Se lo Stato asseconda il gioco d’azzardo

Sul gioco d’azzardo e le implicazioni patologiche e sociali che esso può determinare e determina, si è detto tanto e fatto poco. L’esame della situazione del gioco d’azzardo in Italia è sempre intrinsecamente collegato ad una valutazione di ordine morale, almeno etico, dal quale vogliamo discostarci per oggi. Per affrontare questo spinoso problema seguiamo una pista più pragmatica e meno mutevole a seconda della connotazione che si dia al gioco.

Pier Paolo Baretta, sottosegretario all’Economia con delega ai giochi, ha recentemente sostenuto che ‘liberalizzare’ il gioco d’azzardo, togliere di mezzo regole in materia, avrebbe contrastato l’illegalità. I dati, oggi, ci dicono piuttosto il contrario: ci dicono che ogni tipo di liberalizzazione del gioco di azzardo ha favorito la partecipazione di sempre più persone al fenomeno. In conseguenza alla crescita dell’offerta, è aumentata anche la domanda.

Lo diceva già la Consulta Nazionale Antiusura nel 2000, parlando di uno “sconcertante tandem tra il gioco legalizzato e il crimine”. Oggi anche la Commissione antimafia ha denotato che la criminalità ha forti interessi a radicarsi sia nel gioco illecito che, al contrario di quello che molti credono, anche nel gioco lecito, soprattutto quello online e quello relativo al settore delle scommesse.

Esiste una connessione, sottolineata dalla stessa Commissione antimafia, fra aumento del gioco lecito e maggiore ricorso a quello illecito. Si tratta del fenomeno per cui molti giocatori, e molti ludopati, passano dal gioco controllato a quello illecito, attirati da offerte che sono indubbiamente economicamente più allettanti. Finiscono così nel giro degli strozzini, e finiscono per sprofondare sempre di più in una patologia disastrosa per loro stessi e per il tessuto sociale: senza contare che contestualmente forniscono denaro e rilievo ad attività criminali.

Non vogliamo entrare ora nel merito delle azioni programmate dalla Commissione antimafia, la quale ha un suo piano strategico di contrasto verso la criminalità nel gioco legale/illegale: detto ciò, l’analisi tocca piuttosto la dimensione etica del gioco, una volta dimostrato che il controllo del gioco legale non è sufficiente per spodestare quello illegale anzi, in alcuni casi, sembra fargli da spalla.

Dal 2005 al 2014 il ricorso ai giochi ha avuto un boom del +191%, il guadagno erariale è stato solamente del +30%. Nel 2014, si stima che ogni italiano (inclusi anziani e neonati) abbia speso a testa 1400 euro per il gioco d’azzardo. Nel panorama europeo deteniamo un merito di cui non possiamo essere fieri: siamo al primo posto nella graduatoria dei Paesi per la spesa nel gioco.

La domanda quindi sorge spontanea: che cosa guadagna lo Stato dal gioco d’azzardo?

Le casse statali ricavano (in media) intorno agli 8 miliardi di euro netti ogni anno: questo settore fa lavorare, in Italia, circa 120mila persone legalmente. Ai costi che lo Stato indubbiamente ricava dobbiamo togliere gli indubbi costi economico-sociali della ludopatia, che sono di diversi miliardi di euro. Secondo il Servizio Sanitario Nazionale un giocatore su 75 versa in uno stato patologico.

Inutile sottolineare qui che gli effetti della ludopatia sono pesanti sia sul bilancio familiare (in termini economici e affettivi, in quanto spesso portano alla rottura delle famiglie) sia in termini lavorativi e sociali. Ci sono circa 800mila giocatori patologici in Italia. Secondo uno studio di Eurispes, il 56% dei giocatori è disoccupato e appartiene ad una classe sociale medio-bassa. Il fenomeno non risparmia i giovani: dal 2000 al 2009, gli studi hanno evidenziato che gli studenti che dichiarano di giocare d’azzardo sono passati dal 39% al 50%.

La società civile, però, non è del tutto indifferente a questa piaga strisciante che si sta diffondendo a macchia d’olio. Esistono piccoli commercianti, titolari di bar e di locali che decidono di loro spontanea volontà di eliminare le macchinette, rinunciando ad un indubbio introito economico. Tuttavia, senza un vero supporto pubblico, la loro rimane una sorta di lotta di Davide contro Golia: dove Golia è lo Stato, che guarda senza fare nulla, in una sorta di bilico fra il contenimento dei danni della ludopatia e la totale indifferenza nei confronti di questa tragedia mascherata da slot colorate.

Il danno della ludopatia è sia di natura economica (diversi studi evidenziano che se i soldi spesi nel gioco venissero impiegati in modo diverso lo Stato avrebbe maggiori guadagni dall’IVA) e di natura morale. Lo Stato, assecondando la ludopatia, è costretto anche a cercare dei rimedi per una vera e propria piaga sociale non indifferente. Alcuni dei palliativi per la ludopatia sono gli sportelli dell’ASL di contrasto a questo problema, come anche il servizio svolto da altri enti che gratuitamente offrono la consulenza di professionisti per aiutare le persone ‘malate da gioco’. Tuttavia, questo non basta per sradicare il problema dal tessuto sociale.

Lo si può fare solamente riscoprendo un nuovo ruolo dello Stato nella disciplina del gioco d’azzardo: uno Stato presente, non asettico bilanciatore di interessi super partes, gestore del gioco pubblico e anche colui che paga le cure di chi per gioco s’ammala. Nella scommessa del gioco d’azzardo, indifferenti non si può rimanere: è ora che anche lo Stato, o meglio, le persone che lo compongono, comincino a giocare un ruolo in prima linea per la difesa della società, delle famiglie, e del benessere psico-fisico dei cittadini.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

La deformazione della realtà per adattarla a pulsioni e psicosi

Giovanni Iudice, Nudo allo specchio, olio su tela cm70x60, 2007

 

La sociopsicoanalisi si aggira tra le disfunzioni individuali e collettive della società senza trovare una diagnosi univoca per schedare il disagio generale. Del resto, ogni forma di catalogazione e di incastro nosografico si scontra con le singolarità degli individui, ed ogni espressione patologica è sempre mista, variamente associata con altri spunti e segnali di disfunzione.

Charles Melman tenta di operazione di riassunto dei variegati malesseri, ed in un suo saggio sintetizza questa denunciata condizione patologica in un titolo lampante: “L’uomo senza gravità”.

È questo il prototipo dell’attualità umana. Un essere fluttuante che ha reciso ogni legame ed estirpato le proprie radici illudendosi di perseguire una libertà illimitata, e invece si è trovato prigioniero delle proprie angosce e schiavo di bisogni artificialmente indotti e mai soddisfatti.

Un essere che ha preteso di superare ogni limite e di infrangere qualsiasi legge, precipitando in una irrealtà caotica ed in una totale assenza di orizzonti e di riferimenti.

Un essere che ha creduto – nell’allucinazione narcisistica e onnipotente delle “colomba di Kant” – di liberarsi dall’attrito per volare meglio, di disinnescare l’attrazione della gravità, e quindi della realtà, per trovarsi alla fine a ondeggiare nell’universo vacuo ed inconsistente del relativo, del transitorio e dell’effimero.

Questo soggetto mediocre, qualunquista, indifferenziato ha perso la sua dimensione specifica per trasformarsi in un individuo flessibile, malleabile e sostanzialmente sostituibile.

Mentre per Freud, ne “Il disagio della civiltà”, il soggetto si costruiva con la frustrazione delle sue pulsioni dato dall’impatto con la realtà circostante, ora questa realtà non solo permette, ma esige, il superamento di ogni frustrazione, il dovere del godimento – secondo il teorema di Lacan – la soddisfazione omologante delle voglie.

L’Io si definiva attraverso il limite delle richieste dell’Es ed il controllo del Super-Io interiorizzato. Ora, l’Es ha invaso l’Io tracimando oltre le barriere del Super-Io, e il risultato è quello di un individuo in balìa delle pulsioni, frammentato nelle sue rappresentazioni, totalmente incapace di sostenere il confronto con il reale attraverso la decifrazione del simbolico.

La condizione è simil-psicotica, dove tanti mondi egoistici vivono l’uno accanto all’altro senza opportunità di conoscenza; dove la distorsione ideativa e percettiva, attuata dopo anni di decostruzione della persona e di oggettivazione dell’umano, ha indotto a credere in una irrealtà diffusa e pervasiva. Senza più confini e prescrizioni ogni cosa è possibile, e se non è possibile ora bisogna applicarsi per farla rendere avverabile.

Basti pensare all’ideologia gender ed alla sovversione delle leggi della natura e della genetica.

In questo modo, alla psicotizzazione della realtà si è arrivati alla reificazione dell’uomo e, con essa, alla perversione dei rapporti interpersonali.

Allora, un tecnico affidabile, un esperto cultore del campo psichico e simbolico potrebbe chiedere: siamo di fronte ad una psicosi o ad una perversione della società e della realtà?

A questo proposito Melman offre una diagnosi ed una analisi che sembrerebbe paradossale: «La perversione, in questa storia, è l’unico ancoraggio contro la psicosi».

In altri termini, la questione si potrebbe spiegare così: dato che il perverso conosce le regole, le norme ed i divieti, ed è nella sua natura trasgredirli, con la sua attività violenta, ribelle e al limite anche sanguinaria, definisce con valenze seppur negative l’esistenza di proibizioni e tabù che lo psicotico ignora per mancanza di strumenti di conoscenza.

Il perverso avvisa il contesto societario della sua fatuità e lo costringe a confrontarsi con la realtà. Potremmo dire che il male mette in scena quel bene che pretende di disconoscerlo e di negarlo. Sta a lui, poi, porre il dovuto rimedio.

C’è una soluzione a tutto ciò nella condizione attuale di anestesia e di rassegnazione. Melman è pessimisticamente categorico: «In realtà non esiste forza, né culturale né sociale né psichica, che ci inviti ad uscire dal nostro malessere. […] Non c’è scelta, per noi, che tra il sembiante della realtà e il reale dell’inferno».

Riscrivere i libri di testo per inventarsi una nuova felicità

Le notizie negative fanno sempre più scalpore di quelle positive, colpiscono nel profondo incidendo una linea dalla direzione irreversibile ed è forse per questo che i notiziari di ogni tipo le riportano volentieri (funzione più che masochistica, di depistaggio).

