Lo sfratto degli dei

Tutti, o quasi, preoccupati per gli sgomberi forzati da abitazioni abusive e da spazi pubblici illegalmente occupati, ma non si percepisce nessuna angoscia per la sommessa espulsione delle divinità familiari dalle abitazioni dei moderni cittadini. Abituati da tempo a limitarsi alla realtà e alle sue misurazioni meccaniche, anche la casa, come altri innumerevoli elementi della vita dell’uomo, è stata desimbolizzata e ridotta ad edifico di residenza.

Giovanni Iudice, Il bagno, olio su tavola 30x20cm

Gli anglosassoni, tuttora, distinguono linguisticamente l’abitazione con due vocaboli di concetto diverso: house, per indicare la struttura tecnica, la composizione geometrica, la costruzione misurabile, e home, per significare nido familiare, focolare domestico, luogo affettivo.

La solidificazione del mondo – per dirla alla Guénon –, in complice connivenza con la sua mercificazione, ha creato un vuoto che non è solo culturale, ma una vera e propria scomunica di quel vissuto simbolico che è il dispositivo vitale per comprendere il senso stesso della vita nella sue componenti personali e comunitarie. Del resto, basti pensare all’abuso linguistico alla quale è sottoposta l’economia – che etimologicamente deriva da oikos, casa enomos, norma o legge, quindi gestione della casa –, deformata nella pratica a finanza e burocrazia fiscale globalizzata e spesso anonima. Oppure alla tanto perversa quanto mistificante sinonimia tra abitare e risiedere, concetti non sono non equiparabili, ma diametralmente opposti: abitare, come dimensione esistenziale secondo Heidegger ed etologica secondo Lorenz, una condizione trascendente e di carattere storico-spirituale; risiedere, come situazione contingente, di carattere pratico, di precaria opportunità.

Parlare di casa, oggi, non ha alcun senso se non si entra nel dispositivo simbolico e ci si limita a quello funzionale e pratico proposto dalle agenzie immobiliari.

Prendere o lasciare: non ci sono terze opzioni per affrontare questo argomento. O si ha la percezione del Daimon, direbbe Hillman, della vocazione a sentire in un certo modo, oppure ogni argomentazione appare fuori tempo e fuori luogo.

Ascoltiamo il Daimon, quindi, e cominciamo a definire il concetto di casa secondo una coscienza metafisica, secondo un’intuizione che si elevi dalla realtà manipolata che viene proposta.

La casa è uno spazio che custodisce un tempo personalizzato, fatto di memoria, di esperienze e di immaginazione. Questo spazio, e questo tempo, si inseriscono nell’interiorità dei suoi abitanti, che può essere a volte condivisa e altre volte tenuta religiosamente occultata nel segreto di ciascuno, ma che comunque permea l’atmosfera complessiva dell’ambiente e delle persone che lo vivono. Oggi, nella deformazione complessiva della lingua – anzi del suo fantasma, secondo l’interpretazione di Richard Millet1 – si continua a parlare di location, quando si vuole circoscrivere un luogo secondo certe caratteristiche utili, perché si è «smarrito il senso di un “sito” complessivo dove materiale ed immateriale si incontrano in una festa di spiriti e di corpi, di colori, di luci, di odori, e di sapori, e di visioni dai panorami impalpabili e profondissimi»2.

Questa è la casa della tradizione e del simbolo. Un luogo vivente, un organismo animato, un interno che definisce il confine con il fuori. È il simbolo non solo della sicurezza fisica, ma anche quello del principio primigenio del fuoco – focolare – attorno al quale si sviluppano gli ambienti e verso il quale si attiva la protezione degli dei domestici, della famiglia e degli antenati. Essa rappresenta – nel linguaggio della psicologia archetipica – l’interiorità dell’immaginazione, dove «consumare i pasti, bere il vino, abitare [significa] avere l’intera psiche immersa nel luogo, tanto da poter capire cosa il luogo voleva, “come” cercava di esprimere se stesso»3.

La casa, infine, non era solo il domicilio, un punto di incontro quotidiano, un contenitore di oggetti e di funzioni, una residenza burocratica, ma una abitazione. E non è un caso linguistico se da questo vocabolo è stato dedotto il termine habitus, un carattere acquisito ma radicato che orienta le nostre sensazioni, i nostri desideri e, di conseguenza, le nostre condotte. Un’abitazione vivente i cui componenti adulti recepivano la trasmissione degli antenati e la tramandavano alle nuove generazioni. In cui il pater familias era il custode dell’eredità psichica e morale ma, contemporaneamente, il difensore fisico dell’integrità del luogo e del focolare.

Tutto questo impianto simbolico si è smarrito nella «marcia infernale del progresso»4, dove tutto dev’essere pratico, funzionale e consumabile. Bisogna badare alla sostanza, dicono i praticoni della modernità, cioè, etimologicamente, a ciò che sta sotto. Noi preferiamo, invece, occuparci dell’essenza, perché la spiegazione delle cose procede dall’alto verso il basso, e non viceversa. E nell’inversione di questa procedura, gli dei si sono defilati. Non più i Lari e i Penati a tutelare il territorio attorno alla casa e a vigilare sulla dispensa della famiglia, né capifamiglia a difendere l’uscio con l’accetta in mano.

Ma il fuoco non si è spento, è solo custodito segretamente in attesa di un tempo propizio a venire.

1 Cfr. R. MILLET, Lingua fantasma, trad. it., Liberilibri, Macerata 2014.

2 L. URBANI, Habitat, Sellerio, Palermo 2003, p. 344.

3 J. HILLMAN, L’anima dei luoghi, trad. it., Rizzoli, Milano 2004, p. 94.

4 Cfr. O. REY, Dismisura, trad. it., Controcorrente, Napoli 2016.

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