Il corpo è mio e me lo gestisco io: l’istituzionalizzazione del suicidio.

I protocolli d’intesa e le linee-guida che riguardano la libertà di scelta sulla propria esistenza li trovo sconvolgenti dal punto di vista dell’etica e pericolosi dal punto di vista della libertà individuale.

Quando, poi, osservo la perfida espressione di emozionata soddisfazione della nostra becchina nazionale, parlo di Emma Bonino, che tra aborti ed eutanasie trova l’apice del suo godimento necrofilo, ho la controprova di essere nel giusto. Inoltre, mi fa repulsione la grottesca pulizia linguistica nella definizione di “fine vita”: si chiama morte la conclusione di ogni viaggio terreno, in ambito vegetale e animale. Il resto è ipocrisia.

Quella morte che è stata scomunicata dall’immaginario collettivo, che è stata defraudata da ogni sacralità, quando non proposta volutamente alla diffusa curiosità generale in una angosciante e voluttuosa necroscopia, trova il suo ambito di esibizione nell’appagamento giurisprudenziale dei legulei.

La psicologia del profondo e quella archetipica indicano proprio nel confronto con la morte, quella simbolica e psichica innanzitutto, il passaggio essenziale per una maturazione interiore, per una valorizzazione trascendente della propria vita determinata.

Una vita eterna non avrebbe alcun senso, perché in un tempo dilatato all’infinito ogni iniziativa sarebbe sempre posticipabile, e quindi isterilita prima di iniziarla.

Quindi, la morte è una cosa seria perché definisce l’importanza di quell’impresa unica e irripetibile che ci è data da trascorrere su questa terra.

Il problema della codificazione della morte volontaria è legato indissolubilmente a quel “sogno biotecnologico” sul quale molto ha scritto Lucien Sfez, dove tutto è regolamentato all’insegna del perfezionismo tecnocratico e dell’illusione manipolatoria.

Viviamo in un’atmosfera di onnipotenza e di controllo da parte della Legge, e della Magistratura come suo braccio secolare, cosicché ogni decisione umana è sottoposta al vaglio di questo elemento metastatico dello Stato.

La Legge decide sui vaccini, sulle adozioni, sulle capacità genitoriali, sugli uteri in affitto, sui matrimoni omosessuali, sul rendimento scolastico e sulle bocciature, sul peso degli zaini e sulle merende negli asili.

Giovanni Iudice, Figura sulla spiaggia, matita su carta cm 30×40, 1998 (immagine tratta da catalogo)

La Legge decide anche sulle cittadinanze e sui soggiorni, sui gusti alimentari e sui giudizi religiosi o razziali, come se ogni personale idea o iniziativa fosse priva di valore se prima non venisse vagliata dalla norma prestabilita.

Adesso anche la morte finalmente è codificata. Già con la storia dei trapianti ogni decisione era stata rinviata ai tanatocrati, esperti di elettroencefalogrammi, di cuori battenti e di frattaglie utilizzabili. Finalmente si gioca in anticipo, e stabilisce che uno può decidere di curarsi o meno. Grazie per la comprensione.

In questo modo si è voluto istituzionalizzare quello che è l’ultimo anelito di libero arbitrio e di suprema volontà: il suicidio.

Decidere di morire è sempre stato un atto di libertà individuale. Nei tempi antichi, quando la politica era visione del mondo ed educazione del cittadino, la morte volontaria veniva ammessa solo agli uomini liberi; schiavi e debitori non ne avevano diritto.

Ora, in presenza di un totale vuoto della politica, il giudizio passa ai legulei, agli esperti dello stato di coscienza, ai valutatori della capacità di intendere e di volere. È questa la massima responsabilità che questo tempo di disgregazione e di inquietudine deve assumersi. È una responsabilità culturale, spirituale, che ha reso la morte un tabù, un nulla, esattamente come l’inutile esistenza mondanizzata che propone ed esalta.

Contenimento delle nascite: rinuncia consapevole o suicidio indotto?

Confucio (come mia zia), diceva che “i bambini significano felicità” e infatti fino agli anni ’50 in Cina l’aborto e la contraccezione erano vietati. A un certo punto, però, la natalità era talmente alta che nel 1953 è stata permessa la contraccezione e poi nel 1957 anche l’interruzione di gravidanza. Ma i bambini hanno continuato a nascere vorticosamente e si è arrivati al punto che la sovrappopolazione è stata considerata esplicitamente “un ostacolo allo sviluppo e alla modernizzazione”.

Si è cominciato così con lo Wan Xi Shao, ossia “sposatevi piu’ tardi – fateli piu’ distanziati – fatene solo due”. Ma non bastava. Ancora troppe nascite. Il punto di picco lo si è toccato nel 1979: il 25% della popolazione mondiale era cinese e due terzi avevano meno di trent’anni! E’ partita così la “politica del figlio unico” per raggiungere la “crescita zero” nel 2000.

Visti i primi risultati positivi, già a fine anni ’80 si è attenuata la legislazione di contenimento delle nascite, finché – centrati gli obiettivi – nel 2013 la politica del figlio unico è stata abolita: le famiglie cinesi oggi possono avere due figli senza incorrere nel pagamento di sanzioni. Vi chiederete come mai riporto la sintesi delle vicende cinesi in materia di contenimento delle nascite.

