Il tramonto di Dixie: breve sintesi della guerra civile americana 1861-1865

-There was a land of cavalliers and cotonfields, called “Old South”- da “Via col vento”

Nei mesi scorsi si è avuta notizia della rimozione, in alcuni stati del sud degli Usa, di alcune statue di militari e politici della Confederazione. Non è mia intenzione, in questa sede, discorrere sull’assurdità del “politicamente corretto” che va a sfociare in atteggiamenti iconoclastici di negazione di una storia con la quale non si vuole fare i conti; vorrei altresì chiedermi, da un punto di vista storico, se davvero la guerra civile Usa è stata una guerra “giusta”, condotta dai buoni nordisti per “liberare gli schiavi del sud”, o se questa visione è, almeno in parte, riduttiva e forzata (1). D’altronde occuparsi di questa guerra è fondamentale, perchè si tratta di un evento di importanza epocale: il conflitto, che possiamo definire la prima guerra totale e moderna, ha visto impiegate, tanto per fare un esempio, la prima corazzata e il primo sommergibile . (2)

Tradizione e modernità

Un altro aspetto per noi importante, legato a questo evento, è che tra il 1861 e il 1865 negli Usa si sono affrontate due visioni del mondo, opposte ed inconciliabili: l’aristocrazia contro la borghesia, la tradizione contro il modernismo. Non è un caso che mentre in Europa tutte le sinistre, marxiste o liberal-progressiste che fossero, parteggiassero per gli uomini in blu dell’Unione (Marx mandò le sue felicitazioni a Lincoln) il cuore di tutti i conservatori, con in testa il Papa beato Pio IX, battè per la Confederazione degli stati del Sud. (3)

Verso il conflitto: le premesse ideologiche ed economiche

Vediamo ora come si arrivò al conflitto. Questo, di fatto, si aprì con le cannonate sparate il 12 aprile 1861 contro la base di Fort Sumter, un forte del governo federale di Washington situato nel territorio della Carolina del Sud, ma le premesse vanno ricercate molto più addietro, nelle differenze tra la società nordista e quella sudista. La prima, il mondo degli yankee, era moderna, industriale, capitalista, borghese e individualista. Il vecchio Sud era invece una società rurale, aristocratica, arcaica e tradizionalista. Scriveva uno dei padri della patria americana, il virginiano Thomas Jefferson, alla vigilia della guerra d’indipendenza “…la gente del nord ha la mente fredda. E’ sobria, laboriosa (…) Quella del Sud è fiera, indolente, più facile all’ira ed all’entusiasmo, più sensuale, gelosissima delle proprie libertà…”. (4) Queste differenze, alimentate anche dalla diversa cultura religiosa, calvinista e puritana al nord, in prevalenza anglicana e cattolica al sud, si riflettevano in interessi economici divergenti. I nordisti aspiravano a potenziare l’industria nazionale attraverso una politica mercantilista, basata su forti dazi doganali, e volevano al contempo potenziare il mercato interno, costruendo nuove strade, ponti, ferrovie. Ma per fare tutto questo servivano molti fondi, ed essi pensavano di reperirli, ancora una volta, con i dazi. Ma ciò cozzava con gli interessi del sud agricolo, liberoscambista per vocazione, che esportava il suo cotone in Europa, e in Europa acquistava i manufatti industriali di cui necessitava.(5) Molto rilevante fu la questione circa la struttura da dare ai nuovi stati acquisiti: sarebbero stati modellati sull’esempio degli stati del nord o del sud? E’ vero che fino alla seconda metà dell’800 al congresso federale il nord era stato maggioritario ed era riuscito ad imporre le sue istanze, a tutto danno degli interessi del sud, ma con l’affermarsi di nuovi stati liberoscambisti gli equilibri avrebbero potuto modificarsi (6) Inoltre è vero anche che, almeno fino al 1850, la classe politica federale aveva capito le differenza tra il nucleo virginiano e quello della Nuova Inghilterra e aveva governato con equilibrio. Il giocattolo iniziò a rompersi con lo sviluppo industriale: “…l’esplosione della rivoluzione industriale aveva mutato tutto: ora il nord era diventato un gigante in prepotente espansione e rapidamente andava asservendo, inglobando, rendendo simile a sé tutte le sezioni degli Stati Uniti” . (7) Ogni tentativo di giungere ad un accordo, negli ultimi mesi, era fallito. Così, quando nel 1860 venne eletto un rappresentante degli interessi industriali del nord come Lincoln, la Carolina del Sud proclamò la secessione, seguita a ruota da Alabama, Georgia e Mississippi. Alla fine, su un totale di 33 stati, 11 aderirono alla Confederazione del Sud.(8) Ma chi era Abram Lincoln? Di certo non l’eroico antischiavista di cui a volte si è parlato. Nel 1858 si era pubblicamente impegnato a “…non sostenere in alcun modo l’uguaglianza politica e sociale fra la razza bianca e quella nera. C’è fra le due una differenza fisica che, a parer mio, impedirà loro per sempre di vivere assieme su un piede di uguaglianza; e, se una differenza deve esserci, sono favorevole che la razza cui appartengo sia in posizione di superiorità..” (9) Possiamo dunque affermare che il nord fece la guerra perché aveva capito che solo invadendo il sud ed imponendogli la sua economia e mentalità “yankee”, gli Usa sarebbero diventati una superpotenza. Inoltre, in pieno sviluppo industriale, al nord serviva manodopera a basso costo: quale migliore idea che “liberare” i neri del sud? Si trattava di milioni di potenziali operai, che avrebbero anche garantito quell’ “esercito industriale di riserva” di cui ha parlato Marx. La questione dell’abolizione della schiavitù, da un punto di vista morale, di fatto ha interessato solo un pugno di puritani fanatici (10). A livello governativo fu sfruttata in modo importante solo dopo i primi anni di guerra, per dare alla stessa una giustificazione ideologica. “Il solo obiettivo è la preservazione dell’Unione: se per far questo occorre mantenere la schiavitù lo farò, se occorrerà abolirla la abolirò”, ripeteva Lincoln. Il Sud, dal canto suo, più che in difesa delle istituzioni schiaviste prese le armi perchè intuì che il protezionismo industriale avrebbe distrutto la sua civiltà, e si battè con eroica disperazione per salvare il suo mondo, e il sacrificio e la libertà di intere generazioni che sulla terra e sulla famiglia avevano scommesso tutto. “Not for slavery, for independence”: “Combattiamo per l’indipendenza, non per la schiavitù” fu il motto del Presidente della Confederazione, il senatore del Mississippi Jefferson Davis.

