente non tutti) di coloro che si definiscono “fascisti”, e soprattutto “antifascisti”, starebbero sullo stesso fronte o lo cambierebbero tout-court.

Purtroppo, rimuovere le incrostazioni di settant’anni di divide et impera è un’impresa titanica che trova l’accanita resistenza di entrambi gli schieramenti (paradossalmente uniti in questo), a tutto vantaggio di un Sistema al quale cultura e tradizioni non interessano (se non in funzione manipolatoria).

Dinanzi al baratro politico e sociale e alla stringente necessità di una collaborazione, anche solo tematica e occasionale, si sceglie di buttare il bambino con l’acqua sporca, pur di non darsi la mano e rimanere in piedi entrambi. Mi sia dia pure pure del Don Chisciotte (gli applausi non m’interessano), ma non posso rassegnarmi all’autolesionismo della fiera dell’assurdo che stiamo vivendo, separati da una parola e dal suo contrario.

Larga parte del mondo cosiddetto democratico trova la sua ragion d’essere nell’antifascismo inteso come categoria astratta e onnicomprensiva – la bandiera sotto la quale marciano fazioni diverse che, senza questo nemico orwelliano agitato ad arte, semplicemente non esisterebbero o sarebbero acerrime nemiche.

Dare del fascista significa affibbiare a un’idea o a una persona un marchio d’infamia che richiede la pronta abiura da parte dell’accusato e la sua genuflessione alla religione civile dominante, pena la conventio ad excludendum immediata e l’oblio futuro.

Per non parlare delle uguaglianze “fascista-ignorante” – “compagno-colto”, fatte assurgere a pilastri della narrazione propinata da quelli che loro soltanto hanno capito la politica e la storia, da quelli che, nella dolosa ignoranza delle idee che mossero il mondo o del portato del blocco intellettuale morale, non solo dimenticano che gli estremi non di rado si toccano, ma, salvo affibiare qualifiche moralisteggianti, attuano un’operazione di discredito di davvero bassa statura culturale.

Questo è il frutto malato di una sconfitta militare, e di decenni di egemonia politico-culturale. Il suo uso è, oggi, esclusivamente e totalmente strumentale alla creazione indotta di divisioni e lacerazioni sociali.

Distrarre l’opinione pubblica dai reali problemi è una formidabile arma per sterilizzare il campo antagonista e ricompattare il consenso intorno alle oligarchie che gestiscono lo status quo.

Nonostante questo, intuizioni e soluzioni (principalmente in termini di anticapitalismo e dottrina sociale) partorite dalla galassia “fascista”, trovano oggi consenso e rivalutazione – de facto – non solo nella pur frantumata realtà sociale, ma anche ampia diffusione nel mondo cosiddetto “antifascista” (beninteso quello che avversa il Sistema, non l’antifascista salottiero), che le ha fatte proprie, scindendole dall’idea politica primigenia che le ha generate.

Quasi per una legge del contrappasso, tanto più si demonizza la storia e l’idea fascista, tanto più i suoi contenuti s’impongono nella modalità “anonime” e trasversali contemporanee.

Nel mondo dell’“estrema destra” (erroneamente onnicomprensivo anch’esso) l’autodefinizione di fascista ha assunto per lungo tempo un valore speculare e opposto. Elemento compattante da un lato e aggettivo qualificativo dall’altra. Anche in questo caso, ormai slegato da ogni reale riferimento dottrinario.

Fascismo diventa così tutto e il suo contrario, rendendo vuoto il termine e autolesionista il suo utilizzo. Non a caso, si fregiano del suo nome una miriade di gruppi e gruppuscoli, spesso in competizione tra loro, e su posizioni politiche discordanti.

L’unico elemento che li unisce è il positivo giudizio storico sul Ventennio, per le più disparate ragioni, e ripeto, spesso contrastanti anche su temi di non poco conto, quali ad esempio quelli etici. Esattamente come l’antifascismo unisce l’emisfero opposto.

 

Entrambe le posizioni non fanno che consolidare il Sistema e atrofizzare ogni possibile alternativa sostanziale, che può nascere solo dalla sintesi e dall’attualizzazione delle posizioni politiche, non dalla difesa ad oltranza di simboli ed etichette che finiscono per dividere ed agevolare il la parte avversa.

Si dia senso alla pratica e non alla predica sterile.

Si dia senso al contenuto e non al contenitore.

La guerra è di movimento e in troppi sono rimasti in trincea (o, peggio, chiusi nel museo della nostalgia), mentre il vero nemico è già (da troppo tempo!) padrone in casa nostra.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

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