Ebbene, esistono due diversi modi per far fronte alla pressione demografica:

– uno è il metodo coercitivo/punitivo, ossia quello cinese;

– l’altro quello persuasivo/pervasivo/perversivo, ossia quello nostrano, “occidentale” potremmo dire. Il nostro è partito in sordina (ma subito ben sponsorizzato e finanziato dai centri di potere che contano), negli anni ’40 con i Planned Parenthood americani per promuovere aborto e contraccezione, ed è arrivato settant’anni dopo – attraverso vari passaggi successivi (’68; amore libero; divorzio; rivendicazioni LGBT; umanizzazione degli animali in sostituzione dei figli; teoria del Gender ) – a importi oggi di fare squirting dopo il sesso anale in una gangbang con tua cugina e un trans mentre nel contempo diventi top manager. Altrimenti sei un fallito.

Questi sono i modelli venduti e imposti da lavatrici psichiche come Mtv, Grandi fratelli, baracconi Pop e partiti Radicali. E se tu, donna, fai un figlio prima dei trent’anni, sei una fallita, sei una frustrata che si dedica ai figli perché non ha saputo conquistarsi la sua emancipazione e libertà.

Viagra e Cialis hanno poi dato il colpo di grazia. Fino a che, stare sotto i quattro orgasmi settimanali a rating quattro stelle (in scala da uno a cinque), fa di te un fallito/a. Il risultato sono ragazzine anoressiche e ragazzini impauriti; cinquantenni con pancetta che fanno palestra e solarium; chirurgia estetica per nonne tatuate che si sentono ancora “vive” e l’incapacità cronica e diffusa per tutti di accettare il tempo che passa.

Tornando al contenimento delle nascite, quindi, quale dei due sistemi – cinese e occidentale – può essere considerato migliore? Non c’è dubbio: quello cinese. Vietateci i tre figli e multateci il secondo. Ma diteci la verità. Non trattateci come pecore, prendendoci per i fondelli e convincendoci che si tratti di una nostra autonoma rivendicazione di libertà.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

L’estetica dei luoghi come specchio della crisi antropologica

Giovanni Iudice, Interno, olio su tavola, 18x13cm, 1999

Nei suoi elementi strutturali essenziali – fondamenta, colonne portanti, pareti e copertura – la casa non si distingue da molti altri edifici (scuola, albergo, caserma…); il suo specifico è la funzione di dimora, di abitazione. Come l’Uomo stesso, è un composto di natura e cultura: alla natura deve i materiali con cui è costruita (legno, frasche, ossa di cetacei, pietre, cemento antico e poi moderno, marmi, laterizi…); alla cultura, l’organizzazione funzionale e significante dei materiali e dell’ambiente interno, talvolta in base al mestiere del suo abitante (lo studio di un professore, l’atelier di un artista…), ma sempre un riflesso della sua mentalità e della sua attività. Come molte specie animali, anche quella umana, decine di millenni fa, ha abitato le proprie “case” per esigenze strettamente vitali: la protezione dagli agenti meteorologici, dai predatori e dai nemici; ma già in questa preistoria esisteva un’interazione simbolico-culturale tra Uomo e ambiente abitato: lo indicano le famose incisioni e pitture rupestri sulle pareti delle caverne, con le loro immagini dai molti significati:

scene di caccia: dunque rappresentazioni di azioni che univano l’esigenza del sostentamento alimentare e la necessità dell’interazione tra persone, cioè un embrione di “comunità” o di “società”.

costellazioni, in molte culture protostoriche immaginate come sagome di animali e, secondo alcuni studiosi, rappresentate in alcune pitture rupestri raffiguranti animali. Questa interpretazione è discussa, e non vale per tutte le immagini di questo genere: un caso celebre è la Grotta di Lascaux, in Francia, datata a 13000 anni a.C.;i ma questa possibilità fa sì che dalle pareti della “casa” emerga la mentalità a suo modo scientifica dell’uomo cosiddetto primitivo: attento osservatore dello Spazio (il cielo), da cui deduce lo scorrere del Tempo (l’alternarsi delle costellazioni).

danze e cerimonie propiziatorie per il buon esito della caccia o di altre attività; in questo caso le pareti della “casa” rivelano la consapevolezza umana della propria effettiva dipendenza dalla natura circostante (benché espressa in modo superstizioso), consapevolezza che molti “moderni” sovente hanno dimenticato o, forse meglio, rimosso nel senso freudiano.

adorazione di forze della natura personificate in animali-totem, «spiriti» o divinità, che sulle “pareti di casa” rispecchiano non soltanto la necessaria relazione con la natura, ma anche la meraviglia, il timore reverenziale davanti ai suoi fenomeni (il Sole e la Luna, i fulmini, la pioggia…), e le domande sul senso dell’esistenza che essa suscita: il particolare sentimento umano cui pensava Albert Einstein parlando del «senso di meraviglia che sta all’inizio della scienza».