Come ad esempio, l’intervento del Ministro Fedeli sulla necessità di riscrivere i testi scolastici in linea con un linguaggio che non si dimostri offensivo nei confronti dell’immigrato. Dunque un linguaggio rispettoso.

Che determina l’obbligatorietà di censurare chi ne è in disaccordo, che decide la correttezza dell’esposizione di una frase, che stabilisce la verità, oltre il linguaggio, che anticipa la verità nella parola purché questa si prefigga di nascondere la prima.

Tutto questo mi fa venire in mente che, davvero, la gnosi non è mai scomparsa ed è destinata a restare latente, finché l’uomo se ne farà primo difensore, con la sua stessa banalissima presenza sulla terra, presenza fine a se stessa, simulacro della divinità.

Capisco che pretendere che il ministero dell’istruzione si interessi di gnosticismo sia troppo, perché, al di là delle “competenze” istituzionali, sulle quali non mi permetto di dire alcunché, credo che se ciò accadesse, si cadrebbe in un sonoro conflitto di interessi e non va affatto bene, visto quello che si proferisce…

Comunque, la gnosi rappresenta una forma di pensiero resistente, che preferisce la conoscenza mediata a quella evidente, che vuole a tutti i costi fare a meno di quel circuito obbligato che, dall’esistenza del singolo uomo fino alla creazione del mondo e della sua “gestione”, passa attraverso la mano di Dio.

Serve, come una lettura di ieri mi ha suggerito, qualcuno che “faccia da apripista”, che si prenda la briga di occuparsi del nuovo orizzonte e di assimilarvi i criteri del nuovo evoluzionismo, quali: la negazione della creazione divina, dell’identità sessuale, dell’appartenenza ad una Nazione; la trasformazione della bioetica in biodiritto (su tutto, vita morte, salute); l’apoteosi dell’immigrato, che è necessariamente buono e portatore di un messaggio salvifico addirittura per l’economia dell’intero Paese, e insieme pioniere di una nuova storiografia politicamente, eticamente, demagogicamente corretta e incensurabile.

Il Ministro Fedeli, nella sua consapevole e astuta ignoranza, funge da apripista: mi ricorda tanto quel libro di Acquaviva dal titolo Il ministero della Felicità” che ad un certo punto, recita cosi: «L’opinione del potere, cioè del Partito dei Partiti, del governo, del parlamento, della magistratura, è la verità, altre verità fuori di queste non ne sono previste. La verità è quella che qui nel ministero produciamo ogni giorno……Quanto è fuori è soltanto falsità, per definizione e per necessità».

 

 

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

Donne che odiano gli uomini: i limiti e l’ipocrisia delle battaglie per i diritti delle donne

Assistiamo, da qualche tempo a questa parte, ad una strana contraddizione di cui, pare, nessuno rilevi l’effettiva e paradossale portata. Se, infatti, da una parte istituzioni, politica e media tendono a far sbiadire in maniera costante e progressiva le “differenze di genere”, smentendo la retrograda distinzione fra due soli sessi (quello maschile e quello femminile) a vantaggio di differenziazioni molto più variegate e fantasiose, dall’altra gli stessi organi si fanno portatori di una martellante campagna volta a costruire artificiosamente dei “distinguo”, tesi – questa è la pretesa – ad una maggiore tutela delle appartenenti al genere femminile.

E così, nei giornali, nei proclami politici, nelle dissertazioni più o meno impegnate il tradizionale e femminile color rosa si tinge del nero della cronaca, per via delle violenze di cui le donne sarebbero quotidianamente vittime. Da qui l’orrendo neologismo, “femminicidio”, che individuerebbe il fenomeno, definito in preoccupante e costante aumento, dell’uccisione di una donna da parte di un uomo.

Senza alcuna volontà di sminuire la portata di violenze e delitti, chiunque ne sia la vittima, sarebbe opportuno chiarire che, dall’esame dei dati statistici, emerge che il fenomeno – così come dipinto dai media e dalle vestali post-femministe – in realtà non esiste: il numero delle donne vittime di omicidi e violenze è di gran lunga inferiore a quello degli uomini, né è dato ravvisare un aumento esponenziale, nel corso degli anni, di reati e delitti che abbiano come vittima una donna. Non solo.

La denuncia affranta e preoccupata di chi vorrebbe le donne destinatarie di comportamenti violenti, ossessivi e criminali da parte di uomini che quasi sempre sono fidanzati, mariti o ex compagni, ovvero spasimanti incapaci di accettare un rifiuto, passa inevitabilmente per la vulgata di un Paese, il nostro, retrogrado, maschilista e patriarcale, affetto da una mentalità che condanna la donna ad un ruolo subalterno e inferiore, che quasi la considera una pertinenza o una proprietà dell’uomo (padre, marito, amante che sia).

Eppure, un’indagine svolta dall’Agenzia per i Diritti Fondamentali della UE nell’ambito di violenze e omicidi ai danni delle donne dai 15 anni in poi ha dimostrato che i Paesi mediterranei (e cattolici…) dell’Europa Unita possono vantare un numero di violenze sessuali e “femminicidi” inferiore a quello degli altri Paesi, con un numero di simili reati che cresce man mano che si sale verso il Nord del Continente e diventa preoccupante proprio in quelle illuminate socialdemocrazie scandinave che tutti immaginiamo all’avanguardia per mentalità e sviluppo sociale1.

Un altro atteggiamento pseudo-protezionistico nei confronti del “gentil sesso”, che vive la ribalta nella stampa e nelle discussioni politiche e intellettuali, è quello delle cosiddette “quote rosa”, ovvero delle quote minime di presenza femminile all’interno degli organi politici e istituzionali, elettivi o meno.

È di questi giorni, ad esempio, la notizia che il consiglio regionale della Sardegna ha votato per l’inserimento del principio della “doppia preferenza di genere” nella legge elettorale statutaria e alle prossime elezioni regionali, dunque, i sardi avranno la possibilità di esprimere due preferenze (la seconda di genere diverso). La legge approvata introduce anche il principio che prevede la parità al 50% nella compilazione delle liste e, sempre a garanzia di una perfetta parità, un numero di candidati pari (maggiorato di un’unità) anche nelle circoscrizioni con seggi dispari.

Il ragionamento che sta alla base di certe pretese è quello che vorrebbe le donne tradizionalmente svantaggiate nell’accesso a ruoli preminenti in politica, ovvero nelle istituzioni: in tale contesto, le “pari opportunità” si raggiungerebbero unicamente concedendo alle donne un oggettivo “vantaggio”, che le preservi dall’esclusione o dall’emarginazione da parte dei colleghi di sesso maschile. Il ragionamento non può convincere chiunque ritenga che il criterio di preferenza nell’ambito di una competizione elettorale, ovvero nella scelta di un candidato ad un ruolo istituzionale, possa e debba essere esclusivamente quello del merito.

Un approccio alla politica condizionato dalla pregiudiziale delle “quote rosa” o della “doppia preferenza di genere” imporrebbe la necessaria presenza e rappresentanza femminile in determinati ambiti, anche a prescindere dell’effettiva legittimità in termini di preparazione, professionalità e credibilità di quella rappresentanza.

Ragionando per assurdo, inoltre, si riterrebbe premiato il criterio delle pari opportunità laddove quella rappresentanza numerica di genere fosse raggiunta, sebbene – all’interno di quel partito, di quel consiglio di amministrazione, di quella pubblica amministrazione – un’ulteriore presenza femminile, anche al di là della “quota” stabilita, potesse garantire una migliore efficienza e una maggiore funzionalità.

Senza considerare, peraltro, che il concetto di una quota riservata ad una categoria di individui e stabilita aprioristicamente non farebbe che incrementare la partecipazione alla vita politica e/o istituzionale di tante donne scelte fondamentalmente in quanto mogli di, amiche di, sorelle di, socie di.. né più e né meno come nel corso degli ultimi anni – con rilievo squisitamente bipartisan – è successo.

Ciò che sconforta di simili campagne che dovrebbero avere la finalità di tutelare il “sesso debole”, che vedono un coinvolgimento di tantissime personalità influenti, sia maschili che femminili, è il ritorno ossessivo su argomenti e problematiche che, a nostro avviso, nulla hanno a che vedere con i problemi reali e concreti delle donne italiane.

Di tutte le donne, non di quella minoranza sfortunata (ma pur sempre minoranza) vittima di violenze, né di quella infinitesima porzione privilegiata che viene chiamata, da anfitrioni maschili più o meno disinteressati, a occupare ruoli di vertice e potere. Ci riferiamo a quelle donne che lottano ogni giorno – in casa e nel lavoro – per fare gli interessi della propria famiglia, senza alcun sostegno da parte delle istituzioni.

Di quelle donne che hanno visto trasformarsi l’obbligo imposto alle loro nonne di stare in casa a vegliare sul focolare domestico nell’imposizione moderna di essere necessariamente lavoratrici, stante la necessità imprescindibile di concorrere col proprio guadagno ai bisogni della famiglia. Sempre che – come purtroppo assai spesso accade – la donna non sia l’unica della famiglia a lavorare, a fronte della situazione di cassa integrazione o disoccupazione del marito.

Non fanno dunque notizia le vicende delle tante vedove, figlie o madri che hanno seppellito un marito, padre o figlio che ha deciso di togliersi la vita, sopraffatto dall’angoscia e forse anche dalla vergogna di non essere in grado di provvedere alla propria famiglia (quella dei suicidi per causa di indigenza o mancanza di lavoro è, questa sì, una vera emergenza del nostro Paese, in relazione alla quale, tuttavia, non si attivano campagne mediatiche, non si allestiscono task force, non si inscenano partecipati flash mob).

Si tenga, peraltro, conto che certe prese di posizione e certe artificiose battaglie hanno lo scopo, nemmeno tanto nascosto, di creare ed esasperare le contrapposizioni – in questo caso fra generi – alimentando divisioni e disgregazioni e dirottando interesse e preoccupazione della pubblica opinione su false problematiche, al fine di distoglierla da problemi reali e ben più urgenti.