Due parole sulla schiavitù

Ora, prima di proseguire nella narrazione, è indispensabile spendere due parole sulle schiavitù. E’ naturale che questa a noi appaia un’istituzione sbagliata. Conta infatti relativamente poco che gli schiavi avessero un’istruzione, un’educazione religiosa, mangiassero e bevessero bene e venissero trattati ( nella maggior parte dei casi) con paternalistico affetto. E infatti anche nel vecchio Sud non in pochi lo avevano capito: probabilmente la schiavitù si sarebbe esaurita entro non molti anni, come era accaduto o stava accadendo in altri paesi, senza bisogno di scatenare una guerra da seicentomila morti. Per dirla con le parole di Raimondo Luraghi, da lì a poco, quella “…antiquata e repellente istituzione era destinata ad estinguersi…” (11). Ma se non è per affrancare i neri, visto che già Tocqueville notò che essi erano più discriminati al nord che al sud, cosa spinse il nord borghese a distruggere il Dixieland? Una risposta potrebbe essere che, oltre agli interessi economici contingenti cui abbiamo fatto riferimento, presso gli yankee vigeva già quella mentalità prevaricatrice che vede nella società capitalista la civiltà per eccellenza (12) , e porta a considerare barbaro il resto del mondo(13) . Sentiamo ancora come si è espresso, a questo proposito, Luraghi: “…con il crescere di una classe borghese moderna, forte, sicura di sé, era andata sviluppandosi nel nord una ideologia che considerava il capitalismo liberale (e la società liberale da esso generata) come il migliore dei mondi possibili…” (14)

La guerra

Alla vigilia del conflitto gli stati del nord contavano 22 milioni di abitanti e un potenziale umano pari a oltre 4 milioni di soldati. A queste cifre la Confederazione, abitata da 9 milioni di persone, poteva opporre un potenziale umano massimo di 1140000 soldati. In ambito industriale il divario tra nord e sud si ampliava drammaticamente: grazie alle loro 186mila industrie, gli yankee disponevano di 2283 cannoni e 441mila fucili; i confederati, forti di appena 18mila industrie ca, possedevano 464 cannoni e 150mila fucili.(15) Leggendo queste crude cifre, si potrebbe pensare che la guerra sarebbe finita ancora prima di iniziare, ma non fu così. I confederati supplirono alla carenza industriale con l’indomito valore, dovuto tanto al loro aristocratico orgoglio, quanto alla disperata convinzione che una volta vinti il loro mondo sarebbe scomparso “via col vento”, parafrasando un celebre romanzo ambientato sullo sfondo delle vicende belliche. Ed è riconosciuto che nei primi due anni di guerra la Confederazione avrebbe potuto vincere, sfruttando la migliore preparazione tattica dei suoi ufficiali e soprattutto l’entusiasmo che aveva coinvolto l’intera popolazione. La prima battaglia vera e propria venne combattuta nei pressi di un torrente chiamato “Bull Run” il 21 luglio 1861. I sudisti, meno di 22mila uomini guidati dal generale Beauregard, (che in “Via col Vento” è il comandante di Ashley Wilkes, il biondo sudista che aveva spezzato il cuore a Rossella O’Hara sposando Melania Hamilton, e che chiamerà suo figlio proprio Beauregard in onore del generale) sbaragliarono i nordisti, 30mila soldati impauriti e svogliati.(16) A Washington, nei giorni seguenti, si viveva nel panico: era diffusa addirittura la paura che i ribelli potessero conquistare la capitale nemica. Ed in effetti il Sud avrebbe potuto imporsi solo con una guerra lampo, sfruttando l’iniziale superiorità: il tempo infatti avrebbe di certo giocato a favore del Nord, come avevano capito i migliori ufficiali yankee, che avevano preparato un piano in tre fasi che prevedeva un lungo blocco navale, la conquista delle basi sul Mississippi e solo in ultima istanza un’offensiva contro Richmond, la capitale della Confederazione. Ma i politici, sia da una parte che dall’altra, non capirono tutto ciò, ed optarono entrambi per una tattica sbagliata.(17) Mentre Lincoln ordinò una campagna veloce, che poi fallì dopo i primi insuccessi, Davis avrebbe voluto logorare lentamente i nemici, sfruttando l’impopolarità della guerra negli stati del nord ed aspettando eventualmente l’ingresso in guerra di una potenza europea al suo fianco. Si sbagliava: gli yankee non avrebbero rinunciato per nessun motivo, se non costretti, ad invadere le regioni del sud, come avrebbe dimostrato il corso degli eventi. Nonostante il tentativo della spallata iniziale fosse fallito, durante la prima fase della guerra i sudisti vinsero la maggior parte delle battaglie, senza però riuscire mai a sferrare l’attacco decisivo, che avrebbe potuto mettere definitivamente alle corde gli unionisti. Accadde allora ciò che era stato previsto dai più illuminati elementi di ambo gli schieramenti all’inizio del conflitto: il tempo iniziò a giocare a favore del nord e del suo superiore potenziale umano, economico ed industriale. Forzare il blocco navale preparato dagli yankee risultò sempre più difficile, e la Confederazione si trovò così ben presto a corto di viveri e materie prime. Dopo due anni di guerra, apparve chiaro che solo l’intervento diretto di una potenza europea poteva salvare il destino del Vecchio Sud. Intervento diretto o, almeno, un riconoscimento ufficiale: così agli occhi dell’opinione pubblica mondiale non sarebbe più sembrato di assistere ad uno scontro tra uno stato sovrano ed un gruppo di ribelli ma ad una guerra tra due nazioni indipendenti e libere. E ci è mancato poco che ciò non accadesse: se il 4 luglio 1863 l’Armata della Virginia, guidata dal migliore generale sudista, il leggendario Robert Edward Lee, avesse vinto a Gettysburg, sembra sicuro che Francia ed Inghilterra avrebbero compiuto il grande passo. D’altronde le difficoltà economiche del sud, loro grande partner commerciale, avevano causato moltissimi disoccupati nei due paesi, che quindi da subito avevano tifato ufficiosamente per i confederati. E’ probabile che le sorti del conflitto si siano decise in questo cittadina della Pensylvania, ma anche durante l’anno successivo, il 1864, gli yankee sembrarono in più occasioni sul punto di farla finita e concedere l’agognata indipendenza ai ribelli. Ecco un esempio lampante, fornito dall’ottimo Pasolini Zanelli: se Atlanta non fosse stata conquistata prima delle elezioni presidenziali del 1864, Lincoln probabilmente non sarebbe stato rieletto, ed il nuovo presidente, dovendo fare i conti col malessere e l’impopolarità del conflitto che si respirava al nord, avrebbe probabilmente concesso al sud la libertà e l’indipendenza(18). Ma la storia, si sa, non si fa nè con i se nè con i ma. Atlanta cadde il 2 settembre 1864, e gli yankee poco dopo la distrussero completamente: in pochi minuti 1800 edifici furono bruciati . Era il prologo della sorte che sarebbe toccata all’intera Georgia, anzi all’intero sud: migliaia di case, piantagioni, giardini furono bruciati dai “liberatori” (19). Quando, il 12 aprile 1865 il generale Lee si arrese alle truppe di Grant, a sua volta il miglior generale nordista, la guerra era virtualmente finita, anche se rimanevano in armi alcuni stati. Il Vecchio Sud con le sue piantagioni, i suoi schiavi, i suoi gentiluomini, le sue dame, il suo tabacco ed il suo cotone era un mondo finito, per sempre, letteralmente bruciato dai vincitori. Ancora una volta, avevano vinto il progresso e la modernità.