Questa interazione dell’Uomo con l’ambiente abitato si potrebbe definire arredamento simbolico-cosmico: ciò che si colloca nell’abitazione – dalle incisioni o pitture rupestri agli oggetti del culto (tra i moltissimi esempi: le teste degli antenati ricostruite in stucco e collocate sotto il pavimento a Gerico nell’VIII millennio a.C.;ii le maschere apotropaiche appese sopra l’uscio della capanna presso alcuni popoli africani; l’angolo occupato da un altare domestico per il culto degli antenati diffusi nel sud-est asiatico…), alle immagini degli antenati scolpite (in Italia, i busti degli avi nella Roma repubblicanaiii), dipinte (la galleria dei ritratti di famiglia presso i nobili dal Rinascimento in poi) o, più recentemente, fotografiche (l’album genealogico) – non ha soltanto una utilità tecnica o una funzione ornamentale, ma ha un significato umano universale riconosciuto e condiviso, tanto dai membri della famiglia e della forma di civiltà cui essa appartiene, quanto dalle diverse forme di civiltà (al di là delle differenze particolari); significa cioè il legame tra l’individuo e l’universo, dal punto di vista sia spazio-temporale (la rappresentazione del paesaggio e della successione genealogica), sia metatemporale e metafisico (gli oggetti della religione).

La concezione dell’arredamento simbolico-cosmico è progressivamente decaduta lungo i secoli fino a oggi, sopravvivendo soltanto, evidentemente, presso le civiltà cosiddette primitive o tradizionali, quasi tutte estranee – anche territorialmente – all’Occidente postindustriale: ad esempio, nel Tagikistan pre-sovietico era usanza dipingere da cima a fondo le pareti domestiche, in occasione del capodanno, con figure di animali e forme geometriche ricollegabili ad antichi riti e credenze magicheiv, che potrebbero essere un lontano retaggio delle pitture rupestri protostoriche. Nel XX secolo, questa organizzazione della casa come luogo microcosmico sembra infatti essersi conservata in modo residuale soltanto nel ceto contadino, in forme talvolta superstiziose ma mai prive di significato, come la collocazione di oggetti benauguranti o scongiuranti in precisi punti della casa: dal ferro di cavallo al cornetto napoletano inchiodati all’architrave della porta, al piccolo idolo in metallo appeso allo stipite dagli aderenti “neo-egizi” (neopagani) della comunità Damanhur in Piemonte. Nuto Revelli, partigiano e scrittore, già ufficiale dell’ARMIR nel 1942, notava che i soldati italiani, nelle lettere dal fronte russo, descrivevano (non senza un po’ d’ingenuità) le comunità contadine russe simili a quelle italiane: «Sono come noi: contadini cristiani, persone religiose», anche e soprattutto perché nelle izbe (case contadine) della Russia ortodossa, nonostante l’«ateismo di Stato» della dittatura staliniana, tenevano ben visibile un’icona, principalmente della Vergine Maria.v Meno di un decennio prima, il medico e pittore Carlo Levi, nell’allora desolata provincia di Matera – dove era stato condannato al confino dal governo fascista – aveva visto nelle misere casupole, «a capo del letto, attaccata al muro con quattro chiodi» un’immagine (cattolica) della Madonna «nera», che «assiste a tutti gli atti della vita» dei contadini.vi Chiunque abbia visitato qualche borgo di campagna italiano sa, del resto, che molte case di campagna hanno tutt’ora una nicchia (esterna, questa) che ospita, o ospitava, una statuetta della Madonna o di un santo protettore.

Dove si è prodotto il mutamento che porterà – senza che nessuno potesse prevederne gli esiti odierni più discutibili – a concepire l’interno della casa non più come piccolo specchio del cosmo, ma come mera estensione utilitaristico-estetica dell’individuo che vi abita, è dunque il ceto borghese. Cercheremo quindi di ricostruire il percorso attraverso il quale il criterio con cui si organizza l’arredo domestico diventerà quasi esclusivamente il gusto individuale, senza più alcuna attenzione al significato complessivo.

Il mutamento che ha portato – senza che nessuno potesse prevederne gli esiti odierni più discutibili – a concepire l’arredo della casa non più come piccolo specchio del cosmo, ma come mera estensione utilitaristico-estetica dell’individuo che vi abita, si è prodotto dunque nel ceto borghese, che nasce alla fine del Medioevo e ha il suo apogeo d’importanza politica nell’Ottocento. L’ascesa della borghesia è leggibile infatti anche come progressivo allontanamento di una parte dell’umanità dal contatto diretto con la natura, dai suoi tempi e dalle sue manifestazioni: realtà d’importanza vitale che le società agricolo-pastorali, viceversa, non ignorano e non possono ignorare:

• Nel Rinascimento, i borghesi ricchi e i nobili (laici ed ecclesiastici) arredano le proprie abitazioni con opere d’arte: dipinti e sculture di soggetto, oltre che cristiano, anche greco-romano mitologico, implicanti il riferimento erudito, la citazione della letteratura cui quelle opere d’arte rimandavano, la conoscenza della storia e della poesia greco-romana: gli abitanti sfoggiano la competenza nella cultura classica e l’amore per essa. C’è dunque un primo allontanamento dalla concezione cosmico-naturalistica dell’abitazione a favore della creazione di un microcosmo indipendente di topoi culturali, limitato alla cultura dell’élite socio-economica europea.

