La libertà di autodistruggersi

Un uomo morto giovane mentre praticava il lancio col paracadute disse “Lo sport è fondamentale, perché evita la deriva nichilista”.

Quella che potrebbe esaurirsi in una dichiarazione frutto della propria esperienza personale trova piena conferma nell’esperienza empirica: risale, infatti, a circa un anno fa la diffusione dei risultati eclatanti di un progetto condotto in Islanda per arginare l’abuso fra giovani e giovanissimi di alcol e droghe che dimostra come in 20 anni le percentuali dei ragazzi che abusavano di narcotici vari si è praticamente annullata (passando dal 54% al 5%) ad un livello che probabilmente può essere considerato fisiologico e non migliorabile.

I rimedi sono la classica “scoperta dell’acqua calda”: impegno costante nelle attività sportive; maggior collaborazione famiglia/scuola; minor tempo lasciato al “randagismo giovanile”. E, fondamentale, aiuti pubblici affinché i ragazzi appartenenti alle famiglie meno abbienti possano accedere a sport e attività costruttive extrascolastiche.

Un modello quello islandese difficile da esportare come tutto ciò che riguarda la minuscola isola nordica, per questioni organizzative ed economiche, certo, ma, soprattutto culturali. Perché il progetto islandese fa carta straccia del concetto perverso di “libertà” di cui siamo imbevuti e poggia su antipatici e anacronistici “divieti”, non solo di acquisto di certe sostanze (alcol e tabacco, oltre a quelle illecite) ma anche sull’istituzione di un vero “coprifuoco” per i ragazzi: le ore 22 in inverno e le 24 d’estate.

Così come anacronistico e retrogrado appare il giudizio sulle cosiddette “droghe leggere”, oramai pressoché sdoganate nella nostra società in cui moltissimi adulti – in particolari quelli che finiscono per assumere un ruolo di esempio da emulare per giovani e giovanissimi – fanno professione convinta, anche nelle prime serate TV, dell’uso abituale di queste sostanze.

Eppure la scienza ha dimostrato a più riprese come tale uso e abuso sia estremamente pericoloso: anche di recente un nuovo studio pubblicato su “Biological Psychiatry: Cognitive Neuroscience and Neuroimaging”, condotto per alcuni anni su un campione di 441 giovani e adulti, ha dimostrato che l’abuso cronico di cannabis è associato a cambiamenti nella funzione del cervello a riposo e sono anche critici per la formazione dell’abitudine, rivelando potenziali effetti negativi a lungo termine sulla funzione e sul comportamento del cervello. In particolare nei pazienti adolescenti, dal momento che il loro cervello è ancora in formazione.

I test effettuati hanno dimostrato che la cannabis “stimola” le regioni del cervello associate alla psicosi, che possono causare gravi forme di depressione, e che molti consumatori – in specie quelli che hanno iniziato il consumo in giovane età – hanno sviluppato un forte senso di estraneità, un’alienazione dagli altri, un senso di rifiuto e persino vere e proprie manie di persecuzione.

Non è, comunque, solo all’eccesso e all’abuso che va imputata la colpa delle compromesse capacità di molti giovani di rapportarsi correttamente con la realtà, ma anche e soprattutto all’assenza di elementi fondamentali, quali una situazione familiare solida e punti di riferimento comunitari, sia con i propri coetanei, sia con altri adulti (insegnanti; allenatori; etc).

Per avere un’idea della portata disastrosa di questo “disagio”, anche a prescindere dai ragionamenti sull’uso di sostanze psicotrope, basterebbe leggere ciò che i ragazzi scrivono sui social, con post rilanciati all’ossesso in cui si fa a gara a chi esibisce in maniera più ironica la propria pigrizia, il lassismo di intere giornate che passano nell’inattività e nell’ozio, l’orgogliosa (?) sensazione di un’ansia e di una frustrazione perenni e immotivate, la capacità di inventarsi sempre un nuovo alibi per non scuotersi e non agire.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

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