I’m a old good rebel (still)

Possiamo chiederci un’ultima cosa: perché, vista l’inferiorità bellica, i sudisti non si ritirarono nelle immense foreste, negli enormi spazi ancora inesplorati del continente, per tentare da lì una lunga guerriglia? Una possibile riposta ce la fornisce ancora una volta il Luraghi: (20) “…il sud si preparava a morire nel mondo per sopravvivere nella storia…” Ciò significa che, compreso che il loro mondo era comunque destinato, prima o poi, a sparire, tanto valeva farlo nel migliore dei modi. Scegliendo di morire alla luce del sole, gloriosamente e con la spada in pugno, del mito di Dixieland i guerrieri sudisti hanno preservato in eterno almeno il ricordo.

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

1) Così Luraghi sulla decisione del Sud di affrontare la guerra “…non esiste più nessuno che sia così ingenuo o così poco al corrente da ritenere che il mezzogiorno si fosse deciso al grave passo per difendere la schiavitù..” Fonte: R.Luraghi, “Gli Stati Uniti”, Storia universale dei popoli e delle civiltà, vol.16, unione tipografica-editrice torinese, 1974

2) Fonte:A.Pasolini Zanelli, “Dalla parte di Lee. La vera storia della guerra di secessione americana”, Leonardo Facco Editore, 2006, pag. 5

3) Fonte: ibidem, pag.6

4)Fonte: ibidem, pag.12

5) Fonte: ibidem, pag.16-17

6) Fonte: ibidem, pag.17

7) Fonte: R.Luraghi, op.cit.pag 303

8)Fonte:ibidem,pag.26

9) Fonte:ibidem, pag 20

10)Fonte: A.Pasolini Zanelli, op.cit,pag.32-33

11) Fonte: R.Luraghi, op. cit. pag.307

12) Questo tema, contestualizzato alla realtà odierna, è brillantemente approfondito da Massim Fini ne “Il vizio oscuro dell’occidente. Manifesto dell’antimodernità. Marsilio editore, 2004

13) Possiamo citare alcuni episodi della campagna ideologica operata dai nordisti contro gli abitanti del sud, presentati come trogloditi e crudeli verso i neri.: 1) alla vigilia della guerra il romanzo “La capanna dello zio Tom”, caso editoriale e sociale negli stati del nord, dipingeva gli abitanti del sud come persone spietate, ma ora si sa che la % di schiavi che tentò la fuga non fu in realtà mai superiore allo 0,025%. Pertanto risulta grottesco il fatto che l’associazione segreta “ferrovia sotterranea” , che era presente nel Sud e aveva come scopo proprio la liberazione degli schiavi, venisse descritta al nord addirittura come una “gigantesca associazione” filantropica 2) Anche il mito di John Browhn fu strumentalmente creato a tavolino: in realtà egli era un ufficiale dell’esercito, che nel 1859 aveva occupato un forte militare in Virginia per tentare (vanamente) di scatenare una rivolta di schiavi e per questo fu poi giustiziato. Tuttavia già in passato aveva compiuto atti terroristici intimidendo gli abitanti del Sud: la sua azione probabilmente Fonte: R.Luraghi, op.cit

14) Fonte: R.Luraghi, op.cit.pag 305

15) Fonte:A.Pasolini Zanelli, op. cit pag.33-34

16) Fonte:ibidem, pag.39

17) Fonte:ibidem, pag.35

18) Interessanti i retroscena della conquista di Atlanta: finchè la città fu difesa dal generale Johnston, astuto temporeggiatore, l’assedio degli yankee non ebbe fortuna. Ma quando il ruolo di comandante passò al generale Hood, questi ordinò un attacco frontale per spezzare l’assedio, che si risolse però, vista l’inferiorità di uomini e mezzi, nella disfatta che avrebbe consentito ai nordisti di espugnare la città. Fonte:ibidem, pag.156-157

19) Fonte: ibidem,pag 158

20) Fonte:R.Luraghi, op.cit. pag.336

Fake news, manipolazione e propaganda mediatica

«Pillola azzurra, fine della storia: domani ti sveglierai in camera tua, e crederai a quello che vorrai. Pillola rossa, resti nel paese delle meraviglie, e vedrai quant’è profonda la tana del Bianconiglio.» Morpheus

A voi la scelta. Leggendo il libro di Roberto Vivaldelli tutte le storie che pensavate di conoscere crolleranno come un castello di carte e scoprirete il mare di menzogne in cui siamo immersi, dall’invasione dell’Iraq del 2003 alla guerra in Libia contro Gheddafi fino al Russiagate.  Fake News, edito da La Vela dell’ottimo David Nieri, sarà la vostra pillola rossa. Da ingerire subito, magari con un buon whisky.