• Nel XVII secolo, epoca del Barocco, aumentano le abitazioni di borghesi laici benestanti o ricchi, arredate con collezioni private di opere d’arte, ancora improntate al rimando colto alla Classicità a imitazione dei nobili, ma con aggiunto il fascino del nuovo, del curioso e dell’esotico: in Italia coesistono le collezioni classicheggianti di alcuni cardinali, le collezioni private come quella di Vincenzo Giustiniani, che raccoglie molte opere del Caravaggio rifiutate dai committenti ecclesiastici come novità incomprese,vii e quel tipo di collezione fin allora chiusa nel tesoro delle abbazie o appunto nello studiolo privato dei nobili: la wunderkammer (camera delle meraviglie), espressione di «un geloso e introverso collezionismo dove, accanto alle rarità naturali e alle “meraviglie” portate da terre lontane, sono custoditi […] trionfi di conchiglie e di coralli, porcellane, intarsi di pietre dure, vasi di lapislazzulo, […] gioielli di perle barocche, teatrini di automi, modellini meccanici»,viii che nel Museo del Collegio Romano dei Gesuiti, fondato da Athanasius Kircher, trova una dignità istituzionale. In questo caso un’idea dell’arredo come specchio del cosmo c’è, ma è di nuovo selettiva: questa volta è limitata agli elementi rari ed esotici e a quelli artificiali (opere d’arte minuziose e marchingegni meccanici); è un microcosmo delle eccezionalità, perciò anche questo è un “ritaglio” dalla totalità del mondo.

• Dalla fine del ‘700 e nell’’800, epoche segnate dal culto illuministico della ragione autonoma individuale, dalla Rivoluzione francese e dall’impero napoleonico, mutano i modi d’intendere i rapporti tra individuo e mondo: come la società non dipende più dal monarca assoluto, così l’individuo non dipende più dalla natura o da Dio. La borghesia assume un’importanza senza precedenti, e con essa si diffonde il suo modo d’intendere l’organizzazione della casa. L’arredamento borghese è esemplificato dal salotto, in una versione più “democratica” del salotto elitario settecentesco; ognuno può arredarlo secondo il proprio gusto estetico, ma allo stesso tempo in modo conformistico. C’è ancora un po’ di imitazione del classicismo nobiliare, ma in un sorta di versione ridotta: residui del citazionismo erudito ora sono le statuette soprammobili, i quadretti da mensola, l’argenteria, le stampe incorniciate, gli autografi di personaggi celebri, talvolta addirittura ritagliati dalle loro lettere e collocati in vista per gli ospiti.ix Nell’arredamento borghese gli elementi comuni e condivisi si restringono al medesimo ceto sociale, i cui membri sono eterogenei professionalmente, ma accomunati dall’essere maggioranza numerica rispetto ai nobili e minoranza ricca rispetto ai due ceti maggiori a livello mondiale: quello “tradizionale” agricolo-pastorale, e quello nuovo: il ceto operaio, nei confronti dei quali i borghesi si sentono lontani e superiori. L’arredo borghese, quindi, non riflette più i significati umani universali, bensì quelli individualistici del gusto personale e della competenza tecnica: ciò che lega gli abitanti della casa borghese sono l’apprezzamento tecnico per la «fattura» (un mobilio «ben intarsiato», un tendaggio «ben ricamato»…) e l’apprezzamento estetico per l’«aspetto», tattile (morbidezza di una fodera o di un tendaggio, lucidità del legno di un mobile o del marmo di una mensola…) o visivo (colore gradevole, forma e dimensione in armonia con la disposizione delle finestre, con la diffusione della luce…): non importa che cosa significhi l’elemento, ma se è bello. Non raramente, ciò è stato ed è importante nella creazione di una certa eleganza almeno esteriore, ma ha anche un tremendo limite: il significato e il valore estetico dell’interno abitato originano e trovano un senso soltanto nella mentalità della singola persona, cioè esclusivamente nelle sue preferenze e idiosincrasie, che inoltre, in gran parte, replicano conformisticamente quelle della classe sociale d’appartenenza.

• Con il XX secolo e la nascita della «società di massa» e della cosiddetta «cultura di massa» di origine statunitense, le preferenze e le idiosincrasie personali in fatto d’arredo si massificano, ampliandosi enormemente dal punto di vista sia quantitativo (c’è sempre più gente che può arredarsi la casa in base a scelte estetico-utilitaristiche puramente individualistiche) sia qualitativo: gli elementi d’arredo disponibili si moltiplicano, differenti nella fattura, nello stile, nel design: coesistono l’arredo «etnico» (che sovente di autenticamente esotico ha molto poco), quello «arte povera», quello glamour, quello minimalista, quello kitsch… che dànno luogo ad abitazioni arredate con una massa di elementi eterogenei da ogni punto di vista, nessuno dei quali è correlato agli altri, né ha alcun significato autentico se non quello attribuitogli, in modo del tutto relativo e discutibile, dal proprietario (e, dal punto di vista sociale, dai suoi affini per mentalità e “gusto”). Un elemento può quindi significare tutto e il contrario di tutto, e non ha, quindi, un valore umano vero e proprio. Da questo approccio estremamente individualistico e superficiale nascono elementi d’arredo contemporanei improntati a un “gusto” e a un umorismo del tutto personali e sovente indigeribili: i poster con Elton John che si libra nel cielo azzurro tra le ciliegie giganti, i mobili rosso carminio, i cuscini-biscotti di una famosa marca, le librerie con scaffali ondeggianti, i lampadari a muro a forma di ragno gigantesco, la moquette maculata tipo cane dalmata, i letti-bara, e così via.