È probabile che, più che dalle esponenti politiche, capaci di alzare voce e barricate unicamente a tutela delle proprie prerogative e dei propri privilegi, o di stracciarsi le vesti per emergenze artatamente sopravalutate, le donne italiane si sentano rappresentate da donne come Giuseppina Spagnoletti e Paola Clemente, rispettivamente di 39 e 49 anni, le braccianti tarantine stroncate da un malore e accasciatesi senza vita mentre era al lavoro nei campi per pochi euro al giorno.

O da Isabella Viola, 34 anni, madre di 4 bambini, che sosteneva col suo impiego la famiglia, alzandosi alle 4 del mattino e rientrando la sera tardi. Come molte altre, nella sua vita non ha avuto alcuna corsia preferenziale in quanto donna e anche lei è morta, non per mano di un uomo violento, ma stroncata da un collasso sulla banchina della metro, mentre – come tutte le mattine – si recava a lavoro.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

Le zavorre dei tempi moderni e le rinunce come scelta di libertà: una testimonianza

Dante Fazzini, “Atlantis”. Il viaggio come percorso necessario del sè e del fuori. Il viaggio è epico, eroico e non è collegato ad una distanza da percorrere. Può svolgersi dentro il sogno o una cella di prigione, dentro il tempo di un secondo o di un esistere. Opera è in formato A4 e riprodotta digitalmente su cartoncino speciale in numero 10 copie firmate e numerate. Chi è interessato può contattare l’artista visitando il suo sito con un semplice click sull’immagine.

Viviamo in una società e in un’epoca dove apparire conta di più dell’essere. Siamo assediati da immagini, situazioni, stereotipi a cui facciamo riferimento. L’immagine o l’apparenza, la proiezione, è la prima cosa che si usa nel porsi all’altro, cui appunto ci si “mostra” più di quanto si empatizzi.

Così, al fine di essere accettati, ammessi, legittimati ci predisponiamo ad un viatico che ci porta al travestimento, al recitare una parte, a mascherarci, a muoverci in schemi già scritti che facciamo nostri e che accettiamo per convenienza, per comodità, per non confrontarci con noi stessi e non abbiamo il coraggio di rifiutarli anche quando vanno contro la nostra natura, il nostro essere.

Di conseguenza, la solitudine ci opprime quando finiamo per organizzarci ad apparire come o meglio di altri, credendoci migliori, garantendoci l’illusione di essere meno soli, convinti che la maschera, la corazza che abbiamo costruito sia l’ideale per noi. Così tanti, troppi di noi, si adattano, fanno loro questo sistema ingannatorio con cui però, prima o dopo, dovranno fare i conti.

L’essere è la nostra identità, ciò che siamo, ciò che la nostra unicità ci chiede, quella vocina dentro di noi che ci dice sempre cosa sia meglio per noi, ma che spessissimo ignoriamo. L’essere se stessi è sinonimo di accettazione del proprio io , comprese quelle parti di noi stessi che non ci piacciono, ma sono proprio quelle che ci caratterizzano ed è forse da esse che occorre ripartire per un percorso di vita felice.

La felicità è il risultato del lavoro sul proprio essere. Più ci accettiamo, più ci perdoniamo, più ci amiamo e più saremo felici.

Cosa ci serve allora? Ci serve il cambiamento, soprattutto il coraggio di cambiare, mollare le paure, tagliare quello che non va bene per noi, persone cose, situazioni che ci opprimono, serve ascoltarsi, serve amarsi.

E come si fa tutto ciò nella pratica?

Ognuno di noi ha il suo percorso e quello che va bene per me non è detto che vada bene ad un altro, siamo unici, non inglobati come l’apparire ci impone. È un cambiamento che dobbiamo accettare e che ci porta allo scontro con noi stessi, a demolire convinzioni con cui avevamo convissuto fino ad un minuto prima.

È ricominciare, è rivivere, è rigenerarsi, è andare al fulcro delle cose, è avere il coraggio di rimettersi in gioco. Lo so, non è per niente facile ripartire di nuovo da zero, ma se lo si fa si apriranno opportunità che nemmeno si immaginavano e per avvallare tutto questo vorrei portare il mio vissuto, come esempio concreto, il mio cambiamento e il come sia migliorata la mia vita.

Ho vissuto i miei primi 50 anni dentro gli schemi, rincorrendo necessità fittizie e bisogni creati dal nostro comune pensare, convinto di fare bene, non ascoltando i messaggi che venivano dal mio essere, ma anche dal mio corpo, ero come imprigionato, imbrigliato e probabilmente non ne sarei uscito, convinto com’ero.

Poi la vita si presenta in tutta la sua crudezza e una malattia, un lutto improvviso e terribilmente doloroso, una martellata della vita – la sofferenza è un buon percorso per capire, si fa prima, ma non l’unico – mette davanti a delle domande.

Con queste domande io avevo convissuto tutta la vita, ma non avevo dato peso, preso com’ero nello smaltire necessità improbabili, dalla corsa e dalla frenesia.

Mi sono chiesto chi ero, che cosa volessi, e così, per la prima volta, ho dato ascolto alla mia anima che mi diceva di essere felice nonostante tutto, spingendomi ad agire. Ho mollato le paure e mi sono attivato per esserlo. Ho adattato la mia vita a questo proposito e quindi ho cambiato molte cose e sono cambiato.

Mi sono licenziato, ho tagliato persone e situazioni negative, ho mollato le paure gli schemi e sono diventato una delle persone più ricche e felici al mondo, in quanto possessore di salute e titolare del mio tempo.

Ho chiuso delle porte, ma se ne sono aperte molte altre ricche di opportunità migliori di quelle che avevo lasciato e a misura della mia natura (anche scrivere qui è una di queste).

Per evitare di essere frainteso premetto che la scelta di licenziarmi, evitando così i ritmi della fabbrica, non ha significato per me non lavorare più, ma anche grazie alle tante opportunità che offre la montagna e la sua gente oggi posso permettermi di lavorare come dove e quando voglio io ed in sintonia col mio essere appunto.

Faccio molte cose, anche cose mai fatte, come scrivere, ma cose che scelgo, che mi appagano, che mi rendono felice e di tutto questo Ringrazio! Scelta coraggiosa? No ho ascoltato il mio essere.

In questo nuovo tratto di vita è mutato anche il mio rapporto con “i soldi”. Mi capita sempre più spesso di pattuire ad esempio un’ora di lavoro per 1 quintale di legna. Per avere lavorato circa 200 ore ho ricevuto 200 quintali di legna, quanto mi basta per 5 anni, ma se mio zio ne vuole 30 quintali all’anno, gliela cedo e me la paga scalandomi i costi delle tinte e delle vernici che compro da lui e quindi continuo a non usare soldi, mentre coltivo i rapporti umani e ritorno ai valori della parola data e della concreta cooperazione.

Quando vado a fare i lavori la signora, che ha solo una piccola pensione, mi paga con due conigli e due borse di verdura: a me va benissimo e anche lei non usa soldi, ma entrambi “usiamo la comunità” e la sua bellezza sinergica.

Sgomberando il campo dalle nuove visioni new age, vorrei poi precisare che non ho mollato tutto per “girare il mondo”, non sono un “figlio dei fiori” o un figlio di papà, ma ho semplicemente scelto di ritrovare armonia con me stesso e con l’ambiente in cui vivo, facendo una scelta che comunque comporta impegno e responsabilità e coraggio.

 

Assegnazione delle case popolari: diritti umani a intermittenza

Dante Fazzini, “La zona vecchia” Acquerello 40×50 cm – 2007. L’ultimo tramonto della settimana, spasmi di agonia rituale inondavano di un arancio vivido gli enormi palazzi dagli intonaci cadenti. Parallele-bipedi, senza nome, affastellati gli uni sugli altri, muri su muri, come corpi distrattamente dimenticati.

L’Ente Italiano IACP (Istituto Autonomo Case Popolari) ha lo scopo di gestire l’edilizia pubblica con il fine di assegnare case popolari ai meno abbienti, tramite affitti o canoni calmierati (un tetto massimo sui prezzi di consumo).

Creato nel 1903 dall’allora Ministro del Tesoro, Luigi Luzzatti, durante il Governo Giolitti, IACP ha contribuito a sistemare milioni di italiani in locali abitativi, impossibilitati a sostenere spese che andavano al di sopra delle loro possibilità.

Gli alloggi abitativi vengono dati dal Comune di residenza tramite un bando pubblico, al termine del quale vengono stilate delle graduatorie dove si assegnano alloggi abitativi a famiglie con il reddito più basso.

Ogni Comune ha la sua graduatoria in base alle richieste che ricevono, ed ognuno di loro fissa un tetto massimo di canone agevolato, consentito per legge.

I requisiti per accedere alle case popolari sono:

– avere la cittadinanza italiana o europea, oppure facente parte di un Paese estero (basti avere il permesso da almeno due anni);

– essere residente o attività lavorativa sita nel Comune in cui si fa richiesta;

– avere un reddito al di sotto dei 25.000 euro circa (dato che può differenziare da Comune a Comune).

Vengono assegnate alloggi abitativi comunali, a persone indigenti, invalidi, vedove, madri nubili o separati (che vengono seguiti da almeno sei-otto mesi da Assistenti sociali), famiglie con reddito minimo e con figli a carico o invalidi, Famiglie over 35 formatisi da oltre tre anni, persone che vivono con la pensione minima o che hanno problemi a pagare l’affitto o hanno ricevuto uno sfratto, famiglie che risiedono con più nuclei familiari nello stesso spazio abitativo o che abitano in alloggi di fortuna.

Solitamente i bandi per fare richiesta di alloggi comunali, vengono fatti ogni 4 anni. Tutti possono farne richiesta, basta compilare il modulo che si può scaricare tramite internet o ritirarlo nel Comune di Residenza.

Fino a pochi anni fa le richieste di case popolari, erano inferiori alle vere necessità del cittadino. Purtroppo con l’avvento della crisi e l’aumento della povertà dovuta alla disoccupazione (si stimano – dati Istat – che il 6% degli italiani nel 2016 vivevano in condizioni di assoluta povertà, mentre il 12% in povertà relativa. Dati purtroppo in salita nel 2017), le richieste siano aumentate esponenzialmente, anche grazie all’entrata nel nostro territorio di circa 3.714.137 immigrati, solo quelli regolari (dati Istat).