Il libro è acquistabile nella nostra libreria di fiducia L’Antica Rampa (clicca sul nome per accedere al sito).

L’anagrafe dei fantasmi: contrapposizioni a favore di chi?

L’immagine demoniaca di una minaccia fascista serve chiaramente come nuovo feticcio politico; feticcio nel senso freudiano del termine, ovvero di un’immagine affascinante la cui funzione è quella di offuscare il vero antagonismo”

Slavoj Zizek

A buona ragione e con decine di esempi probanti, ritengo che, oggi, al netto d’ignoranza (non reale conoscenza), pregiudizio, damnatio memoriae post-bellica e mistificazioni strumentali, gran parte (ovviamente non tutti) di coloro che si definiscono “fascisti”, e soprattutto “antifascisti”, starebbero sullo stesso fronte o lo cambierebbero tout-court.

Purtroppo, rimuovere le incrostazioni di settant’anni di divide et impera è un’impresa titanica che trova l’accanita resistenza di entrambi gli schieramenti (paradossalmente uniti in questo), a tutto vantaggio di un Sistema al quale cultura e tradizioni non interessano (se non in funzione manipolatoria).

Dinanzi al baratro politico e sociale e alla stringente necessità di una collaborazione, anche solo tematica e occasionale, si sceglie di buttare il bambino con l’acqua sporca, pur di non darsi la mano e rimanere in piedi entrambi. Mi sia dia pure pure del Don Chisciotte (gli applausi non m’interessano), ma non posso rassegnarmi all’autolesionismo della fiera dell’assurdo che stiamo vivendo, separati da una parola e dal suo contrario.

Larga parte del mondo cosiddetto democratico trova la sua ragion d’essere nell’antifascismo inteso come categoria astratta e onnicomprensiva – la bandiera sotto la quale marciano fazioni diverse che, senza questo nemico orwelliano agitato ad arte, semplicemente non esisterebbero o sarebbero acerrime nemiche.

Dare del fascista significa affibbiare a un’idea o a una persona un marchio d’infamia che richiede la pronta abiura da parte dell’accusato e la sua genuflessione alla religione civile dominante, pena la conventio ad excludendum immediata e l’oblio futuro.

Per non parlare delle uguaglianze “fascista-ignorante” – “compagno-colto”, fatte assurgere a pilastri della narrazione propinata da quelli che loro soltanto hanno capito la politica e la storia, da quelli che, nella dolosa ignoranza delle idee che mossero il mondo o del portato del blocco intellettuale morale, non solo dimenticano che gli estremi non di rado si toccano, ma, salvo affibiare qualifiche moralisteggianti, attuano un’operazione di discredito di davvero bassa statura culturale.

Questo è il frutto malato di una sconfitta militare, e di decenni di egemonia politico-culturale. Il suo uso è, oggi, esclusivamente e totalmente strumentale alla creazione indotta di divisioni e lacerazioni sociali.

Distrarre l’opinione pubblica dai reali problemi è una formidabile arma per sterilizzare il campo antagonista e ricompattare il consenso intorno alle oligarchie che gestiscono lo status quo.

Nonostante questo, intuizioni e soluzioni (principalmente in termini di anticapitalismo e dottrina sociale) partorite dalla galassia “fascista”, trovano oggi consenso e rivalutazione – de facto – non solo nella pur frantumata realtà sociale, ma anche ampia diffusione nel mondo cosiddetto “antifascista” (beninteso quello che avversa il Sistema, non l’antifascista salottiero), che le ha fatte proprie, scindendole dall’idea politica primigenia che le ha generate.

Quasi per una legge del contrappasso, tanto più si demonizza la storia e l’idea fascista, tanto più i suoi contenuti s’impongono nella modalità “anonime” e trasversali contemporanee.

Nel mondo dell’“estrema destra” (erroneamente onnicomprensivo anch’esso) l’autodefinizione di fascista ha assunto per lungo tempo un valore speculare e opposto. Elemento compattante da un lato e aggettivo qualificativo dall’altra. Anche in questo caso, ormai slegato da ogni reale riferimento dottrinario.

Fascismo diventa così tutto e il suo contrario, rendendo vuoto il termine e autolesionista il suo utilizzo. Non a caso, si fregiano del suo nome una miriade di gruppi e gruppuscoli, spesso in competizione tra loro, e su posizioni politiche discordanti.

L’unico elemento che li unisce è il positivo giudizio storico sul Ventennio, per le più disparate ragioni, e ripeto, spesso contrastanti anche su temi di non poco conto, quali ad esempio quelli etici. Esattamente come l’antifascismo unisce l’emisfero opposto.

 

Entrambe le posizioni non fanno che consolidare il Sistema e atrofizzare ogni possibile alternativa sostanziale, che può nascere solo dalla sintesi e dall’attualizzazione delle posizioni politiche, non dalla difesa ad oltranza di simboli ed etichette che finiscono per dividere ed agevolare il la parte avversa.

Si dia senso alla pratica e non alla predica sterile.

Si dia senso al contenuto e non al contenitore.

La guerra è di movimento e in troppi sono rimasti in trincea (o, peggio, chiusi nel museo della nostalgia), mentre il vero nemico è già (da troppo tempo!) padrone in casa nostra.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

Salvare i bambini dal “capitalismo della seduzione”

Negli ultimi anni stiamo assistendo sempre di più alla sessualizzazione infantile.

A partire dagli anni ’70, con le lotte per la libertà sessuale contro la moralità e il bigottismo (che riguardavano adulti consenzienti), siamo arrivati oggi a tentare di sdoganare questo concetto anche tra i minori. Attraverso la difesa della libertà di esprimere la propria sessualità, si cerca di giustificare la pedofilia, facendola passare come una libera scelta dettata dal sentimento che comunemente chiamiamo amore.

Bisogna prima di tutto ribadire con fermezza che nella pedofilia non vi è alcun sentimento di amore, semmai vi è quello di dominare e abusare di minori tramite attrazione erotica o veri e propri atti sessuali.

