“Che mondo lasceremo in eredità alle nuove generazioni?”

È notte in una cittadina della provincia brianzola. Un cameriere viene investito da un fuoristrada, mentre sta tornando a casa in bicicletta, dopo aver lavorato alla cena di Natale di un istituto superiore. Il conducente non si ferma a prestare soccorso. Succede questo nel prologo di tre minuti de “Il capitale umano” di Paolo Virzì.

Si susseguono poi tre capitoli, dedicato ciascuno a un determinato personaggio, che raccontano vicende iniziate sei mesi prima dell’incidente, nella stessa giornata: Dino Ossola (Fabrizio Bentivoglio), piccolo immobiliarista della zona, accompagna la figlia a casa del suo fidanzato, Massimiliano, diventa compagno di doppio a tennis di Giovanni Bernaschi (Fabrizio Gifuni), il padre del ragazzo, ipoteca la casa e prende a prestito dalla banca una somma enorme, per poter entrare nel mitico fondo Bernaschi, che promette rendimenti stellari.

Carla (Valeria Bruni Tedeschi), la madre del ragazzo, nonché moglie dello squalo della finanza, si lancia nell’avventura di ridare vita a un vecchio teatro in rovina. Serena (Matilde Gioli), figlia di Dino, ha lasciato il fidanzato (ma nessuno lo sa) e conosce Luca (Giovanni Anzaldo), ragazzo molto sensibile e di talento, orfano di entrambi i genitori, molto fragile e con problemi con la giustizia (per colpe non sue).

Il colpevole (potrebbe essere Massimiliano, il proprietario dell’auto pirata, è il sospettato numero uno ma sarà stato veramente lui alla guida?) si scopre a una ventina di minuti dalla fine e l’opera si conclude con un capitolo finale (dal titolo “Il capitale umano”), di cui ovviamente non parlo.

Partendo da un romanzo del 2008 (dal titolo omonimo) dello statunitense Stephen Amidon, Virzì debutta con risultati eccellenti nel territorio del dramma. A parere di chi scrive, infatti, si tratta del miglior film italiano del 2014, nonché uno dei più significativi del decennio. Anche limitandosi a una visione superficiale, “Il capitale umano” si lascia guardare e stupisce per la notevole capacità del regista di dirigere con mano ferma e sapiente l’incastro dei piani temporali, operazione assolutamente non semplice. E oltre ad essere magistralmente diretto, il film è abitato da attori in stato di grazia, tutti decisamente in parte, con un paio di rivelazioni (Matilde Gioli e Giovanni Anzaldo).

E Virzì, uno dei migliori registi italiani degli ultimi anni, come in altre occasioni (basti pensare, ad esempio, a “Baci e abbracci”, “Caterina va in città”, “Tutta la vita davanti”) si conferma in grado di cogliere e raccontare aspetti del mondo contemporaneo e del Bel(?)paese. Ma allo stesso tempo di parlare dell’essere uomo e all’essere umano. E di realizzare così un grande film (anche se non perfetto), per la profondità e la molteplicità degli spunti e delle riflessioni che suggerisce.

Protagonista degli eventi è il tema della finanza e delle sue mostruosità: “Noi abbiamo puntato sul crollo e invece non è successo” e soprattutto “Avete scommesso sulla rovina di questo paese e avete vinto” sono frasi iconiche e ben rappresentative del film. E le derive degli ultimi anni sono il frutto di una sorta di percorso in atto da tempo e che ha trovato terreno fertile in una caratteristica quasi innata nell’uomo, almeno in certi uomini, una avidità divorante di cui è affetto Dino che, già padre di una figlia maggiorenne, mentre è in attesa di due gemelli dalla seconda moglie, sa pensare solo ai bramati guadagni “facili” di una operazione iper speculativa.

Viviamo in un mondo dove si è ormai realizzato il travisamento del valore dell’essere umano, dove «Il valore di una vita umana, chiamato “capitale umano” dai periti assicurativi è calcolato sulla base di parametri specifici: “l’aspettativa di vita di una persona, la sua potenzialità di guadagno, la quantità e la qualità dei suoi legami affettivi”».

In realtà credo che il vero protagonista del film sia il rapporto genitori-figli. Non a caso il regista dedica i tre capitoli a un padre, una madre e una figlia. E tra i personaggi più significativi, a fianco dei tre “indagati” da Virzì, si possono citare Giovanni Bernaschi, Roberta e i due ragazzi, Massimiliano e Luca, che possono, tutti, essere letti e interpretati anche e soprattutto per il loro essere genitori e figli.

Il film ci presenta un campionario di genitori pessimi per non dir di peggio. Ci sono quelli che abbandonano i figli (Luca non ha mai visto il padre; Serena, da ragazzina, ha visto la madre partire col compagno per la Romania e da quel momento ci sono state solo “indimenticabili” telefonate di compleanno); c’è uno zio (di Luca) che, alla morte della sorella, diventa tutore ma è interessato solo ai soldi. C’è la compagna di un padre (Roberta, una meravigliosa Valeria Golino), che si sente a disagio a crescere una figlia non sua.

C’è un padre (Dino) inadeguato, avido, spregevole, che pur avendo tutto (un buon lavoro, una figlia con la testa sulle spalle, una seconda moglie praticamente perfetta, un paio di gemelli in arrivo), non è capace di avere un rapporto vero con la figlia e pensa solo a sé e ai soldi in qualsiasi situazione, anche quando la moglie, incinta, sta male oppure la figlia ha bisogno di supporto perché coinvolta, nonché provata anche emotivamente, dall’indagine della polizia. È significativo che abbia tradito gli insegnamenti e la saggezza, solida, del padre da cui ha ereditato l’attività di famiglia («Mio padre diceva sempre: “Case e bare, non possono mancare”») per lanciarsi in un azzardo finanziario più grande di lui.