Si è venuto a creare così un divario tra le richieste e il numero degli alloggi comunali presenti in Italia, questi ultimi di numero molto più basso, lasciando di fatto molti postulanti fuori dalle graduatoria, nonostante siano perfettamente idonei per farne domanda.

Negli ultimi tempi molti italiani si sono visti scavalcati da immigrati, perché questi ultimi presentano un reddito inferiore e hanno maggiori figli a carico.

Nonostante i vari Comuni cerchino di minimizzare il problema, questo viene costantemente portato alla luce dai dati che vengono forniti e che non fanno altro che aumentare una ingiustizia a carico dell’autoctono che nella maggior parte dei casi, non avendo fissa dimora, si ritrova costretto a vivere in strada o in macchina con la sua famiglia.

Si calcola in media che le case assegnate agli italiani si aggirino intorno al 45-50%.

Alcuni dati:

– nel Comune di Ferrara, il 38% degli italiani, usufruisce di una abitazione comunale, il restante 62% vanno agli immigrati, che però rappresentano solo il 10% della popolazione ferrarese;

– a Bologna, le case popolari, vengono assegnate all’82,7% agli stranieri (il 17% di questi con cittadinanza italiana, anche se nati all’estero);

– in Lombardia, in media, la metà degli alloggi viene assegnata a persone straniere, nonostante questi rappresentino il 13% di tutta la popolazione;

– a Cascina (Comune della Toscana) invece, il sindaco Susanna Ceccardi, nonostante le tante critiche e accuse ricevute, ha fatto applicare la legge, chiedendo agli immigrati (che facevano domanda per la richiesta di case popolari) di portare una certificazione autenticata dall’Ambasciata o dal Consolato, dove venga dichiarato di non essere in possesso di case di proprietà nel Paese natio. Il risultato è stato sorprendente. La maggior parte dei richiedenti, pur di non sottostare a leggi e controlli Amministrativi, hanno preferito rinunciare alla richiesta di alloggio comunale. Grazie al rispetto della legge, ora a Cascina, il 75% dei beneficiari delle abitazioni comunali vengono destinate agli italiani.

Il problema maggiore non riguarda l’immigrato, ma leggi che non vengono rispettate dalla maggior parte dei Comuni e dove a farne le spese sono maggiormente gli italiani.

Il compito primo di una Amministrazione comunale è quello di tutelare il proprio cittadino e non quella di creare ulteriori problemi o di fomentare ingiustizie, che normalmente nascono in questi casi.

La legge purtroppo oggi, nonostante la crescente disoccupazione e il continuo flusso migratorio, non consente a chi è nato in Italia di poter usufruire, in primis, di un bene primario come è quello di una unità abitativa, nonostante la maggior parte continuino a pagare quelle utenze che lo Stato richiede.

Il diritto inalienabile di ogni uomo è, tra le altre cose, quello di avere una casa, un tetto sulla testa che gli consenta di vivere degnamente. Questo diritto, grazie al capitalismo, oggi è diventato invece un’utopia per milioni di persone.

 

 

 

Cittadini non comunitari presenti in Italia: http://www.istat.it/it/archivio/204296

Povertà in Italia: https://www.istat.it/it/archivio/202338

Certificazioni Cascina: http://www.ilpopulista.it/news/19-Settembre-2016/5083/il-sindaco-leghista-di-cascina-la-casa-prima-agli-italiani-e-la-promessa-elettorale-diventa-realta.html

Promemoria per un ordine sociale secondo giustizia

La dottrina sociale della Chiesa ritiene che possano essere vissuti rapporti autenticamente umani, di amicizia e di socialità, di solidarietà e di reciprocità, anche all’interno dell’attività economica e non soltanto fuori di essa o “dopo” di essa. La sfera economica non è né eticamente neutrale né di sua natura disumana e antisociale. Essa appartiene all’attività dell’uomo e, proprio perché umana, deve essere strutturata e istituzionalizzata eticamente1.

La carità potrà portare certamente un qualche rimedio a molte ingiustizie sociali, ma non basta; anzitutto bisogna che fiorisca, domini e sia realmente applicata la virtù della giustizia2.

Di fronte alle molteplici crisi internazionali, che ridisegnano equilibri geopolitici, egemonie e modelli socio-economici, il pensiero sociale cattolico – in tema di capitale, lavoro, proprietà, moneta e via dicendo – è, oggi più che mai, l’unica risposta degna dell’uomo, della sua dignità personale e trascendente, ai problemi del vivere comune3.

Un articolo non può certo avere la presunzione di esaurire questioni tanto ampie quanto complesse, però può offrire un modestissimo spunto per riflettere su un ideale di ordine sociale frettolosamente accantonato in quanto ritenuto obsoleto per le sfide odierne del mondo globale.

La proposta cattolica ai problemi sociali, cioè l’applicazione concreta dei perenni insegnamenti del Magistero, la loro traduzione in indirizzi politici e norme giuridiche, si presenta – nella sua chiara identità – altra tanto dal liberalismo quanto dal socialcomunismo. Sì, altra – alternativa: non si tratta infatti di riformare dall’interno il sistema liberalcapitalista o di realizzarne una versione “compassionevole” quanto di superare la Weltanschauung politico-economica contemporanea e trovare quelle soluzioni strutturali, organiche, nella regolazione della vita economica, intrinsecamente conformi alla giustizia4 e alla legge morale.

Un modello di vita economica che voglia distinguersi dall’economicismo a-morale dominante dovrà incentrarsi su un inscindibile binomio etico-giuridico: a) la subordinazione della scienza economica all’etica e al diritto; b) il necessario primato della politica onde evitare che i pubblici poteri si rendano servi dei potentati economici-finanziari o loro docili strumenti.

Scrive Benedetto XVI: «l’attività economica non può risolvere tutti i problemi sociali mediante la semplice estensione della logica mercantile. Questa va finalizzata al perseguimento del bene comune, di cui deve farsi carico anche e soprattutto la comunità politica. Pertanto, va tenuto presente che è causa di gravi scompensi separare l’agire economico, a cui spetterebbe solo produrre ricchezza, da quello politico, a cui spetterebbe di perseguire la giustizia mediante la ridistribuzione» (Caritas in veritate, n. 36).

Il primato dell’etica: l’economia è un’attività umana, libera e responsabile finalizzata al bene (individuale, famigliare e comune) dell’uomo, alla sua natura normativa: l’uomo dev’esserne agente morale e non ridotto a mero fattore di produzione/consumo. Ha ricordato Giovanni Paolo II: «il principio sommo (…) in assenza del quale tutto il sistema economico è esposto al rischio di pericolose degenerazioni» afferma che «fine di tutta l’economica non è il profitto, ma la promozione della persona»5.

I rapporti tra capitale e lavoro devono essere conformi al diritto naturale e regolati dalla “legge della giustizia sociale” (Pio XI, Enciclica Quadragesimo Anno, n. 58), e non dalle forze cieche e violenti del mercato. Le teorie economiche della scuole liberali e marxiste hanno mostrato i loro limiti: «si avverte l’esigenza di coinvolgere anche i lavoratori nel processo di formazione del capitale e nelle decisioni che riguardano l’impresa secondo una concezione partecipativa dell’economia» volta al superamento «delle varie patologie di cui soffre il mondo»6. Partecipazione che richiede di riconoscere la natura consorziale dell’impresa economica (attività associata di capitale e lavoro, affermò Leone XIII nella Rerum novarum).

Altri principi cardine sono la destinazione universale dei beni materiali (a cui resta subordinata la stessa proprietà privata, che non è un assoluto)7 e la dignità personale e spirituale del lavoro, che non può essere ridotto a merce o sacrificato all’accrescimento indefinito del capitale: «il lavoro, per il suo carattere soggettivo o personale, è superiore ad ogni altro fattore di produzione: questo principio vale, in particolare, rispetto al capitale»8. Il lavoro non può essere equiparato a una merce (una cosa che si vende e si compra), così il salario non può essere fissato dalle oscillazioni del mercato: «la rimunerazione del lavoro non può essere abbandonata al gioco della domanda e dell’offerta; deve invece essere fissata secondo criteri di giustizia»9. Per essere giusto il salario dovrà garantire al lavoratore il necessarium personae (dignitoso mantenimento del nucleo famigliare e possibilità di formarsi una pur modesta proprietà privata).

Concludendo questi brevi cenni. Il mondo occidentale cosiddetto libero ha per decenni sbandierato uno stile di vita all’insegna dell’opulenza, producendo l’anti-civiltà consumistica. Il gusto piacevole della bevanda di un benessere facile è durato relativamente poco (in termini di libertà personale, tranquillità e prosperità) e i risvolti in termini di miseria e indigenza cui numerosi popoli sono costretti a causa di strutture organizzative inique che soffocano l’uomo e disgregano la società sono sotto l’occhio di tutti gli uomini di buona volontà. E’ il momento di cambiare paradigma. Termino con le parole di Papa Pio XI, scritte nel 1931 e più che mai attuali:

Ciò che ferisce gli occhi è che ai nostri tempi non vi è solo concentrazione della ricchezza, ma l’accumularsi altresì di una potenza enorme, di una dispotica padronanza dell’economia in mano di pochi, e questi sovente neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale, di cui essi però dispongono a loro grado e piacimento. Questo potere diviene più che mai dispotico in quelli che, tenendo in pugno il danaro, la fanno da padroni; onde sono in qualche modo i distributori del sangue stesso, di cui vive l’organismo economico, e hanno in mano, per così dire, l’anima dell’economia, sicché nessuno, contro la loro volontà, potrebbe nemmeno respirare. Una tale concentrazione di forze e di potere, che è quasi la nota specifica della economia contemporanea, è il frutto naturale di quella sfrenata libertà di concorrenza che lascia sopravvivere solo i più forti, cioè, spesso i più violenti nella lotta e i meno curanti della coscienza10.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

1Benedetto XVI, Enciclica Caritas in veritate, n. 36.

2Pio XII, Enciclica Evangelii Praecones, n. 10.

3Pensiamo, ad esempio, all’iniquità monetaria, alle croniche crisi del debito, al dominio pervasivo di un potere finanziario senza volto, alla pressione fiscale che erode i risparmi virtuosi, e via dicendo.