Possiamo invece notare come oggi, per far accettare all’opinione pubblica lo sdoganamento della pedofilia, si tenda a propagandare la sessualità infantile, richiamandosi alle cinque fasi della libido descritte da Freud, elencando i vari processi che attraversa un bambino per imparare ad accettare e sviluppare la sua sessualità.

In realtà non esiste nessuna sessualità infantile, un bambino esplora il proprio corpo e quello dei suoi compagni, attraverso il gioco non per provare piacere sessuale (non sanno cosa significhi), ma per riuscire a conoscere e a conoscersi imparando così a comprendere le varie differenze che ci sono, soprattutto tra uomo e donna.

Oggi invece si vuole a tutti i costi, soprattutto verso i genitori, evidenziare l’importanza di insegnare ai bambini che la conoscenza della sessualità porta ad una sana crescita personale, fondamentale quanto camminare e parlare.

Quindi l’educazione sessuale che oggi viene imposta in molte scuole, a partire anche in tenera età, non solo è totalmente sbagliata, ma anche deleteria per il bambino, che tende a vivere nel presente e che non riuscirà mai a comprenderne appieno il significato.

Molto critico sull’argomento, lo psicologo e psicoterapeuta Alessandro Costantini: «Ritengo che la sessualità infantile non esista. Non esiste semplicemente perché la sessualità è una prerogativa di noi adulti: di sessuale il bambino ha solamente l’identità biologica e quella di genere, quindi sostanzialmente un pisellino ed una patatina e la consapevolezza di questa differenza. Essere un maschietto o una femminuccia e averne la consapevolezza non ritengo si possa definire “sessualità infantile”». (http://www.movimentoinfanzia.it/sessualita-infantile-l-invenzione-dei-pedofili/ )

Perché quindi tutta questa campagna a favore della sessualità infantile, creata da sessuologi e psicologi del settore, portata avanti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che oltretutto è un Organo politico e non Medico e che ha redatto il documento OMS – Standard per l’Educazione Sessuale in Europa a cui tutti gli Stati europei devono attenersi? La risposta è semplice: per propagandare la pedofilia, cercando di farla apparire, agli occhi dell’opinione pubblica, come una normale e libera scelta sessuale.

Solo per fare un esempio, nel documento redatto, l’Oms scrive:

«Da 0 a 4 anni, apprendimento del godimento e piacere quando giochiamo con il nostro corpo: la masturbazione della prima infanzia.

Da 4 a 6 anni è l’età ideale, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, per parlare di questioni sessuali, esplorare le relazioni omosessuali e consolidare l’identità di genere».(Documento ufficiale OMS:

http://www.famigliearcobaleno.org/userfiles/file/educazione_sessuale_oms_europa.pdf )

(Articolo sulla provenienza e creazione del documento OMS: http://comitatoarticolo26.it/da-chi-proviene-lo-standard-di-educazione-sessuale-delloms/ ).

Pubblicizzare la pedofilia, facendola passare come libertà sessuale, non comprende comunque solo la sfera dell’istruzione primaria, ma anche molti altri settori: da quello cinematografico, tramite film o cartoni animati (come il lungometraggio “Chiamami con il tuo nome”, presentato come il miglior film del 2018, che narra la storia d’amore tra un 16enne e un 24enne negli anni ’80) a quello scientifico, dalla moda, fino ad arrivare alla politica (emblematiche le dichiarazioni della Santolini nel 2011, intervenendo in Aula durante la discussione generale sul testo di legge contro l’omofobia, disse: «Il mio orientamento sessuale è l’eterosessualità, ma ce ne sono anche altri, come l’omosessualità e la pedofilia»).

Un continuo e incessante bombardamento mediatico e culturale in senso lato, che ha il solo scopo di farci accettare quello che normalmente e naturalmente viene disprezzato dal sentire comune –

Negli Stati Uniti, l’Associazione degli psichiatri sdogana la pedofilia, facendola passare da malattia come orientamento sessuale. (https://www.medicinenon.it/psichiatria-e-pedofilia)

La North American Man-Boy Amore Association (più conosciuta come Nambla), è una Associazione con sede a New York e San Francisco, che si oppone alle leggi che vietano rapporti sessuali tra adulti e minori. Grazie al Primo emendamento (rispetto del culto della religione e il suo libero esercizio, nonché la libertà di parola e di stampa e il diritto di riunirsi pacificamente) dagli anni ’70 manifestano la libera scelta sessuale e il loro diritto ad esprimerla. Molte loro affiliati sono stati coinvolti in alcuni scandali e l’FBI continua a monitorare le azioni degli iscritti, nonostante oggi l’Associazione, dopo le molte critiche, si sia riorganizzata, continua ad essere considerata la più grande organizzazione facente parte del gruppo Ipce (formalmente International Pedophile and Child Emancipation).

La Nambla ha persino creato la “giornata di Alice”, che si svolge il 25 Aprile, che ha lo scopo di chiedere l’abolizione dei limiti di età per rapporti sessuali con i minori, richiedendo inoltre il rilascio di tutti gli uomini detenuti per reati di pedofilia.(https://citta-roma.it/w/NAMBLA/Sommario.html)

Il nostro compito deve essere quello di lottare contro questa deriva totalitaria, contro questo abbrutimento e imbarbarimento dell’uomo, che a detta della società capitalista deve poter soddisfare ogni suo piccolo capriccio, anche e soprattutto a livello sessuale.

Tutelare i bambini da questo “capitalismo della seduzione” dove tutto è consentito, anche distruggere l’innocenza di chi non ha altro che purezza nell’animo.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

La libertà di autodistruggersi

Un uomo morto giovane mentre praticava il lancio col paracadute disse “Lo sport è fondamentale, perché evita la deriva nichilista”.

Quella che potrebbe esaurirsi in una dichiarazione frutto della propria esperienza personale trova piena conferma nell’esperienza empirica: risale, infatti, a circa un anno fa la diffusione dei risultati eclatanti di un progetto condotto in Islanda per arginare l’abuso fra giovani e giovanissimi di alcol e droghe che dimostra come in 20 anni le percentuali dei ragazzi che abusavano di narcotici vari si è praticamente annullata (passando dal 54% al 5%) ad un livello che probabilmente può essere considerato fisiologico e non migliorabile.

I rimedi sono la classica “scoperta dell’acqua calda”: impegno costante nelle attività sportive; maggior collaborazione famiglia/scuola; minor tempo lasciato al “randagismo giovanile”. E, fondamentale, aiuti pubblici affinché i ragazzi appartenenti alle famiglie meno abbienti possano accedere a sport e attività costruttive extrascolastiche.

Un modello quello islandese difficile da esportare come tutto ciò che riguarda la minuscola isola nordica, per questioni organizzative ed economiche, certo, ma, soprattutto culturali. Perché il progetto islandese fa carta straccia del concetto perverso di “libertà” di cui siamo imbevuti e poggia su antipatici e anacronistici “divieti”, non solo di acquisto di certe sostanze (alcol e tabacco, oltre a quelle illecite) ma anche sull’istituzione di un vero “coprifuoco” per i ragazzi: le ore 22 in inverno e le 24 d’estate.

Così come anacronistico e retrogrado appare il giudizio sulle cosiddette “droghe leggere”, oramai pressoché sdoganate nella nostra società in cui moltissimi adulti – in particolari quelli che finiscono per assumere un ruolo di esempio da emulare per giovani e giovanissimi – fanno professione convinta, anche nelle prime serate TV, dell’uso abituale di queste sostanze.

Eppure la scienza ha dimostrato a più riprese come tale uso e abuso sia estremamente pericoloso: anche di recente un nuovo studio pubblicato su “Biological Psychiatry: Cognitive Neuroscience and Neuroimaging”, condotto per alcuni anni su un campione di 441 giovani e adulti, ha dimostrato che l’abuso cronico di cannabis è associato a cambiamenti nella funzione del cervello a riposo e sono anche critici per la formazione dell’abitudine, rivelando potenziali effetti negativi a lungo termine sulla funzione e sul comportamento del cervello. In particolare nei pazienti adolescenti, dal momento che il loro cervello è ancora in formazione.

I test effettuati hanno dimostrato che la cannabis “stimola” le regioni del cervello associate alla psicosi, che possono causare gravi forme di depressione, e che molti consumatori – in specie quelli che hanno iniziato il consumo in giovane età – hanno sviluppato un forte senso di estraneità, un’alienazione dagli altri, un senso di rifiuto e persino vere e proprie manie di persecuzione.

Non è, comunque, solo all’eccesso e all’abuso che va imputata la colpa delle compromesse capacità di molti giovani di rapportarsi correttamente con la realtà, ma anche e soprattutto all’assenza di elementi fondamentali, quali una situazione familiare solida e punti di riferimento comunitari, sia con i propri coetanei, sia con altri adulti (insegnanti; allenatori; etc).

Per avere un’idea della portata disastrosa di questo “disagio”, anche a prescindere dai ragionamenti sull’uso di sostanze psicotrope, basterebbe leggere ciò che i ragazzi scrivono sui social, con post rilanciati all’ossesso in cui si fa a gara a chi esibisce in maniera più ironica la propria pigrizia, il lassismo di intere giornate che passano nell’inattività e nell’ozio, l’orgogliosa (?) sensazione di un’ansia e di una frustrazione perenni e immotivate, la capacità di inventarsi sempre un nuovo alibi per non scuotersi e non agire.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

Non è razzista negare la razza?

Argomento delicato, scivoloso, subdolo, paludoso, dove ogni parola sbagliata diviene una prova per condanne istantanee, senza appello e condizionale: la questione razziale.

Tuttavia, conto sulla clemenza del lettore per il fatto di non essere sul pezzo mentre il fuoco della polemica ancora arde vorace, bruciando tutto e tutti. Camminerò prudente sulle ceneri quasi spente, in punta di piedi, perché non m’interessa difendere o condannare la solita frase scandalosa pronunciata dal “razzista” di turno “tal dei tali”, quanto stigmatizzare il suo ennesimo uso strumentale e la solita sgradevole tendenza orwelliana a vietare le parole, falsandone il significato, per vietarne i contenuti e demonizzare il relatore.

Nondimeno, comincia a ripugnarmi non poco anche l’atteggiamento, ambiguo e scivoloso, di chi, non avendo il pieno coraggio di difendere le sue legittime posizioni, troppo ricondotte al “male assoluto”, finisce per annacquarle sempre più con improbabili distinguo, ridicoli sofismi e non migliori tentativi di ergersi “oltre il bene e il male”, finendo di fatto con il rinnegarle, per atterrare nella terra di nessuno.

Premetto anche che non ho né l’autorità del genetista o dell’antropologo, né la dotta favella del filosofo. Quindi, mi limiterò umilmente a cercare rifugio principalmente nel buon vecchio vocabolario della lingua italiana. Uno a caso, che non sia l’attualissimo Boldrini – Bonino o equipollenti. Un’ancora di salvezza accessibile a tutti, comprensibile da tutti , che non richiede smisurati trattati per essere esplicata e altisonanti titoli accademici per essere recepita. Pane al pane, vino al vino.

Chi fosse interessato ad altre ben più elevate vette di pensiero, può immediatamente cercare nelle numerosissime pagine messianiche di filosofi, intellettuali e dotti del pensiero corretto, del distinguo scientifico, del “io sono io e voi non siete un cazzo”. Oggi, merce abbondante, la cui offerta è ben superiore alla domanda. Scarseggiano gli ignoranti e io, convintamente uno di loro, a loro mi rivolgo. Non volendo, e non potendo, indagare e sindacare l’interno volere del poco “politicamente corretto” leghista di turno, partendo dalla sua frase, riporterò la querelle alla sua questione di fondo, tutta semantica e lessicale. Perché è ancora una volta il linguaggio ad essere attaccato e manipolato, messo sul banco degli imputati, secondo l’assioma che vuole delittuoso il chiamare le cose per quello che sono.

Partiamo, quindi, dall’analisi del testo, per quello che è e per quello che vuole comunicare, senza indugiare in processi alle intenzioni e tralasciando il politicamente corretto: “La razza bianca è a rischio scomparsa”.