Questi spropositi estetici hanno tutto l’aspetto, come alcune stravaganze del Manierismo cinquecentesco, di «una spia di un turbamento che l’evasiva festosità […] sembra voler esorcizzare, ma non può cancellare del tutto».x Si assiste infatti a una sorta di scissione schizoide tra arredatori e arredo, perché la personalizzazione estrema dell’arredo esclusivamente in base alle preferenze e idiosincrasie individuali e alle emozioni effimere (e talvolta indotte) del momento, esprime da un lato l’illusione di “materializzare” le «emozioni positive» (gioia, allegria, spensieratezza, ottimismo…), dall’altro lato esprime, per contrasto, la volontà di dimenticare, o meglio, di rimuovere, le cosiddette «emozioni negative» (preoccupazione, tristezza, insicurezza, delusione…) proprie di molte persone nell’Occidente postmoderno e spiegate in parte dalle dinamiche alienanti dell’attuale organizzazione sociale, ma inevitabili in quanto reazioni essenzialmente umane.

Se infatti l’arredamento della casa dovrebbe essere in realtà un riflesso o un’estensione dell’animo dell’abitante, e quindi a una mente lucida dovrebbe corrispondere un arredamento significativo e decente sia nel momento delle «emozioni positive», sia nel momento delle «emozioni negative», ed essere sgombro di orpelli e trastullamenti in modo che l’attività mentale e l’azione abbiano spazio per esplicarsi, anziché essere entrambe ottuse e distratte; viceversa in non pochi casi attuali si ha la straniante situazione di persone stressate, annoiate croniche, deluse, sfiduciate, apatiche e abuliche, che però vivono in camere e salotti arredati con elementi pacchiani tra il comico, il surreale, il carnevalesco, il giocoso e il kitsch. Così l’ambiente della casa non riflette affatto l’animo dell’abitante se non nella forma del suo contrario, come un sintomo isterico, una traccia di volontà di fuga dalla realtà. Eugenio Montale espresse bene questo comportamento nella poesia Il raschino: «Abbiamo ben grattato col raschino / ogni eruzione del pensiero. Ora / tutti i colori esalta la nostra tavolozza, / escluso il nero».xi

i

 http://www.duepassnelmistero.com/lascauxeastronomia.htm (articolo di Adriano Gaspani).

ii Cfr. Kurt Benesch, Passato da scoprire, trad. it. Torino, SEI, 1979 (ed. or. Berlin 1977), pp. 395-396.

iii Cfr. Ranuccio Bianchi Bandinelli, Roma. L’arte romana nel centro del potere, Milano, Rizzoli, 3^ ed. 2004, pp. 71-105.

iv Cfr. Sergěj A. Tokarev, URSS: popoli e costumi, Bari, Laterza, 1969 (ed. or. Moskva 1958), p. 341.

v Intervista per il documentario RAI Italia in guerra, regia di Massimo Sani, 1983. L’usanza è confermata da Tokarev, URSS: popoli e costumi cit., p. 99, che ricorda anche come i Buriati (popolo siberiano affine ai Mongolici) appendessero immagini di Buddha e di altre divinità buddhiste alle pareti interne della iurta (capanna in pannelli portatili), immagini che già alla fine degli anni 1950 «compaiono raramente nelle case» (ivi, pp. 421-422).

vi Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli, cap. XII (ed. a cura di Virginia Galante Garrone, Milano, Mursia, 1981, pp. 130-132). Alcune tra le persone conosciute da Levi in Lucania, del resto, credevano che, nelle ore notturne, l’interno della casa fosse “presidiato” contro il maligno da tre angeli: il primo davanti alla porta, il secondo vicino al tavolo, l’ultimo a capo del letto (ivi, cap. XV, ed. cit. p. 166).

vii Cfr. Francis Haskell, Mecenati e pittori. L’arte e la società italiana nell’età barocca, Torino, Allemandi, 2000, pp. 35-36, 48, 127-144, 151-152, 155, 159-160.

viii Antonio Pinelli, La bella maniera. Artisti del Cinquecento tra regola e licenza, Torino, Einaudi, 1993 (ristampa 2003), p. 155. Cfr. anche M. Casciato, M. G. Ianniello, M. Vitale, Enciclopedismo in roma barocca. Athanasius Kircher e il Museo del Collegio Romano tra wunderkammer e museo scientifico, Venezia, Marsilio, 1986; J. Godwin, Athanasius Kircher e il Teatro del Mondo, Roma, Istituto poligrafico e Zecca dello Stato, 2010 (ed. or. London 2009).

ix Cfr. Andrea De Pasquale, La storia della biblioteca. Fonti, strumenti, archivi, cataloghi, lezione del ciclo La biblioteca e la sua storia. Metodologie, strumenti e materiali per lo studio dei fondi storici, Torino, Fondazione Luigi Firpo, 23 ottobre 2014.

x Pinelli, La bella maniera cit., p. 154.

xi E. Montale, Satura, 1971, in Opere complete, Milano, Mondadori, 1996.

Tacete! Il nemico vi usa!

Non vedo iattura maggiore del continuare, in assenza di entrambi, al riempirsi la bocca di antifascismo e anticomunismo, due facce della stessa medaglia.