4Così nella definizione del giurista romano Ulpiano: “la giustizia consiste nella costante e perpetua volontà di attribuire a ciascuno il suo diritto. Le regole del diritto sono queste: vivere onestamente, non recare danno ad altri, attribuire a ciascuno il suo”. E il Catechismo della Chiesa Cattolica asserisce: “la giustizia è la virtù morale che consiste nella costante e ferma volontà di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto. La giustizia verso Dio è chiamata virtù di religione. La giustizia verso gli uomini dispone a rispettare i diritti di ciascuno e a stabilire nelle relazioni umane l’armonia che promuove l’equità nei confronti delle persone e del bene comune” (n. 1807).

5Dal Discorso all’Unione cristiana imprenditori dirigenti del 14 dicembre 1985.

6Ibidem.

7“Il diritto alla proprietà privata (…) non elimina l’originaria donazione della terra all’insieme dell’umanità. La destinazione universale dei beni rimane primaria, anche se la promozione del bene comune esige il rispetto della proprietà privata, del diritto ad essa e del suo esercizio” (CCC, n. 2403).

8Dal Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, n. 276.

9Azione cattolica italiana, La Dottrina sociale cristiana, CENAC, Roma 1957, p. 180.

10Pio XI – Enciclica Quadragesimo Anno.

Il feticcio dell’onestà in politica: privi di macchia senza essere puliti

Il dibattito politico vive oggi una febbre senza precedenti, una febbre paralizzante che rende la discussione una sterile farsa. Per rendersi conto di ciò basta seguire uno dei tanti format televisivi di opinione, dove l’argomento più concreto su cui si discetta è la proposta dei sindacati di pensionare gli italiani a 66 anni e 11 mesi contro quella del Governo che spera di chiudere invece a 67 belli e tondi, mentre il resto degli elevati argomenti all’ordine del giorno si staglia sul piano glorioso della fuffa, termine di conio feisbuccaro, ma che ben rende il concetto di inconsistenza delle preoccupazioni dei rappresentanti.

Dante Fazzini, “San Pinocchio liberatore”, un’ironia sullo stato dell’informazione nel nostro paese. L’ambientazione è quella di un tipico borgo con la sua piazzetta, che fa da sfondo al “pollaio” metafora dei talk-show italiani , dove imperano pettegolezzo, menzogne e false verità. L’opera è in formato A4 ed è stata riprodotta in 10 copie firmate e numerate. Chi è interessato può contattare in privato l’artista, visitando il suo sito internet con un semplice click sull’immagine.

Certamente di più, infatti, si aspettano dalla sintesi politica di istanze lontane o talora opposte la casalinga, la mamma, l’artigiano, l’imprenditore, il precario…

Di contro, un’attenzione morbosa e non casuale è riservata a certi aspetti del politico, della narrazione delle cose della politica, la quale, se diligentemente gestita, ha il potenziale di trasformare il nulla in facile consenso elettorale o agevole messa fuori gioco del nemico politico, con l’ausilio immancabile dei media, nonché dei rivoluzionari da tastiera che del click han fatto la loro spada.

Da Mani Pulite a Calciopoli, dal Caso Ruby alle “molestate vent’anni fa” dei giorni nostri, sono moltissimi gli esempi di gestione di passaggi storici a colpi di scandalo, per distrarre o destrutturare, con conseguente immediata divisione del pueblo in sostenitori e detrattori della domenica, di commentatori cui poco importa se la vita dell’oggetto delle loro opinioni potrebbe essere segnata per sempre, che poco sanno di essere talvolta soltanto pedine di un sistema che utilizza la loro indignazione per facilmente imporre scelte difficilmente avallabili attraverso le dinamiche ordinarie della democrazia nella sua accezione più pura.

Una legge “antifascisti” passa meglio se intanto si ricama uno scandalino sulla vicenda di un gestore nostalgico del ventennio, una legge “antiomofobi” esce meglio se intanto i giornali ci parlano quotidianamente di violenza a danno degli lgbt in barba a statistiche molto meno preoccupanti. “Nessuno tocchi Caino”, nome di una ONG divenuto slogan fortunato delle campagne radicali sul trattamento dei condannati, va a farsi benedire nelle reazioni a caldo del pueblo manettaro dinanzi al delinquente schiaffato sui TG della giornata.

Giustizialismo d’accatto, quindi, e cultura del fango sono posti al servizio del pensiero del sospetto che crea la politica della sfiducia e fonda, senza ritorno, la sfiducia nella politica, più di quanto essa non riesca ad armarla da sé. Non più chiacchiera da bar, non più parlottata della domenica a pranzo coi parenti, non più imprecazione da fila alle Poste, sua maestà la campagna di fango è ormai uno scientifico strumento di governo, paragoverno e campagna elettorale.

Oggi poi si costruiscono partiti le cui sezioni “in affitto” non sono più al di là delle saracinesche che danno sulla piazza più bella del paese, ma sul web: candidati e “cittadini” si incontrano in stanze social e primarie a colpi di click, spesso “io, mammate e tu”, esprimono i candidati al Comune o alla presidenza della Regione.

In contrapposizione dialettica alle cronache giudiziarie infelici che toccano trasversalmente tutti i partiti ‘tradizionali’, siffatti utenti-cittadini tendono a considerare la nuova forma di partecipazione 2.0 l’unica ad essere democratica, facendo leva argomentativa sulla parità di peso delle opinioni espresse nel virtuale, sull’uniformità delle consultazioni, sulla possibilità di signor nessuno di intraprendere un’impresa – quella politica – costosa e di privilegio.

Un po’ come l’arbitro, almeno dalla mie parti, è sempre cornuto, allo stesso modo, il politico per narrazione e – ahi-noi! – spesso per cronaca, è sempre ladro (o comunque delinquente), ma non solo dalle mie parti. Così, quale trovata pubblicitaria e specificatamente elettorale potrà mai essere migliore di quella che frappone ladri per definizione a onesti per benedizione? La camicetta dell’onestà decora come una medaglia al valore quanti di buon slancio vogliano indossarla, e per avercela basta essere “presentabili”, presentabili cioè senza passato.

Facile se hai fatto l’artigiano o l’operaio, meno facile se hai fatto l’imprenditore, difficilissimo se nel tuo curriculum c’è più politica che lavoro.

Senza passato vuol dire senza macchia, senza macchia cioè senza precedenti, senza precedenti cioè senza errori. Senza macchia però senza essere necessariamente puliti. O ripuliti. O rinati. Perché passa di mezzo il mare tra l’essere senza precedenti e l’essere puliti. Non è una condanna che fa un uomo, ma lo fa ad esempio di certo l’avere pagato il dovuto.

È nata così l’onestà nella politica, urlata in piazza e sbandierata nei talk-show in un continuo contrapporre il proprio senzamacchismo alle macule degli altri, onestà che muore però a sprazzi in qualche inchiesta eccellente che colpisce persino i fautori della nuova politica “dei cittadini onesti”, espressione che come descrizione vale poco, o almeno vale fino a prova contraria, fino a che una delle tante vicende giudiziarie, appunto, a orologeria, non colpisca persino i puri più puri degli altri…

Tuttavia, a livello comunicativo, il meccanismo del patentino dell’onestà funziona, funziona finché il paladino dell’antiabusivismo edilizio non viene indagato per abusivismo edilizio, finché il protettore dei lavoratori del futuro non viene indagato per avere falsificato la busta-paga dei suoi dipendenti. Viene indagato, non certo condannato! Persino in questa distorsione della realtà un indagato è ancora senza macchia, ma ce lo siamo scordati. O meglio, a nessuno interessa ricordarlo perché la farsa si muove ovviamente su un piano di non verità, e nel teatro ciascuno deve fare il suo.

Non è un segreto per nessuno che il garantismo come tutela dell’individuo sottoposto ad azione giudiziaria (esplicato nelle formule di Ferrajoli “nessuna pena senza reato, nessun crimine senza legge, nessuna legge penale senza necessità, nessuna necessità di legge penale senza danno, nessun danno senza azione, nessuna azione senza colpa, nessuna colpa senza processo, nessun processo senza accusa, nessuna accusa senza prova, nessuna prova senza difesa”), valore principe dello stato di diritto, sia bell’e calpestato da un po’, e basta un’indagine, talvolta semplicemente obbligata dalle circostanze, a distruggere la reputazione e a trasformare in impresentabile chiunque. Complice ovviamente un sistema d’informazione che tiene in piedi il gioco squallido del fango, senza mostrare scrupoli nei confronti della persona, della sua famiglia, della sua storia che non sempre è quella del mostro da prima pagina.

Il cittadino 2.0 scopre così l’esistenza di un’alea sinora sconosciuta nella sua attività di moralizzatore virtuale del mondo politico ladro e poi di candidato e poi di eletto. Scopre in sostanza che l’impresentabile oggi è lui. E scopre – almeno questo auspichiamo – che quell’onestà tanto sbandierata, alla fine, è solo una malattia, la malattia dell’ipocondriaco. Essa è quindi un’astrazione, quando la si usa come arma dialettica, ma è anche un boomerang quando colpisce di ritorno e molto prima dell’accertamento giudiziario con relativa condanna per i reati imputati.

Per evitare equivoci, specifichiamo che non si sta certo negando, all’interno del nostro ragionamento, che chi sbaglia debba non rimanere impunito o che non si debba chiedere qualità nei profili di chi potrebbe andare a ricoprire incarichi pubblici, che sono oneri ed onori, ma questo profilo non può essere artatamente costruito quando la camicetta dell’onestà era pulita e artatamente distrutto quando si è macchiata e in modo non ancora definitivo. Dietro siffatte costruzioni c’è la Persona, nella sua dignità, nel suo essere di più del vociare più fastidioso che gli si innalza intorno o di un’inchiesta che deve fare la sua strada, anche quando ha sbagliato e qualunque sia stato il suo passato, ovunque sia partita.

Un ultimo appunto va fatto sullo strano concetto di democrazia tutto moderno, termine agghindato e restituito in una dimensione ‘morale’, a tratti ‘religiosa’. Democrazia significa, invece, soltanto “potere del popolo”, ed è solo una forma di governo, non progressismo-crazia, quindi potere dell’ideologia che decide chi è presentabile, chi può rappresentare e chi merita rappresentanza, sempre più spesso sulla stregua di percezioni e costruzioni e non secondo le leggi per le quali un indagato è solo un indagato e non certo un mostro.