La definizione di “razza”, secondo il vigente vocabolario Treccani, dovrebbe mettere fine ad ogni discussione sull’utilizzabilità o meno del termine per indicare un determinato “raggruppamento di individui che presentano un insieme di caratteri fisici ereditari comuni. Nel caso dell’uomo, tali caratteri si riferiscono a caratteristiche somatiche (colore della pelle, tipo di capelli, forma del viso, del naso, degli occhi ecc.)…”. In questo caso, quello genericamente definito “bianco”, nella cui generalità la popolazione italiana può ancora maggioritariamente riconoscersi.

In questo caso specifico, anche se non si concorda con l’esistenza delle “razze” biologicamente intese (ma, il vocabolario italiano lo riporta a tratti somatici non biologici), appare preferibile al concetto di Etnia, ribattuto da molti come “più corretto”. Infatti, sempre la Treccani, ci dice che la parola “etnia” indica un “raggruppamento umano (dal gr. ἔθνος «razza, popolo») distinto da altri sulla base di criteri razziali, linguistici e culturali”. Ossia, potrebbero aversi etnie diverse, per lingua e cultura, anche a parità di colore della pelle o “razza”, di cui quest’ultima ne costituisce solo un elemento.

Come si evince, in se stessa non compare nessun elemento definibile come “razzista” nel senso vigente del termine. Infatti, per razzismo si deve intendere la “concezione fondata sul presupposto che esistano razze umane biologicamente e storicamente superiori ad altre razze. È alla base di una prassi politica volta, con discriminazioni e persecuzioni, a garantire la ‘purezza’ e il predominio della ‘razza superiore’.”

Nella frase incriminata non v’è traccia di nulla di tutto questo; anzi, si sottolinea la necessità di preservare una diversità che si presume a “rischio scomparsa”. Una “diversità” che si esalta e cerca di preservare in tutto, dalle bestie all’agricoltura, dalle specie ittiche ai grani, ma che, se riguarda gli umani bianchi autoctoni, diviene razzismo. Non per chi, evidentemente, come me, ha sempre difeso il diritto di sopravvivere nei loro territori a tutte le diversità della natura, umani compresi: dai “Pellerossa americani” ai “neri d’Africa”. Razze, etnie e culture. Parimenti degne, rispettabili e diverse.

Quindi, lessicalmente parlando, se si vuole e con molti dubbi a riguardo, è stata una frase inopportuna, ingenua, persino dannosa per la causa che voleva sostenere, ma non certo il sintomo di chissà quale male o piaga della nostra società razzista, tale da giustificare il solito rito del lavaggio del cervello di massa, dei mea culpa e distinguo generalizzati e della demonizzazione ad uso e consumo.

Insomma, una querelle inutile, che sarebbe passata in secondo piano, se non ci fossimo abituati a guardare sempre il dito e mai la luna.

Andando ad analizzare i contenuti della dichiarazione, si coglie che lo sdegno è fuori luogo e fuori tempo, perché la stessa cosa (anche se in termini di soddisfazione, accettazione e auspicio) è stata innumerevoli volte rimarcata e riportata dagli stessi organi di stampa (e riferimento ideologico) che oggi se ne lagnano.

Tra i tanti articoli pseudoscientifici, si può ricordare quello di Repubblica “Gli italiani fra 50 anni? O meticci o scomparsi”1 o, per par condicio, quello del Giornale “L’Italia che non pensa ai figli tra 50 anni scomparsa o meticcia”2. Ancora liberi auspici e speranza in tal senso in “La mia Europa meticcia” dell’inossidabile Umberto Eco su Repubblica3 o in “C’è l’Africa nel nostro futuro” dell’infaticabile Eugenio Scalfari, che dalle colonne dell’Espresso afferma che “si profila come fenomeno positivo, il meticciato, la tendenza alla nascita di un popolo unico, che ha una ricchezza media, una cultura media, un sangue integrato. Questo è un futuro che dovrà realizzarsi entro due o tre generazioni e che va politicamente effettuato dall’Europa. E questo deve essere il compito della sinistra europea e in particolare di quella italiana”. Tutti da leggere e gustare.

Solo per “complottisti” e per completezza, si può aggiungere anche l’auspicio di Richard Nikolaus di Coudenhove-Kalergi, uno dei massimi ideologi alla base della nascita del processo di unificazione europea in corso, che nel suo libro «Praktischer Idealismus», dichiara, in tempi non sospetti, che gli abitanti dei futuri “Stati Uniti d’Europa” a guida tecnocratica4, non saranno i popoli originali del Vecchio continente, bensì una sorta mescolanza razziale. Egli afferma senza mezzi termini che è necessario incrociare i popoli europei con razze asiatiche e di colore, per creare un gregge multietnico senza qualità e facilmente dominabile dall’elite al potere: “L’uomo del futuro sarà di sangue misto. La razza futura eurasiatica-negroide, estremamente simile agli antichi egiziani, sostituirà la molteplicità dei popoli, con una molteplicità di personalità.”5

Infine, sempre per dimostrare che non si tratta di una preoccupazione razzista e campata in aria, si potrebbe richiamare anche l’ormai arcinoto dossier dell’ONU, dal titolo «Replacement Migration: is it a solution to declining and ageing populations?», dove si prospetta senza mezzi termini un progressivo ripopolamento dell’Europa a mezzo dei flussi migratori, fino a stimare, già nel 2050, la popolazione immigrata africana e i loro discendenti in italia in circa ventiseimilioni di persone su una popolazione autoctona che scenderebbe a 45 milioni circa.6

Insomma, tutto questo per dimostrare che se uno, basandosi anche su ciò che divulgano loro, dichiara di non gradire i loro auspici. è di per se un razzista. Punto e basta.

Il razzismo, anche quello basato sul colore della pelle, esiste ed esisterà sempre, sotto diverse forme. E’ inutile negarlo, mentre è certamente necessario prenderne le mosse e condannarlo, quando reale e da ogni parte esso provenga. Se vogliamo anche essere onesti, diciamo pure che razzisti sono anche molti neri (ieri e oggi, con i bianchi, i diversi o tra loro), i gialli o altri, ma nessuno (da noi) si sognerebbe mai di dare del razzista ad un nero che parla di difesa o orgoglio di razza nera (Elijah Mohammed, capo spirituale della Nation of Islam, la setta pseudoislamica all’interno della quale Malcolm X militò per dodici anni- parlava del dovere di “rimettere in piedi questa razza poderosa (nera)”. Anzi, oggi, sarebbe certamente sommerso da un coro di sentita solidarietà e approvazione.