Una maniera per opporsi al sistema unico capitalista, facendone di fatto il gioco. Ignoranza, malafede, sciocca riproposizione fuori tempo di slogan e pregiudizi fanno si che si continui a dare del comunista/fascista a vanvera, o peggio, a comando e necessità altrui, arrivando all’assurdo di ricondurre ogni male a sole due fonti onnicomprensive.

Così, la UE diventa Sovietica o Nazista, Obama comunista e Trump fascista, persino Berlusconi fascista e Renzi Comunista, i centri sociali e le sentinelle in piedi, i 5 stelle e i leghisti, nessuno rimane escluso. Tutto e il suo contrario. Un appellativo buono per tutte le diatribe, perché inadatto a tutte. Categorie irripetibili, fuori storia e contesto, tenute in vita solo come spauracchio per una società che ne ha imparato solo le storture della propaganda e poco la lezione profonda. Il tutto, solo per dividere e ingannare, per non far chiamare le mostruosità attuali con il proprio nome: capitalismo, liberismo, mondialismo!

Lo stesso capitalismo che seppe infiltrare e piegare, seppur in maniera diversa, sia il fascismo che il comunismo. Lo stesso nemico che seppe infiltrare e utilizzare al suo scopo i suoi eredi d’Occidente. Lo stesso capitalismo multiforme che ancora li utilizza per demonizzare i suoi attuali nemici. Tutti, indistintamente, usando ora una sponda e ora un’altra, ma rimanendo sempre saldamente in sella. Lo stesso nemico che ancora ne utilizza i simboli e i richiami per creare consenso attorno ad entità, che lo useranno a proprio favore e ne saranno inevitabilmente funzionali.

Non si tratta di rinnegare il proprio credo o cancellare i verdetti della storia. Non si tratta di rinunciare a ristabilire le verità storiche. Tutt’altro. Si tratta di rinforzarne la necessità assoluta, ricollocandone il bisogno nel suo alveo naturale, evitando strumentalizzazioni e interpretazioni ideologiche. Favorirne la storicizzazione, consentendone la piena comprensione e accettazione. Si tratta, in definitiva, di vivere pienamente il presente, comprendendo e superando il passato: di avere piedi e testa sull’oggi. Il “qui ed ora” politico.

Se non capiamo che questi usano la nostra storia, le divisioni sociali, con capacità di trasformismo e mimetizzazione mai viste prima; che s’impossessano di simboli e credi, riscrivendo la storia e il presente, manovrando e contrapponendo, usando proprio le nostre fideistiche “certezze” e indotte credenze, per non essere mai riconosciuti e banditi per ciò che realmente hanno cagionato e di cui ancora sono causa.

Il passato non ritorna mai uguale a se stesso, mentre il presente non aspetta e il futuro appare incerto come non mai. Il ritorno alla patria, all’identità dei popoli e alla sovranità, alla giustizia sociale, saranno sempre una chimera, senza sottrarci anche al subdolo gioco del lessico politico. Un lessico che è sostanza. Oggi, più che mai. Anche in questo caso, dove le parole si sono scollegate dal loro significato originario, per assumerne di nuovi, fuorvianti se non ingannevoli.

Solo quando anche la parola “capitalismo” diventerà un insulto, uno spauracchio per i popoli, e gli saranno quindi addebitate le sue autentiche responsabilità, non più scaricabili e mimetizzabili, saremmo arrivati ad un punto minimo di reale coscienza per aspirare a cambiare qualcosa nel profondo e non dare solo un’altra sfumatura di colore a chi si presta a perpetuare l’esistente gabbia ideologica.

Siamo infine coscienti che questa riflessione attirerà molte critiche di puristi vari e sapientini della puntualizzazione storico ideologica, ma il fine del nostro ragionamento è volutamente provocatorio e volutamente non storico analitico. L’eventuale fastidio di costoro sarà sola la riprova che il discorso sta in piedi: si finisce per incanalare l’odio del popolo insofferente su falsi obiettivi per arrivare a indisturbati ad ottenere quelli del sistema.

 

L’immagine è di Maura Bathory.

C’è chi ama l’umanità per disprezzare meglio il prossimo

“C’è chi ama l’umanità per disprezzare meglio il prossimo”. Il nostro titolo provocatorio, nel salotto del politicamente corretto, potrebbe mandare al manicomio (o al pronto soccorso, a seconda della gravità della boldrinite) tutti gli amanti del linguaggio inclusivo e della moderazione, ma dimostreremo che la sostanza di questo gustoso coup de théâtre, in apparenza cosa di politica, riguardi in primis ciascuno e la sua dimensione più intima.

Amare l’umanità, avere uno sguardo sul mondo pulito e non sospettoso, credere nella bellezza delle emozioni è motivo di pregio, ma facile è rispettare un’idea, meno facile è rispettare una persona in carne e ossa che si pone dinnanzi a noi con le sue mancanze, i suoi slanci per noi intollerabili, la sua bellezza per noi incontenibile, perché – diciamolo – nell’altro ci sono io con il mio di più e il mio di meno.