Una mamma (Carla), incapace di comprendere il figlio: ha tutto ma non sta bene, quasi travolta da giornate piene di “impegni” (nuotate nella piscina privata, jogging, shiatsu, manicure, scarpe, tessuti per le tende, antiquariato: “sono arrivate delle bellissime cose dall’India e allora non me le voglio far scappare”) ma vuote di contenuto. Un padre (Giovanni) che quasi pretende che il figlio sia “il migliore” e neanche prende in considerazione la possibilità che non vinca il premio per il ragazzo dell’anno della scuola. E Roberta, psicoterapeuta in una struttura pubblica, osserva lucidamente: “questi ragazzi che sono angosciati di essere dei perdenti, me li ritrovo in terapia da me […]. Secondo me è dannoso. Io penso che a quest’età [la competizione] generi soprattutto insicurezza e ansia”.

Errori e colpe nel crescere e nell’educare i figli, che non possono poi per ripercuotersi nella formazione stessa dei ragazzi e nel loro futuro. E Massimiliano è un figlio che non riesce a sostenere le aspettative del padre. Altro tema portante ritengo sia il modo dei genitori di affrontare le colpe (vere o presunte) dei figli. E in questo senso sarebbe interessante una visione “congiunta” con “I nostri ragazzi” di Ivano de Matteo, uscito qualche mese dopo, che con “Il capitale umano” condivide un attore, Luigi Lo Cascio.

È Natale (potrebbe addirittura essere la Notte di Natale, dato il “Buon Natale, professore” che si sente a un certo punto) ma sembra quasi che nessuno se ne accorga. Non c’è traccia di spirito natalizio e non si vedono addobbi nelle case e nelle strade (a parte i pipistrelli disegnati da Luca sulle vetrate di un locale, giudicati poco natalizi dal proprietario).

Sullo sfondo c’è un teatro storico prima salvato (con un’operazione giustificata comunque da motivazioni poco nobili, i vantaggi fiscali derivanti dall’istituzione di una fondazione) ma destinato a lasciare tristemente il posto a un condominio. E proprio stamattina sono rabbrividito alla vista di un cinema/teatro a Venezia che, dopo essere stato per anni una sede dell’università (ricordo lezioni e pure esami sostenuto in quel palazzo!), oggi è diventato un supermercato. E c’è un’agenzia immobiliare che dimezza la sua metratura per lasciare il posto a un negozio con insegna cinese.

Che mondo lasceremo in eredità alle nuove generazioni?”, sembra interrogarsi Virzì. E simbolicamente due gemelli stanno per nascere. E in questo quadro agghiacciante c’è ancora una possibilità di redenzione, una goccia di speranza? Una risposta la possiamo leggere, forse, da alcuni sguardi dei protagonisti. Dino, un essere abietto che fa a gara con lo zio di Luca per il ruolo di personaggio più cattivo, nell’ultima parte non si vede e quasi non merita di essere “protagonista” di uno sguardo, è davvero difficile che per lui possa esserci una qualche redenzione. Un altro personaggio (non vi dico chi) si guarda allo specchio e i suoi occhi tradiscono l’inquietudine del non avere la coscienza a posto e del non sapere se si ha ancora la possibilità di un qualche riscatto.

Mentre l’ultimo fotogramma del film ci regala uno sguardo (anche in questo caso non vi svelo nulla) con cui il regista sembra quasi dirci che (forse), nonostante il quadro pessimo e desolante, c’è ancora una speranza di un mondo migliore. Nonostante il marcio e le difficoltà, c’è ancora spazio per l’Amore, come testimonia il personaggio di Roberta. E non è un caso che nel film gli adulti siano protagonisti di rapporti quasi glaciali (Carla e Giovanni), monodirezionali (Roberta e Dino), tradimenti, mentre l’unica storia d’Amore sana e bella nasca tra due ragazzi; non possiamo che riporre le nostre speranze sui giovani, infatti (mi viene da pensare anche all’incantevole “Piuma”).

Forse non è la prima volta nella filmografia del regista livornese che i pochi personaggi positivi siano femminili, qui in particolare Roberta e Serena (significativo il loro abbraccio in una scena). Persino l’ex segretaria di Dino, personaggio di contorno del film, si rivela essere una brava persona. E c’è un altro sguardo, che non si vede nel film, ma di cui ha parlato Virzì in un’intervista. Mentre girava “Il capitale umano”, il regista, che stava per diventare padre (particolare a parer mio da non sottovalutare nel commentare il film), mentre stava girando una scena, con la coda dell’occhio ha visto la moglie Micaela Ramazzotti, col pancione, tenere per mano Valeria Bruni Tedeschi (e quell’immagine l’ha ispirato per la sua opera successiva, “La pazza gioia”).

All’uscita de “Il capitale umano” Virzì fu accusato di aver dato una pessima immagine del Nordest ma credo che in realtà il regista abbia scelto queste zone semplicemente perché perfette dal punto di vista geografico e climatico per ospitare quelle vicende. Ma avrebbe potuto ambientare la stessa storia, sia pur con qualche leggera variazione, in qualsiasi altra zona dell’Italia.

In conclusione non posso che “promuovere a pieni voti”, dunque, “Il capitale umano”, film che a distanza di quasi quattro anni dall’uscita nelle sale, si conferma opera da vedere e rivedere, ricca di stimoli e di riflessioni su cui meditare con la mente e col cuore.

 

La foto in alto, “Teatro Italia”, è di Alfonsa Cirrincione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *