Rieducazione alimentare al tempo della crisi: insetti e larve sulle nostre tavole

“The Snowpiercer” è un film di qualche anno fa, ambientato in un futuro distopico. L’ossessione ambientalista per il “Global warming” ha portato l’uomo ad intervenire pesantemente sul clima per raffreddarlo, provocando una glaciazione terribile e perenne che aveva annientato e reso impossibile la vita sulla Terra . I pochi esseri umani superstiti vivono in un treno avanguardistico, lanciato in una corsa velocissima e perpetua nello spettrale e desolato paesaggio ghiacciato.

La gran parte di queste persone forma un sottoproletariato straccione e inattivo, confinato negli ultimi vagoni del treno, spogli e tetri, e viene nutrita con tavolette scure e gelatinose, chiamate “proteine” dai funzionari che vivono nei primi vagoni. Il film racconta di una rivolta: gli esponenti di quella umanità povera, derelitta e affamata risalgono il treno – con violenza e grande spargimento di sangue- fino ai primi vagoni, sempre più lussuosi e comodi, in cui vive un’umanità serena e agiata, difesa da milizie addestrate e armate. Nel corso della loro lotta, gli ultimi scoprono che le tavolette di “proteine” sono in realtà ottenute da un frullato orrido di scarafaggi, mentre nei primi vagoni i fortunati occupanti gozzovigliano con leccornie elaborate, tutt’altro che “macrobiotiche”.

La pellicola mi è tornata in mente all’indomani della diffusione della notizia per cui, dal primo gennaio 2018, si applicherà il nuovo regolamento UE sul “novel food”, che permetterà di riconoscere gli insetti interi e i prodotti derivati dagli stessi come nuovi alimenti e come prodotti tradizionali da Paesi terzi, aprendo di fatto alla loro produzione e vendita anche in Italia.

Si parlava da tempo di questa ipotesi, portata avanti non certo per venire incontro alla curiosità di qualche esterofilo culinario, quanto per introdurre anche in Europa un’alimentazione proteica e nutriente alternativa al classico consumo di carne e altri derivati animali. E da ancora più tempo siamo bombardati da una campagna che vorrebbe i consumatori di carne e altri prodotti animali doppiamente colpevoli: contro gli animali, sacrificati per imbandire le nostre tavole e contro il pianeta, minacciato e devastato dagli effetti dell’allevamento intensivo.

La questione viene posta in una chiave etica che sfora nell’ideologia, per cui l’uccisione degli animali a scopo di nutrimento è un crimine vero e proprio e le attività svolte dall’uomo ai fini della sua sopravvivenza mettono costantemente in pericolo il pianeta, vissuto – non quale habitat dell’uomo come di tutte le altre specie viventi – ma come un organismo vivente, quasi un’entità metafisica.

Ritengo che tale impostazione sia radicalmente sbagliata e estremamente controproducente per chi la propone, dal momento che comporta necessariamente uno scontro con chi – legittimamente – rivendica il diritto di nutrirsi secondo le proprie esigenze e abitudini, rifiutando di essere considerato un assassino o un distruttore di equilibri. Equilibri peraltro piuttosto discutibili, dal momento che alcune frange più esasperate di certo pensiero animalista ed ecologista che si stracciano le vesti per l’estinzione dell’ultimo pesciolino microscopico nel fondo di chissà quale oceano, arrivano invece ad auspicare l’estinzione del genere umano, sterminatore di specie e stupratore di paesaggi.

Avrebbe molto più senso abbandonare questo scontro fra vegetariani/vegani e onnivori e porre la questione su un piano che coinvolga tutti, a prescindere da ogni legittima scelta sulla propria alimentazione. La produzione corretta di ogni alimento – non solo della carne, quindi – è un interesse di ogni consumatore, il quale vede invece spessissimo sacrificato il suo diritto alla salute e alla conoscenza della esatta composizione e provenienza del cibo alle necessità del mercato e alla produzione di prodotti a ritmi forsennati e insostenibili.