Si finisce quindi per negare nella realtà dei fatti il valore vero della rappresentanza democratica, banale gioco di numeri, almeno quando bisogna contare i voti. E non c’è un voto più voto degli altri, che ne dicano quelli che vogliono fare votare solo i “democratici”.

I Demoni (non solo quelli di Dostoevskij) hanno infettato la nostra società

«Noi faremo morire il desiderio: diffonderemo le sbornie, i pettegolezzi, le denunce; spargeremo una corruzione inaudita, spegneremo ogni genio nelle fasce. Tutto allo stesso denominatore, l’eguaglianza perfetta». Così si esprimeva Verchovenski tampinando Stavroghin, il quale pensava che il suo accompagnatore si fosse solo riempito di cognac, mentre nelle sue parole c’era un sincero e autentico alito di nichilismo. E i Demoni, non solo quelli di Dostoevskij, hanno perfettamente infettato la nostra società.

Il brutto avanza, pervade e metastatizza ogni espressione umana. Dall’imbrattamento dei muri al turpiloquio diffuso, dall’assenza di stile all’omologazione della devianza, ogni cosa riporta ad una prevaricazione dell’informe e dell’anomalo.

Quando si fa notare a qualcuno – a molti – l’indecenza delle nostre città, di certi comportamenti e di talune condizioni individuali e sociali ci si sente rispondere: è solo una questione estetica. Già: solo una questione estetica. Peccato che è proprio sull’estetica che si fonda il senso stesso della vita.

Il percorso esistenziale al quale il nichilismo ci ha abituati è l’antitesi etimologica e concettuale dell’estetica, cioè della percezione attraverso i sensi. È l’anestesia, l’an-aisthesis, l’insensibilità di fronte alla deformazione del suono, sia nella sua armonia che nel criterio quantitativo di esclusione del silenzio; alla contraffazione delle immagini e dei colori, in composizioni deformate e aberranti; alla scomunica dello stile, con la sciatteria e il disordine spacciati come spontaneità e anticonformismo.

Il Brutto dilaga nella perversione dei piani regolatori, nella riduzione dell’uomo a strumento intercambiabile, nei rapporti interpersonali narcisistici e cinici, nella finanza usuraia ed estorsiva. E con il brutto avanza il Male, lo scadimento di ogni principio sostituito da piccole e untuose indecenze, con l’indifferenziazione di genere e il consenso informato delle trasgressioni, con l’ipocrisia dell’igienismo morale e con l’accettazione di subdoli peccati omologati.

L’antico kalòs kai agathòs, il bello e il buono, nella sua accezione di valoroso, virtuoso, aristocratico, sapiente e saggio, quindi di una tensione all’eccellenza umana e ambientale, è stato sostituito dal giusto limite della mediocrità e dalla proletarizzazione delle voglie. Mentre i comportamenti individuali manifestano la negazione di ogni stile e di ogni specifica personalità, e tutti gli ambienti replicano uguali punti di degrado e di abbandono estetico, un’operazione anestetizzante e distorsiva confonde il pensiero critico in un fuorviante gioco di specchi.

Ci troviamo di fronte ad un’unica strategia che punta alla rassegnazione diffusa e ad una euforica accettazione della realtà.

Le tattiche che questa strategia mette in atto sono molteplici e diversificate: da un lato puntano ad offuscare e ad alterare i dati reali della bruttura, spacciandoli per banali condizioni di transitoria trascuratezza, dall’altro esaltano una realtà virtuale che esorcizza il Male, lo nega e lo banalizza.

Philippe Muray parla di Società di Paccottiglia, dove la vita è ridotta ad apparenza, dove ogni verità è dissimulata in illusione ottica, dove ogni piacere rientra in una specie di malattia dei sensi, dove il decoro viene stigmatizzato a reperto retrogrado, dove la decenza è solo un orpello retrivo. Si dice che un espediente del diavolo per agire indisturbato è quello di far passare la notizia che non esiste. È questo il nichilismo attuale, del quale il Forestaro è la metafora jungheriana attualizzata.

Il Grande Feticcio della bontà, del benessere, dell’accoglienza, della solidarietà, della bellezza, del migliore dei mondi possibili, si scontra con la realtà – quella sì vera e diabolica – della cattiveria, del disagio, della perversione, della viltà, dell’orrore e dell’incubo. Ogni profilassi è falsa e perdente come colui o coloro che la propongono.

Al Forestaro, metafora di rovina, di illusionismo, di oscenità, di viltà, di paura, di passività e di confusione, ci si può opporre solo – paradossalmente – facendo leva sul nichilismo, su quella condizione estrema che, una volta raggiunta, determina il momento della decisione, del perseguimento del desiderio, dell’individuazione del nemico e della tensione all’Essere.

Forse, è un auspicio, solo la consapevolezza di essere assediati potrà determinare quel percorso in tre tappe esplicitato da Nietzsche come cammello, leone e fanciullo: trasformare, cioè, l’Io devo in Io voglio, e l’Io voglio in Io sono.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

Rieducazione alimentare al tempo della crisi: insetti e larve sulle nostre tavole

“The Snowpiercer” è un film di qualche anno fa, ambientato in un futuro distopico. L’ossessione ambientalista per il “Global warming” ha portato l’uomo ad intervenire pesantemente sul clima per raffreddarlo, provocando una glaciazione terribile e perenne che aveva annientato e reso impossibile la vita sulla Terra . I pochi esseri umani superstiti vivono in un treno avanguardistico, lanciato in una corsa velocissima e perpetua nello spettrale e desolato paesaggio ghiacciato.

La gran parte di queste persone forma un sottoproletariato straccione e inattivo, confinato negli ultimi vagoni del treno, spogli e tetri, e viene nutrita con tavolette scure e gelatinose, chiamate “proteine” dai funzionari che vivono nei primi vagoni. Il film racconta di una rivolta: gli esponenti di quella umanità povera, derelitta e affamata risalgono il treno – con violenza e grande spargimento di sangue- fino ai primi vagoni, sempre più lussuosi e comodi, in cui vive un’umanità serena e agiata, difesa da milizie addestrate e armate. Nel corso della loro lotta, gli ultimi scoprono che le tavolette di “proteine” sono in realtà ottenute da un frullato orrido di scarafaggi, mentre nei primi vagoni i fortunati occupanti gozzovigliano con leccornie elaborate, tutt’altro che “macrobiotiche”.

La pellicola mi è tornata in mente all’indomani della diffusione della notizia per cui, dal primo gennaio 2018, si applicherà il nuovo regolamento UE sul “novel food”, che permetterà di riconoscere gli insetti interi e i prodotti derivati dagli stessi come nuovi alimenti e come prodotti tradizionali da Paesi terzi, aprendo di fatto alla loro produzione e vendita anche in Italia.

Si parlava da tempo di questa ipotesi, portata avanti non certo per venire incontro alla curiosità di qualche esterofilo culinario, quanto per introdurre anche in Europa un’alimentazione proteica e nutriente alternativa al classico consumo di carne e altri derivati animali. E da ancora più tempo siamo bombardati da una campagna che vorrebbe i consumatori di carne e altri prodotti animali doppiamente colpevoli: contro gli animali, sacrificati per imbandire le nostre tavole e contro il pianeta, minacciato e devastato dagli effetti dell’allevamento intensivo.

La questione viene posta in una chiave etica che sfora nell’ideologia, per cui l’uccisione degli animali a scopo di nutrimento è un crimine vero e proprio e le attività svolte dall’uomo ai fini della sua sopravvivenza mettono costantemente in pericolo il pianeta, vissuto – non quale habitat dell’uomo come di tutte le altre specie viventi – ma come un organismo vivente, quasi un’entità metafisica.

Ritengo che tale impostazione sia radicalmente sbagliata e estremamente controproducente per chi la propone, dal momento che comporta necessariamente uno scontro con chi – legittimamente – rivendica il diritto di nutrirsi secondo le proprie esigenze e abitudini, rifiutando di essere considerato un assassino o un distruttore di equilibri. Equilibri peraltro piuttosto discutibili, dal momento che alcune frange più esasperate di certo pensiero animalista ed ecologista che si stracciano le vesti per l’estinzione dell’ultimo pesciolino microscopico nel fondo di chissà quale oceano, arrivano invece ad auspicare l’estinzione del genere umano, sterminatore di specie e stupratore di paesaggi.

Avrebbe molto più senso abbandonare questo scontro fra vegetariani/vegani e onnivori e porre la questione su un piano che coinvolga tutti, a prescindere da ogni legittima scelta sulla propria alimentazione. La produzione corretta di ogni alimento – non solo della carne, quindi – è un interesse di ogni consumatore, il quale vede invece spessissimo sacrificato il suo diritto alla salute e alla conoscenza della esatta composizione e provenienza del cibo alle necessità del mercato e alla produzione di prodotti a ritmi forsennati e insostenibili.

La prima etica da rispettare in chi produce del cibo è quella di tutelare chi andrà a consumarlo. Secondo questo principio diviene facile capire come certe tipologie di allevamenti e di produzione che comportano trattamenti inumani per gli animali utilizzati dovrebbero essere rivisti. Perché spesso una modalità inopportuna di trattamento dell’animale si evolve in un danno grave, se non mortale, alla salute dell’uomo che ne consuma la carne o altri derivati.

Tutti ricordano i casi della cosiddetta “muca pazza”, morbo che colpisce prevalentemente i bovini, ed è provocata da un agente infettivo non convenzionale, la cui causa scatenante è oramai riconosciuta nella somministrazione ai bovini di mangimi contenenti farine di carne ed ossa animali, spesso delle stesse specie ruminanti a cui erano destinate. La forzatura del mercato che – per aumentare in particolare la produzione di latte – arrivava a nutrire degli erbivori con componenti animali, ha comportato danni gravissimi alle bestie e a chi se n’è nutrito. Nonché all’economia delle carni bovine, che per anni ha scontato la diffidenza e la paura dei consumatori, patendo perdite enormi.

Anziché porre però la questione in termini condivisibili, cercando di inserire dei temperamenti alla forsennata ricerca del profitto a tutti i costi, si è scelta una via del tutto discutibile che apre alle medesime storture, replicate su altro genere di alimenti.

La FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura) spinge da anni verso il consumo di insetti sostenendo che quasi 2000 specie siano considerate commestibili e vengano consumate da almeno 2 miliardi di persone nel mondo e cerca di forzare persone che vivono in Paesi con una cultura alimentare completamente diversa, che non solo ignora la destinazione alimentare di certi animali, ma ne prova un istintivo ribrezzo.

Analogamente, l’OMS (Organizzazione mondiale per la sanità) continua inserisce la carne rossa fra gli alimenti considerati “cancerogeni”, sebbene essa non possa essere considerata tale tout court, se inserita in una dieta bilanciata e priva di eccessi che – è noto – renderebbero dannoso il consumo di qualunque alimento. Martin Merrild, presidente del COPA (Associazione degli Agricoltori Europei), ha infatti spiegato che “I benefici nutrizionali del consumo di carni bovine, vitello, agnello, pollame, coniglio, ovine e suine e di uova sono chiari perché forniscono ai consumatori un eccellente apporto di proteine nella propria dieta” precisando che “l’allevamento è inoltre cruciale per l’economia delle zone rurali in cui spesso non vi sono alternative occupazionali“. E che andrebbero a scontrarsi con produttori di alimenti “alternativi” che vivono e producono in Paesi che non sono tenuti al rispetto delle regole comunitarie.

E sulla scorta di questa narrativa che vede nella carne e in altri prodotti da allevamento la causa di problemi che non è per nulla accertato siano dovuti alle attività imputate e che sarebbero comunque ridimensionabili con alcune regole e controlli ferrei, da estendere con maggior rigore ai prodotti di importazione extra europea, si è inserito il via libero della UE alla vendita degli insetti. Anche e soprattutto di fronte a questi nuovi “alimenti” è però lecito porsi le stesse domande di carattere sanitario e salutistico, su quelli che sono i metodi di produzione e sulla stessa provenienza e tracciabilità degli insetti, anche tenuto conto che la gran parte di questi nuovi prodotti proviene da Paesi extracomunitari, dove negli ultimi anni si sono registrati diversi casi di “allarmi alimentari”.

Ma un interrogativo ulteriore mi pare meriti risposta: a chi sono destinati i nuovi cibi preparati con cavallette, formiche e larve? Chi dovrà sobbarcarsi il costo, in termini di stravolgimento di abitudini e ridimensionamento delle proprie pretese alimentari, di dar seguito ai “suggerimenti” di queste entità sovranazionali, tanto preoccupate per la nostra salute e quella del nostro Pianeta? Insomma, cosa metterà in tavola dopo il 1° gennaio 2018 il maggiordomo di un funzionario della FAO, o di un esperto della OMS o di un “capoccia” di Bruxelles? Continuo a pensare alle tavolette di “proteine” somministrate ai poveracci e ai manicaretti gustosi e ipercalorici dei fortunati passeggeri dei vagoni delle prime classi, del treno Snowpiercer.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

 

Quello che le femministe non dicono sull’aborto

È passata da circa un mese la “giornata nazionale per l’aborto libero e sicuro” in cui qualche gruppo ultrafemminista ha ribadito il proprio pensiero dell’aborto quale “diritto umano” che ogni Stato per dirsi civile dovrebbe garantire su richiesta e senza giustificazioni (“ond demand and without apologize” era uno degli slogan internazionali della giornata). Ma davvero “le donne” vogliono questo? Davvero le donne che dicono di volerlo sanno di che si tratta? Davvero lo sanno tutti quelli che ne discutono? Davvero tutti quelli che ne parlano come di una “conquista di civiltà” sanno che civiltà ne ha promosso la diffusione?

Proviamo a fare il punto, premettendo che sono una donna, madre, volontaria di un Centro di aiuto per la Vita in cui di storie così ne sono passate tantissime.

Parliamo di cos’è un aborto, innanzitutto. Una donna sospetta di essere incinta a circa 2-3 settimane di età di sviluppo embrionale quando ormai il figlio è ben impiantato nel suo utero. In teoria nel giro di pochi giorni può sottoporsi ad un aborto, normalmente però tra visite di conferma e tempi di attesa personali e del sistema sanitario la maggior parte degli aborti avvengono intorno tra le 8 e le 10 settimane.

A questo punto le opzioni sono tre, aborto chimico (RU 486) se eseguito prima della 7° settimana , aborto chirurgico per aspirazione o raschiamento, aborto per induzione di parto pretermine nel caso di aborto cosiddetto “terapeutico” dopo la 16° settimana. Vediamo in che cosa consistono.

Aborto chimico: alla donna viene fatta assumere una dose di Mifepristone (RU486) che uccide chimicamente l’embrione. Dopo alcune ore viene data una dose di prostaglandine che inducono contrazioni per il distacco dell’embrione morto e la sua espulsione nel giro di alcune ore o giorni, in modo diverso per ogni donna. Dopo alcuni giorni la donna deve sottoporsi a controlli medici per avere la conferma dell’avvenuto completamento dell’aborto. Questo processo comporta la diretta responsabilità della donna nella procedura abortiva, spesso provoca crampi ed emorragie importanti, talvolta la necessità di un aborto chirurgico per la non perfetta espulsione di tutto il contenuto dell’utero (non solo l’embrione ma anche annessi fetali) e la possibilità che la donna veda il corpicino di suo figlio espulso con le perdite ematiche.

Aborto chirurgico per aspirazione: nell’utero della donna viene infilata una cannula che aspira l’embrione sbriciolandolo grazie alla forza della pompa di aspirazione. Nel caso di gravidanze oltre un certo grado di sviluppo il personale sanitario deve controllare che tutti i pezzi del feto siano presenti nel materiale raccolto nel contenitore dell’aspiratore.

Aborto per raschiamento: nell’utero viene inserito una “curette” (uno strumento chirurgico a forma di anello) che stacca dall’utero la placenta e l’embrione, facendolo a pezzi in caso di aborto non proprio precoce. Anche qui va controllato che siano stati asportati tutti i frammenti.

Talvolta i due sistemi sono combinati.

Aborto per induzione di parto pre-termine: questo è l’aborto che si fa quando parliamo di “aborto terapeutico”. In pratica viene indotto un parto anticipato tra la 15° e la 23° settimana (attualmente termine in Italia considerato come limite perché un bambino nato poco dopo sopravvivrebbe quasi con certezza ma in alcuni Paesi anche oltre) e la donna ha un travaglio ed un parto “normali” da cui nasce un bambino estremamente prematuro, talvolta già deceduto ma spesso ancora vivo che morirà sul tavolo operatorio nel giro di qualche minuto ma anche diverse ore perché incapace di una respirazione autonoma efficace.

Si parla tanto di “consenso informato” ma le donne prima di abortire vengono informate su cosa sta per succedere loro e al figlio che portano in grembo? E sanno di avere, secondo la l.194, diritto a proposte di alternative concrete per superare le situazioni che le portano a questa decisione? Sanno dei rischi immediati dell’intervento e delle conseguenze sulla loro vita riproduttiva futura e su quella psicologica?

Sanno che se prendono la RU486 potrebbero vedere loro figlio cadere nel water durante dolorosi crampi che sono in realtà contrazioni espulsive? Sanno che l’aborto “terapeutico” consiste in un vero e proprio parto dopo il quale loro figlio (cui prima di sapere la diagnosi probabilmente hanno saputo il sesso e anche dato un nome) morirà per asfissia?

Sanno che il loro corpo “saprà” che hanno partorito e il loro seno produrrà latte e dovranno prendere altri farmaci per farlo andar via? Sanno dell’aumentato rischio di sterilità, di gravidanze extrauterine, di infezioni pelviche, di aborti spontanei in future gravidanze? Sanno della maggior incidenza di depressione nelle donne che hanno scelto di abortire rispetto a quelle che hanno accettato di portare avanti una gravidanza indesiderata?

Sanno che è maggiore anche il rischio suicidario in questo caso? Sanno di poter partorire in anonimato anche dopo essere state ospitate eventualmente in una struttura protetta e dare in adozione il bambino concedendo a lui di vivere ed ad una coppia sterile di diventare genitori? E di poter cambiare idea anche entro i due mesi?

Ecco, quando leggo articoli in cui si parla di aborto come un “diritto” delle donne mi domando se il “diritto” ad essere informate sull’orrore che quella decisione comporta ed ad essere aiutate a portare avanti la gravidanza non dovrebbe essere prioritario. E no, non sono diritti sullo stesso piano. Abortire non vuol dire eliminare i problemi che una gravidanza imprevista o una diagnosi prenatale negativa porteranno nella nostra vita. Vuol dire eliminare nostro figlio perché la sua vita ci creerà quei problemi.

Perché il figlio ce l’abbiamo dal momento che restiamo incinte e se non è sempre una bella notizia, sempre di un figlio si tratta. E, che lo teniamo o lo uccidiamo (sì, l’aborto uccide un figlio non un “grumo di cellule” informe, a quell’età ci sono già un cuore che batte e un cervello che cresce), rimarremo madri di quel bambino per sempre con la differenza che saremo madri di un figlio morto per una decisione che, per quanto sofferta, è sempre e soprattutto nostra.

Quale società può dirsi civile se consente di eliminare i problemi dalla vita di qualcuno eliminando qualcun altro? Qualcun altro che è più debole, fragile e senza possibilità di far valere le sue ragioni? Quale società può dirsi civile se addossa ad una donna, in uno dei momenti più difficili e delicati della sua vita, la decisione di restare sola coi suoi problemi ed un figlio o la possibilità di uccidere il figlio nella speranza di risolvere i suoi problemi senza nemmeno la consapevolezza che ne avrà senz’altro altri, forse peggiori e senza alternative? Una civiltà in cui ad una coppia che aspetta un bambino con sindrome di Down o un’altra qualunque patologia viene prospettata come “normale” e spesso consigliata l’idea di farlo nascere perché muoia?