Ora, non si vuole con siffatta affermazione asserire, come piace fare ad esempio a certuni sostenitori e fautori dell’ideologia omosessualista secondo i quali dietro ogni non omosessualista ci sarebbe un gay represso (assunto questo che per logica ci porterebbe a pensare che tutti siamo potenzialmente non eterosessuali, facendo certamente rivoltare Darwin nella tomba) che vi sia ‘fobia’ nel mancato riconoscimento dell’altro dinanzi a me come soggetto-oggetto di rispetto/”diritti”, ma si vuole porre invece l’attenzione sulla misura e sulle dinamiche di tal sentimento.

Spontanea e innocua è l’adesione emotiva ad una realtà distante che non ci appartiene né personalmente né come condizione ambientale in cui la nostra persona (il termine indica originariamente la “maschera”) andrebbe a svilupparsi e declinarsi, in cui mancano necessariamente due dimensioni: il ruolo nella comunità (che può essere poco o molto e tra poco diremo) e una motivazione, una volontà, una proiezione del proprio sé, un interesse.

In questo limbo sociale senza comunità in sostanza non esisterà mai il conflitto di interesse e la relativa necessità di limare le istanze di ciascuno per addivenire a una soluzione che scontenti il meno possibile tutti, non esiste competizione perché non esistono spazi comuni da dividere, risorse comuni da distribuire, egoismi da esaltare, bisogni da imporre come prioritari, meccanismi di potere relazionale da confermare.

Facile quindi è rispettare un’idea o una categoria astratta (i poveri, gli omosessuali, le donne, i bambini, gli anziani), meno facile è rispettare il povero in carne e ossa che rovista nei cassonetti e disturba il decoro, l’anziano in carne e ossa di età avanzata che si sbava o si lamenta in casa di riposo (le cronache di questi giorni hanno fornito uno spaccato terribile e tragico), il bambino che sì, in asilo vuole fare il bambino, ma alla maestra questo non va.

Mentre fioccano giornate internazionali della gentilezza, dei nonni, del minore, del bambino, del migrante, delle vittime di ogni disgrazia possibile, omaggiate con manifestazioni di piazza, cornici social, sconti dedicati, raccolte firme e manifesti, i problemi reali “della gente”, quale categoria informe e astratta, cui forse sì andrebbe sostituita l’espressione “della Persona”, soggetto fisico e psichico, portatore di intrinseca dignità, non sembrano trarre alcun giovamento da cotanta sensibile sensibilizzazione diffusa, proprio perché, un conto è rispettare un concetto, un conto è rispettare l’altro nella carne.

Questa idea è più volte balenata nella mente quando abbiamo assistito ad episodi di sputi e offese gratuite su mamme e passeggini in fila per le veglie delle Sentinelle in piedi, veglie silenziose per rivendicare il diritto di un bambino ad avere un padre e una madre e la libertà di affermare ciò, ad opera nientepopodimeno dei fautori e sostenitori delle politiche del linguaggio inclusivo e dell’antidiscriminazione. Il diritto allo sputo però è parso troppo persino ai dirittologi più audaci.

Ci siamo più volti chiesti dove sia stata questa grande onda sensibilosa di massa quando politiche scellerate hanno ferito i nostri lavoratori, quando hanno umiliato i nostri malati, rendendo le cure un privilegio sempre più raro e ci siamo chiesti dove stia il rispetto, prima ancora del diritto alla privacy, del bambino africano schiaffato con i suoi occhi grandi sulle campagna pubblicitarie che di lui ci dicono il nome e ci raccontano ‘la fame’ al fine di spremerci il portafoglio. Tollereremmo qualcosa di lontanamente simile se Matoub fosse nostro figlio?

Sempre in tema di straniero, ci siamo chiesti quale sarebbe la tutelata dignità del migrante immortalato nell’aiuola con la scopa in mano, scatto che consente ai politicanti de noantri di dimostrare la volontà di inclusione e il “servizio” reso dallo sventurato alla comunità, nonché una certa qualità dello stesso. Farebbe ridere se non facesse piangere, visto che per pulire un’aiuola non occorre essere ingegneri della NASA e la posa non restituisce nulla di morale o qualificante, ma solo un’umiliante costrizione per gli attori dell’esibizione.

Ci si chiede come mai i tanti suicidi di disoccupati, neodisoccupati e imprenditori non facciano notizia, non creino empatia, espressione come sono di una cultura imprenditoriale e del lavoro mal assimilata dalla società italiana, che tende a considerare un fallito uno che non ci ha saputo fare e un fallito suicida uno che non stava bene di testa. E forse è vero, ma cosa abbiamo fatto per arginare la sua inquietudine?

Un anno e passa fa si suicidava Tiziana Cantone, troppo poco acculturata per suscitare una parola di sdegno delle senoraquandiste indignatissime per le tresche amorose del Berlusconi. L’inquantodonnismo sconclusionato dinanzi alle vicende di questa donna è evaporato e con esso il rispetto e il silenzio. Se ne sono lette di ogni ogni su una donna che, da un certo momento in poi, ha opposto all’orgoglio puttano la voglia di dimostrare di essere migliore dei suoi errori.

A Tiziana – la chiamo per nome con tutta la vicinanza possibile seppur vana e non come fanno spesso i media che usano il confidenziale al solo fine di creare beniamini del pueblo presentandoli come cugini di campagna (ricordo la Clinton che, in periodo di campagna elettorale, era per tutti “Hillary”, mentre Donald Trump non fu mai e mai sarà Donald per ovvie ragioni) – non è stata possibile una vita altra.