In tutto questo bailamme, qualcuno ha parlato di parole dette “come se fossimo in Alabama negli anni ’30”, dimenticandosi che da quelle latitudini si sarebbero attagliate molto meglio le parole della “sorosiana” Emma Bonino sulla vitale necessità dei migranti “per raccogliere i pomodori nei nostri campi” (a costo servile?!). Si, proprio una ragione economica e una moderna importazione schiavile, come in Alabama negli anni ’30 (ma del 1800), senza nemmeno le tutele sociali dello schiavismo di allora7.

Ben più razzista, per me, è concepire la pianificata scomparsa dei “bianchi”, da fondere allo scopo con i neri d’importazione, auspicata dal vecchio saggio del mondialismo Eugenio Scalfari con la sua alternativa di meticciato mondiale. Perché diventare di pelle più scura, pare ci renda persone migliori a prescindere. Certamente più omologati e malleabili, nel nome della dittatura del capitale mondiale. Invece, non migliori sono le posizioni di chi, sempre bianco candido di vergogna, si rifiuta di concepire un bimbo bianco.

Ben più razziste, riportate da mezzo mondo senza alcuna condanna, di Ali Michael, una professoressa americana della University of Pennsylvania’s (Penn) Graduate School of Education), che ha dichiarato: “Non mi piace la mia bianchità, ma la bianchità degli altri mi disgusta ancora di più (…) decisi di non avere figli biologici perché non volevo diffondere il mio “privilegio” biologico” per la vergogna di esserlo”.

Che dire anche del doppiopesismo basato sul colore della pelle nel (non)giudicare e non raccontare le stragi silenziose dei bianchi nelle isolate farms sudafricane? Quali paure e quali ipocrisie nel tacerle sistematicamente? Dal 1990 il numero dei morti (donne, uomini e bambini) ammonta a 1.762 (cifra aggiornata al 1/3/2015 ) uccisi nel corso di 3465 assalti alle proprie fattorie8. Secondo una inchiesta indipendente (Genocide Watch) è un vero e proprio genocidio per odio razziale: lo dicono le spaventose modalità delle stragi :”donne e bambini violentati prima di essere uccisi; uomini torturati per ore; famiglie intere aperte coi machete, le loro interiora asse come festoni alle porte; altri legati ai loro stessi automezzi e trascinati per chilometri, fino alla morte”9. Ne avete mai sentito parlare? No. Solo esempi, tra i tanti possibili. Continuate voi.

Tornando a casa nostra, Europa o Italia che sia, che dire del doppiopesismo nel giudicare reati uguali in modo diverso, a seconda del colore e della provenienza etnica dell’autore, grandemente in voga nei nostri media, nei nostri giudici, nei nostri giudizi politicamente corretti. Ancor peggio, il prevedere diritti e assistenze sociali differenti a seconda della pelle e provenienza, non del reddito o dello stato di necessità (casa, mantenimento, posti riservati, assunzioni dirette, incentivi economici). Grandi o piccoli che siano, sarebbero una forma di apartheid, se fatti al contrario.

Tutto questo, non ce lo chiede nessun governo o popolo africano, che anzi ci implora di smettere di depredare la sua forza lavoro e le sue risorse, necessarie e vitali alla stessa Africa. Nessun africano, non occidentalizzato, avrebbe remore nel definirsi di “razza nera” e definire i bianchi di “razza bianca”. Non certo per definirsi migliore o peggiore, ma per rimarcare la propria appartenenza e diversità naturale. Queste finezze le impara da noi. I suoi problemi e le priorità, sono ben altre, come le nostre.

In definitiva, la guerra delle parole che tanto ci appassiona in occidente, è parte di una guerra ideologica che deve portare su ben altri lidi. Lidi, dove ai possibili diritti per molti si dovranno sostituire i non diritti per tutti. Alle diversità etniche, somatiche e culturali, si dovrà sostituire l’unica razza, l’unica (in)cultura, l’unico produttore e l’unico consumatore, apolide e mondiale. Perché unico sarà il dominio del sistema capitalista e unica sarà l’oligarchia economico finanziaria che se ne dovrà beneficiare.

La realtà del razzismo è, dunque, lo sfruttamento di classe. Lo sfruttamento degli Afroamericani avviene nel processo produttivo: essi sono alla stregua di un “esercito di riserva” di lavoratori marginali, manodopera remunerata a livelli inferiori a quelli ottenuti nelle contrattazioni sindacali. I neri non sono sfruttati solo in quanto neri, ma anche e soprattutto in quanto proletari. “Siamo neri perché siamo poveri e siamo poveri perché siamo neri…come funziona meglio per il potere” [Malcolm X].

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

4Pan-Europa. Un grande progetto per l’Europa unita, Il Cerchio, Rimini 2006 “Progressivamente il progetto vede l’appoggio o l’interessamento da parte di politici ed intellettuali di estrazione politico-ideologica molto differenti fra loro, e fra questi Hjalmar Schacht, Konrad Adenauer, Paul Valery, Seán MacBride, Thomas Mann, Stefan Zweig, Rainer Maria Rilke, Nicholas Murray Butler, Edvard Beneš, Francesco Saverio Nitti, Carlo Sforza, Sigmund Freud, Albert Einstein, Jean Monnet, John Maynard Keynes e molti altri”

5 Praktischer Idealismus (1925) (Tedesco) Copertina flessibile – ott 2012 di Kalergi R. N. Coudenhove

6http://www.un.org/esa/population/publications/migration/execsum.pdf in https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=49827

7Non a caso, già allora, chi viveva le bellezze del capitalismo industriale, affermava provocatoriamente che “

8http://www.lintellettualedissidente.it/societa/societa-del-malessere-il-sud-africa/

9https://www.rischiocalcolato.it/2017/05/sudafrica-via-tutti-i-bianchi-in-5-anni-massacrati-a-quando-anche-da-noi.html