La prima etica da rispettare in chi produce del cibo è quella di tutelare chi andrà a consumarlo. Secondo questo principio diviene facile capire come certe tipologie di allevamenti e di produzione che comportano trattamenti inumani per gli animali utilizzati dovrebbero essere rivisti. Perché spesso una modalità inopportuna di trattamento dell’animale si evolve in un danno grave, se non mortale, alla salute dell’uomo che ne consuma la carne o altri derivati.

Tutti ricordano i casi della cosiddetta “muca pazza”, morbo che colpisce prevalentemente i bovini, ed è provocata da un agente infettivo non convenzionale, la cui causa scatenante è oramai riconosciuta nella somministrazione ai bovini di mangimi contenenti farine di carne ed ossa animali, spesso delle stesse specie ruminanti a cui erano destinate. La forzatura del mercato che – per aumentare in particolare la produzione di latte – arrivava a nutrire degli erbivori con componenti animali, ha comportato danni gravissimi alle bestie e a chi se n’è nutrito. Nonché all’economia delle carni bovine, che per anni ha scontato la diffidenza e la paura dei consumatori, patendo perdite enormi.

Anziché porre però la questione in termini condivisibili, cercando di inserire dei temperamenti alla forsennata ricerca del profitto a tutti i costi, si è scelta una via del tutto discutibile che apre alle medesime storture, replicate su altro genere di alimenti.

La FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura) spinge da anni verso il consumo di insetti sostenendo che quasi 2000 specie siano considerate commestibili e vengano consumate da almeno 2 miliardi di persone nel mondo e cerca di forzare persone che vivono in Paesi con una cultura alimentare completamente diversa, che non solo ignora la destinazione alimentare di certi animali, ma ne prova un istintivo ribrezzo.

Analogamente, l’OMS (Organizzazione mondiale per la sanità) continua inserisce la carne rossa fra gli alimenti considerati “cancerogeni”, sebbene essa non possa essere considerata tale tout court, se inserita in una dieta bilanciata e priva di eccessi che – è noto – renderebbero dannoso il consumo di qualunque alimento. Martin Merrild, presidente del COPA (Associazione degli Agricoltori Europei), ha infatti spiegato che “I benefici nutrizionali del consumo di carni bovine, vitello, agnello, pollame, coniglio, ovine e suine e di uova sono chiari perché forniscono ai consumatori un eccellente apporto di proteine nella propria dieta” precisando che “l’allevamento è inoltre cruciale per l’economia delle zone rurali in cui spesso non vi sono alternative occupazionali“. E che andrebbero a scontrarsi con produttori di alimenti “alternativi” che vivono e producono in Paesi che non sono tenuti al rispetto delle regole comunitarie.

E sulla scorta di questa narrativa che vede nella carne e in altri prodotti da allevamento la causa di problemi che non è per nulla accertato siano dovuti alle attività imputate e che sarebbero comunque ridimensionabili con alcune regole e controlli ferrei, da estendere con maggior rigore ai prodotti di importazione extra europea, si è inserito il via libero della UE alla vendita degli insetti. Anche e soprattutto di fronte a questi nuovi “alimenti” è però lecito porsi le stesse domande di carattere sanitario e salutistico, su quelli che sono i metodi di produzione e sulla stessa provenienza e tracciabilità degli insetti, anche tenuto conto che la gran parte di questi nuovi prodotti proviene da Paesi extracomunitari, dove negli ultimi anni si sono registrati diversi casi di “allarmi alimentari”.

Ma un interrogativo ulteriore mi pare meriti risposta: a chi sono destinati i nuovi cibi preparati con cavallette, formiche e larve? Chi dovrà sobbarcarsi il costo, in termini di stravolgimento di abitudini e ridimensionamento delle proprie pretese alimentari, di dar seguito ai “suggerimenti” di queste entità sovranazionali, tanto preoccupate per la nostra salute e quella del nostro Pianeta? Insomma, cosa metterà in tavola dopo il 1° gennaio 2018 il maggiordomo di un funzionario della FAO, o di un esperto della OMS o di un “capoccia” di Bruxelles? Continuo a pensare alle tavolette di “proteine” somministrate ai poveracci e ai manicaretti gustosi e ipercalorici dei fortunati passeggeri dei vagoni delle prime classi, del treno Snowpiercer.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

 

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