Se avesse optato per una carriera nel porno l’avrebbero invitata nei salotti televisivi glorificandola. Invece è morta nella peggiore delle solitudini, quella di una vita resa un continuo riproporsi di un dolore da parte di tanti responsabili che messi insieme fanno nessun responsabile, quella di una vita senza rispetto, perché, appunto, uno è il nodo e ritorna: un conto è rispettare “le donne”, un conto è rispettare una donna con nome e cognome, che abita di fronte a te, con cui prendi l’aperitivo, con cui dividi l’ufficio, che mai dovrebbe diventare l’oggetto dei propri meschini sghignazzi.

Basta guardare i numeri “della depressione” per accorgersi come, nella società senza comunità, un solo è solo in termini assoluti, è solo anche in mezzo alla folla, essendo questa null’altro che l’insieme di tanti egoismi che viaggiano a ritmi diversissimi e non conoscono l’unisono.

Rispettare l’individualità comporta responsabilità, comporta implicarsi col nostro essere poco o molto, comporta misurarsi trovandosi poco o molto e da questa verifica “drizzare il tiro” dell’esistenza, comporta quindi riconoscersi attori di errori ma anche di perdono e di ‘guarigioni’, comporta “fare spazio” e per fare spazio talora occorre rinunciare a una parte del sé, alle pulsioni egoistiche, a ciò che fino a un attimo prima sentivamo come irrinunciabile, occorre trovarsi in mezzo, a metà strada, occorre emanciparsi dai propri dolori, ché non diventino del mondo.

Nell’epoca del “diritto a godere” e della vita senza adesione e senza sacrificio, questa impostazione è ovviamente perdente. Non è qualcosa di soffuso, ma di sedimentato: società non è sinonimo di comunità e oggi come mai prima lo si avverte pesantemente, nelle tante solitudini di gente che condivide i luoghi e i destini senza incontrarsi, senza volersi attraversare. La società che non sa essere comunità, che valorizza la massa informe e inconsistente e discapito della Persona con le sue peculiarità, soffoca, mentre è soltanto la sinergia degli slanci, l’empatia nelle preoccupazioni, l’adesione ad una visione comune che liberano, che non uccidono.

Facile è fare proprio un concetto astratto e difenderlo a spada tratta, meno facile è impugnare il gladio o deporlo quando si tratta di rispetto dell’altro dinanzi a te, di carne, sudore e visioni o dell’altro con la pochezza delle sue prospettive. Fa onore difendere i fratelli lontani, dell’Africa o delle favelas argentine, meno facile, ma altrettanto decorante è avere slanci tanto potenti, motivati e ponderati verso il fratello che abbiamo in casa e il dirimpettaio di pianerottolo e l’automobilista al semaforo, il padre.

Meno facile perché in quel caso, non essendo un’idea rappresentata, una proiezione, non basta più il pensiero, ma occorre compromettersi in un’azione, in atti di volontà, occorre abbandonare il terreno dell’impalpabile e mettersi in gioco con quello che siamo e non siamo e quello che potremmo ricevere in quello della realtà, impastata di mille sfumature e non tutte ci piacciono o potrebbero piacerci.

In questa implicazione non è detto che ne usciamo come vorremmo: la verità del fatto potrebbe fornire di noi la descrizione di umiliati, di cinici, di pezzenti, di mediocri, di brave persone, di uomini di grande animo e generosità, di anime senza coraggio, di individui plagiati o manipolatori…

Aderire ad una preoccupazione astratta ci evita il rischio di scoprire che l’altro non ci sta, non è d’accordo, non si beve un pace finta, non vuole un amore finto, ci evita il rischio di scoprirci diversi da come ci eravamo idealizzati, improvvisamente messi a nudo nella nostra sostanziale incapacità di rispettare nella concretezza del vivere la Persona accanto a noi a sua volta denudata dalla potenziale categoria che riuscivamo a difendere invece in astratto con tutta la violenza possibile.

Del resto, se anche solo una minima parte degli slanci “social” avesse una piccola corrispondenza nella vita reale, questo forse sarebbe il migliore mondo possibile, o forse sarebbe solo un inferno, giacché, richiamando Ida Magli, quando confutava “La pace perpetua” di Immanuel Kant, non esiste la pace (lei si riferiva a quella tra gli Stati, ma la metafora credo funzioni), ma il conflitto e la forza, esiste il ‘bellum’ che è in ciascuno col proprio portato di conflitti che non si risolvono ‘tecnicamente’, ma evolvono in conflitti superiori, e così l’individuo si fa degno della passeggiata della vita.

Se ci rendessimo conto di ciò, forse avremmo meno affetti dalla sindrome “del volontario di guerra”, guerra la sua personalissima che interessa ora i delfini, ora la violenza sulle donne, ora il cibo salutarissimo, ora le truffe in chirurgia estetica, guerra sempre distante da sé sia mai, almeno che non ne sia in qualche modo di qualche elemento un testimone quindi un vip della tragedia, e non avremmo tanta solitudine, tanti suicidi, tanti omicidi, tanto senso dell’incomunicabilità più atroce, tanta sporcizia davanti la porta di casa, e qualche volta, anche dentro.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.