Fraintendimenti urbani sulla cultura popolare

Giovanni Iudice, Figure, matita su carta cm 20×20, 1994

Negli ultimi tempi capita spesso di imbattersi in grandi manifestazioni di elogio al “becerismo” popolare.

Sia che arrivino dai più giovani, quasi come forma di reazione e ribellione ad una quotidianità grigia e fasulla, sia che provengano da persone più in là con gli anni, che vagheggiamo una dimensione agreste e rozza, con una vena di malinconia.

L’atteggiamento di fondo, tuttavia, tradisce la pressoché totale ignoranza di ciò che si pretende di conoscere e/o di rimpiangere.

Per provenienza di natali, per lavoro e per piacere di incontro, ho conosciuto pastori che hanno eretto i loro ovili orientandoli secondo le tecniche dei costruttori nuragici; ho parlato con contadini che si commuovono al miracolo dell’avvicendarsi delle stagioni e dell’eterno ritorno, pur assistendovi da 70 primavere; ascolto ogni mattina il fabbro vicino a casa che canta canzoni antiche o bellissime arie d’opera.

Sono uomini che hanno mantenuto uno spirito speculativo su ciò che li circonda, provvisti di una cultura non vasta né variegata, ma esatta, mai ostentata, applicata pragmaticamente al loro quotidiano. Il trattore, per loro, è uno strumento di lavoro, non una bandiera di appartenenza, né un simbolo parafallico di “comando”.

Tutti hanno studiato per pochi anni, ma nessuno metterebbe mai in discussione la necessità dell’apprendimento e dell’approfondimento, sia per evitare di essere fregati nei loro affari che per reggere il confronto in una conversazione al bar, davanti ai bicchieri di “fil’e ferru”.

La banalizzazione che vorrebbe invece questo fantomatico “popolo” come una massa di “Bombolo” cafoni e volgari, tutti protesi alla femmina, alla violenza fine a se stessa e alla crapula, tradisce la mancata conoscenza di una realtà in cui vige invece molta più dignità e moderazione che in altri contesti.

La versione caricaturale che viene data delle classi “popolari” – mentre si finge di esaltarle e ammirarle – puzza di classismo e offesa, da parte di gente della più stantia classe media, inconcludente e fancazzista, che indossa l’abito carnevalesco del buzzurro come altri della medesima risma sfoggiano hogan e iphone, magari pagati a rate.

One thought on “Fraintendimenti urbani sulla cultura popolare

  1. Analisi condivisibile, sino al naufragio nell’ abbardente. c’è ancora qualcuno che nei bar beve fil’ e ferru? ma sù, andiamo… prolungate frequentazioni di tzilleri mi dimostrano la dilagante, anzi dilagata, mediocrità di “cafoni e volgari, tutti protesi alla femmina, alla violenza fine a se stessa… etc. etc…”.

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