Il feticcio dell’onestà in politica: privi di macchia senza essere puliti

Il dibattito politico vive oggi una febbre senza precedenti, una febbre paralizzante che rende la discussione una sterile farsa. Per rendersi conto di ciò basta seguire uno dei tanti format televisivi di opinione, dove l’argomento più concreto su cui si discetta è la proposta dei sindacati di pensionare gli italiani a 66 anni e 11 mesi contro quella del Governo che spera di chiudere invece a 67 belli e tondi, mentre il resto degli elevati argomenti all’ordine del giorno si staglia sul piano glorioso della fuffa, termine di conio feisbuccaro, ma che ben rende il concetto di inconsistenza delle preoccupazioni dei rappresentanti.

Dante Fazzini, “San Pinocchio liberatore”, un’ironia sullo stato dell’informazione nel nostro paese. L’ambientazione è quella di un tipico borgo con la sua piazzetta, che fa da sfondo al “pollaio” metafora dei talk-show italiani , dove imperano pettegolezzo, menzogne e false verità. L’opera è in formato A4 ed è stata riprodotta in 10 copie firmate e numerate. Chi è interessato può contattare in privato l’artista, visitando il suo sito internet con un semplice click sull’immagine.

Certamente di più, infatti, si aspettano dalla sintesi politica di istanze lontane o talora opposte la casalinga, la mamma, l’artigiano, l’imprenditore, il precario…

Di contro, un’attenzione morbosa e non casuale è riservata a certi aspetti del politico, della narrazione delle cose della politica, la quale, se diligentemente gestita, ha il potenziale di trasformare il nulla in facile consenso elettorale o agevole messa fuori gioco del nemico politico, con l’ausilio immancabile dei media, nonché dei rivoluzionari da tastiera che del click han fatto la loro spada.

Da Mani Pulite a Calciopoli, dal Caso Ruby alle “molestate vent’anni fa” dei giorni nostri, sono moltissimi gli esempi di gestione di passaggi storici a colpi di scandalo, per distrarre o destrutturare, con conseguente immediata divisione del pueblo in sostenitori e detrattori della domenica, di commentatori cui poco importa se la vita dell’oggetto delle loro opinioni potrebbe essere segnata per sempre, che poco sanno di essere talvolta soltanto pedine di un sistema che utilizza la loro indignazione per facilmente imporre scelte difficilmente avallabili attraverso le dinamiche ordinarie della democrazia nella sua accezione più pura.

Una legge “antifascisti” passa meglio se intanto si ricama uno scandalino sulla vicenda di un gestore nostalgico del ventennio, una legge “antiomofobi” esce meglio se intanto i giornali ci parlano quotidianamente di violenza a danno degli lgbt in barba a statistiche molto meno preoccupanti. “Nessuno tocchi Caino”, nome di una ONG divenuto slogan fortunato delle campagne radicali sul trattamento dei condannati, va a farsi benedire nelle reazioni a caldo del pueblo manettaro dinanzi al delinquente schiaffato sui TG della giornata.

Giustizialismo d’accatto, quindi, e cultura del fango sono posti al servizio del pensiero del sospetto che crea la politica della sfiducia e fonda, senza ritorno, la sfiducia nella politica, più di quanto essa non riesca ad armarla da sé. Non più chiacchiera da bar, non più parlottata della domenica a pranzo coi parenti, non più imprecazione da fila alle Poste, sua maestà la campagna di fango è ormai uno scientifico strumento di governo, paragoverno e campagna elettorale.

Oggi poi si costruiscono partiti le cui sezioni “in affitto” non sono più al di là delle saracinesche che danno sulla piazza più bella del paese, ma sul web: candidati e “cittadini” si incontrano in stanze social e primarie a colpi di click, spesso “io, mammate e tu”, esprimono i candidati al Comune o alla presidenza della Regione.

In contrapposizione dialettica alle cronache giudiziarie infelici che toccano trasversalmente tutti i partiti ‘tradizionali’, siffatti utenti-cittadini tendono a considerare la nuova forma di partecipazione 2.0 l’unica ad essere democratica, facendo leva argomentativa sulla parità di peso delle opinioni espresse nel virtuale, sull’uniformità delle consultazioni, sulla possibilità di signor nessuno di intraprendere un’impresa – quella politica – costosa e di privilegio.

Un po’ come l’arbitro, almeno dalla mie parti, è sempre cornuto, allo stesso modo, il politico per narrazione e – ahi-noi! – spesso per cronaca, è sempre ladro (o comunque delinquente), ma non solo dalle mie parti. Così, quale trovata pubblicitaria e specificatamente elettorale potrà mai essere migliore di quella che frappone ladri per definizione a onesti per benedizione? La camicetta dell’onestà decora come una medaglia al valore quanti di buon slancio vogliano indossarla, e per avercela basta essere “presentabili”, presentabili cioè senza passato.

Facile se hai fatto l’artigiano o l’operaio, meno facile se hai fatto l’imprenditore, difficilissimo se nel tuo curriculum c’è più politica che lavoro.

Senza passato vuol dire senza macchia, senza macchia cioè senza precedenti, senza precedenti cioè senza errori. Senza macchia però senza essere necessariamente puliti. O ripuliti. O rinati. Perché passa di mezzo il mare tra l’essere senza precedenti e l’essere puliti. Non è una condanna che fa un uomo, ma lo fa ad esempio di certo l’avere pagato il dovuto.

È nata così l’onestà nella politica, urlata in piazza e sbandierata nei talk-show in un continuo contrapporre il proprio senzamacchismo alle macule degli altri, onestà che muore però a sprazzi in qualche inchiesta eccellente che colpisce persino i fautori della nuova politica “dei cittadini onesti”, espressione che come descrizione vale poco, o almeno vale fino a prova contraria, fino a che una delle tante vicende giudiziarie, appunto, a orologeria, non colpisca persino i puri più puri degli altri…

Tuttavia, a livello comunicativo, il meccanismo del patentino dell’onestà funziona, funziona finché il paladino dell’antiabusivismo edilizio non viene indagato per abusivismo edilizio, finché il protettore dei lavoratori del futuro non viene indagato per avere falsificato la busta-paga dei suoi dipendenti. Viene indagato, non certo condannato! Persino in questa distorsione della realtà un indagato è ancora senza macchia, ma ce lo siamo scordati. O meglio, a nessuno interessa ricordarlo perché la farsa si muove ovviamente su un piano di non verità, e nel teatro ciascuno deve fare il suo.

Non è un segreto per nessuno che il garantismo come tutela dell’individuo sottoposto ad azione giudiziaria (esplicato nelle formule di Ferrajoli “nessuna pena senza reato, nessun crimine senza legge, nessuna legge penale senza necessità, nessuna necessità di legge penale senza danno, nessun danno senza azione, nessuna azione senza colpa, nessuna colpa senza processo, nessun processo senza accusa, nessuna accusa senza prova, nessuna prova senza difesa”), valore principe dello stato di diritto, sia bell’e calpestato da un po’, e basta un’indagine, talvolta semplicemente obbligata dalle circostanze, a distruggere la reputazione e a trasformare in impresentabile chiunque. Complice ovviamente un sistema d’informazione che tiene in piedi il gioco squallido del fango, senza mostrare scrupoli nei confronti della persona, della sua famiglia, della sua storia che non sempre è quella del mostro da prima pagina.

Il cittadino 2.0 scopre così l’esistenza di un’alea sinora sconosciuta nella sua attività di moralizzatore virtuale del mondo politico ladro e poi di candidato e poi di eletto. Scopre in sostanza che l’impresentabile oggi è lui. E scopre – almeno questo auspichiamo – che quell’onestà tanto sbandierata, alla fine, è solo una malattia, la malattia dell’ipocondriaco. Essa è quindi un’astrazione, quando la si usa come arma dialettica, ma è anche un boomerang quando colpisce di ritorno e molto prima dell’accertamento giudiziario con relativa condanna per i reati imputati.

Per evitare equivoci, specifichiamo che non si sta certo negando, all’interno del nostro ragionamento, che chi sbaglia debba non rimanere impunito o che non si debba chiedere qualità nei profili di chi potrebbe andare a ricoprire incarichi pubblici, che sono oneri ed onori, ma questo profilo non può essere artatamente costruito quando la camicetta dell’onestà era pulita e artatamente distrutto quando si è macchiata e in modo non ancora definitivo. Dietro siffatte costruzioni c’è la Persona, nella sua dignità, nel suo essere di più del vociare più fastidioso che gli si innalza intorno o di un’inchiesta che deve fare la sua strada, anche quando ha sbagliato e qualunque sia stato il suo passato, ovunque sia partita.

Un ultimo appunto va fatto sullo strano concetto di democrazia tutto moderno, termine agghindato e restituito in una dimensione ‘morale’, a tratti ‘religiosa’. Democrazia significa, invece, soltanto “potere del popolo”, ed è solo una forma di governo, non progressismo-crazia, quindi potere dell’ideologia che decide chi è presentabile, chi può rappresentare e chi merita rappresentanza, sempre più spesso sulla stregua di percezioni e costruzioni e non secondo le leggi per le quali un indagato è solo un indagato e non certo un mostro.

Si finisce quindi per negare nella realtà dei fatti il valore vero della rappresentanza democratica, banale gioco di numeri, almeno quando bisogna contare i voti. E non c’è un voto più voto degli altri, che ne dicano quelli che vogliono fare votare solo i “democratici”.

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