Qualunque altro modo di affrontare la questione senza tener conto di queste domande fondamentali, mettendo il focus sulla libertà, sulla scelta, sull’autonomia della donna è pura ipocrisia. L’aborto è un orrore da qualunque parti lo si guardi e le donne meritano di meglio.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

L’amore ai tempi del colera virtuale

Da qualche anno a questa parte, complice un certo modus vivendi imitante una certa cultura progressista americanoide è tempo di scandali sessuali e vicende di letto che assurgono agli onori della cronaca, stante l’inconsistenza della loro stessa significatività. Se è vero che la storia è fatta anche di questo tipo di casus belli a tratti meramente gossippari ai quali si destina un’attenzione morbosa e moralisteggiante, è vero di riflesso che un problema serio in tema di relazioni sussista, oggi come in altre epoche: quello della fedeltà, pilastro dell’unione, base del rispetto, fattore di adesione al progetto del “due” e dell’”insieme”.
Tuttavia, chi di spada ferisce…

Donna, illustrazione di Paola Marinaccio

«Iniziava ad essere più distante. Fisicamente distante. Ho pensato fosse colpa del suo lavoro, forse diventato più pesante, perciò decisi di non infierire con le mie paranoie. Rimasi sorpresa per il suo improvviso interesse verso i social, vi trascorreva anche ore chiuso nel suo studio o in camera mentre io badavo ai ragazzi. Magari si distrae, pensai!Non avevo fatto i conti col mio essere moglie. Una moglie certe cose le percepisce nell’immediato. Misi un tappo a quelle sensazioni e andai avanti. EH NO! FERMI TUTTI!
Quelle sensazioni sono come un magma in azione costante, non c’è tappo che tenga! Iniziai a controllarlo, a monitorare anche i suoi piccoli gesti, anche quelli più insignificanti per vedere cosa fosse cambiato in lui, nel frattempo il suo attaccamento al PC, al cellulare, ai social, diventava sempre più morboso.
Un giorno decisi di rincasare prima del previsto e senza avvisare. Entrai come una ladra dalla finestra sul retro. Fui bravissima, nessun rumore. Non si sentiva nemmeno il respiro, forse perché per la paura non respiravo più. Nello studio non c’era, mi avvicinai alla nostra camera da letto, sapevo che qualsiasi cosa stesse succedendo in quella stanza, avrebbe cambiato la mia vita nel bene…o nel male.
L’immagine che mi trovai davanti fu devastante: mio marito si intratteneva in una video-chat erotica con un’altra donna conosciuta virtualmente. «Amore mio, non significa niente, tu sei mia moglie!». Rabbia e delusione erano così forti che non avevo la forza di parlare. Camminavo per la casa muovendomi come chi cammina nel fango fino alle ginocchia.
Lui continuava a seguirmi cercando di spiegarmi quanto quella cosa non avesse nessun significato, che era solo una sciocchezza virtuale e che non capiva il perché io me la stessi prendendo così tanto. Una sciocchezza? La rabbia diventava incontrollabile, i rumori erano ovattati e la sua voce fastidiosa. Smise di seguirmi quando iniziai a spaccare tutti gli oggetti che mi capitavano tra le mani.
I nostri figli erano da mia madre, uscii di casa sbattendo la porta e non vi tornai più».

La storia che racconta Anna (nome di fantasia), non è un unicum nel suo genere. Sono in molti, oggi, i “consumatori” del sesso virtuale, ambito in cui la fedeltà di declina in una veste nuova di difficile interpretazione persino per chi, ad esempio, la sussistenza del tassello “fedeltà coniugale”, deve valutarlo da professionista per decidere le sorti giuridiche delle unioni: addebito della separazione, assolvimento dei doveri coniugali, ecc. Non essendo però questo settore di nostra competenza, ci limitiamo ad esporre alcune analisi di tipo sociale del fenomeno e le loro implicazioni nella vita più intima, nell’anima dei protagonisti attivi e passivi.

Iniziamo subito col descrivere le cause del tradimento virtuale. Sono, infatti, varie le motivazioni che spingono una persona ad addentrarsi ed a portare avanti un tradimento virtuale. Alcuni di questi motivi possono essere:
1) la possibilità di agire in completo anonimato e quindi sfuggire al giudizio morale della società e meno rischi circa la segretezza del rapporto;
2)l’adrenalina offerta dalla fuga dalla realtà tipica del rapporto on-line, in tempi per altro di sempre più diffusi siti di incontri, scambismo, pornografia a portata di click;
3) il rapporto virtuale non sottintende obblighi emotivi e sentimentali con la persona dall’altra parte dello schermo e un’implicazione reale della persona: da un lato aiuta i timidi o i disfunzionali nella relazione, dall’altro distrugge gli aspetti più sani della corporeità “dell’affetto”, il bacio, l’abbraccio.

Secondo un articolo riportato da State of Mind, il giornale delle scienze psicologiche esiste un modello che spiega «i motivi che accompagnano un individuo a ricercare una relazione virtuale», è il modello AAA proposto da Cooper (2002). Secondo questo modello, una relazione online è basata su una buona accessibilità (A), data dal fatto che al giorno d’oggi è notevolmente più semplice procurarsi a poco prezzo apparecchi quali computer, smartphone o tablet; inoltre, una relazione online è affidabile (A) in quanto entrambi i membri si ritrovano nella medesima situazione, il che è probabile che porti a rispecchiarsi; infine, vige la regola dell’anonimato (A) (dall’articolo).

Accessibilità, affidabilità, anonimato.

Premesso ciò, ci addentriamo quindi nelle conseguenze di questo tipo di infedeltà, ritenuta ora più ora meno pericolosa della sua versione “ordinaria”.

Come il tradimento classico, invero, quello virtuale infligge profonde fratture, se non rotture, come nel caso di Anna riportato più sopra, all’interno della coppia. Chi subisce il tradimento viene improvvisamente investito da una marea di emozioni negative quali: sconforto, umiliazione, rabbia e persino odio. Viene a mancare il terreno sotto i piedi, crollano mille certezze. Da quel momento in poi, sarà sicuramente difficile, a volte impossibile, ritrovare la fiducia nel proprio partner. Quando ci sono i figli, spesso anche loro si sentono traditi.

Anche chi commette il tradimento, di contro, può subire traumi emotivi. Spesso può essere colto da sensi di colpa per aver ferito il partner, o da sentimenti di inadeguatezza nel momento in cui si diventa consapevoli che non si riuscirà a riconquistare la sua fiducia. Proprio per i motivi esposti e dopo attenta valutazione, molti ritengono opportuno rivolgersi ad un terapeuta che li aiuti a proseguire il cammino come coppia.

Volendo sintetizzare, il bisogno di sentirsi sessualmente attivi, l’incapacità di controllare il proprio impulso sessuale ma soprattutto la mancanza di rispetto e amore nei confronti dell’altro, la mancanza di adesione totale al progetto del “due”, al senso della vita che è insito nel compiersi come uomini/donne, mariti/mogli, padri/madri, sono elementi che conducono al tradimento. Virtuale e non, anche se oggi virtuale sembra più facile e sembrerebbe “meno tradimento”, anche se fa male uguale.

Eppure, e a prescindere dalla religiosità di una persona, che quando esistente dovrebbe costituire un ulteriore deterrente alla rinuncia alla sincerità dei rapporti, esiste un aspetto che dovrebbe essere considerato. La professoressa Margherita Hack ci da un’ottima indicazione: «Noi atei crediamo di dover agire secondo coscienza per un principio morale, non perché ci aspettiamo il paradiso». Nessun moralismo, ma concretezza e trasparenza nei principi. In fondo basterebbe applicare, in ogni tipo di relazione umana, una regola importantissima: fate agli altri ciò che volete gli altri facciano a voi. Oppure: non fate agli altri ciò che non volete gli altri non facciano a voi.

Cosa abbiamo perso della bellezza delle tavolate rurali

 

Il cibo è fonte di sostentamento, senza di esso l’essere umano morirebbe. È universale, fa parte dell’uomo per l’uomo.

In base alla società in cui viviamo e in base agli alimenti che consumiamo, formiamo il nostro carattere, il nostro pensiero; è sinonimo di convivialità e la più rappresentativa è quella contadina.

Nelle tavole rurali, oltre che portare il cibo in tavola, si creavano rapporti umani, si discuteva di politica, si prendevano decisioni importanti, si educavano i figli, ma soprattutto il cibo veniva lavorato, preparato e cucinato da tutta la famiglia.

Dalla trebbiatura, al taglio della carne, dall’impasto del pane, alla cottura, ogni componente della famiglia aveva il proprio ruolo da svolgere e lo faceva con competenza e rispetto.

Con il tempo e con l’avvento della globalizzazione, tutto questo è andato perduto.

I cibi vengono trovati già pronti e imbustati negli scaffali dei supermercati.

La lavorazione del piatto si riduce a pochissimi passaggi e purtroppo la famiglia, che un tempo si riuniva in tavola per parlare, oggi è stata sostituita dalla televisione e da internet e i rapporti umani relegati a semplici saluti di circostanza.

Persino le feste, che da sempre sono un ritrovo per riunire il nucleo familiare, è ormai diventato un peso di cui si farebbe volentieri a meno.

Il cibo come rappresentanza di una cultura italica, anche cristiana e religiosa tutta, sta scomparendo ormai soffocata da ritmi sempre più frenetici, dovuti al capitalismo selvaggio.

Le famiglie si ritrovano a non sedersi neanche più in tavola, a dialogare, ad evitare quei rapporti di sangue che sono sempre stati il fulcro del nostro essere.

L’alimento, sacro simbolo di vita e di amore, onorato e rappresentato anche dai più grandi scrittori e filosofi, oggi viene visto solo come passaggio obbligatorio per riuscire a portare a termine quelle responsabilità fittizie che la società ci impone, privandoci del piacere di assaporare con gioia, quello che più ci caratterizza e ci definisce come esseri umani.

«Non si può pensare bene, amare bene, dormire bene se non si ha mangiato bene»

Virginia Woolf

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

“Che mondo lasceremo in eredità alle nuove generazioni?”

È notte in una cittadina della provincia brianzola. Un cameriere viene investito da un fuoristrada, mentre sta tornando a casa in bicicletta, dopo aver lavorato alla cena di Natale di un istituto superiore. Il conducente non si ferma a prestare soccorso. Succede questo nel prologo di tre minuti de “Il capitale umano” di Paolo Virzì.

Si susseguono poi tre capitoli, dedicato ciascuno a un determinato personaggio, che raccontano vicende iniziate sei mesi prima dell’incidente, nella stessa giornata: Dino Ossola (Fabrizio Bentivoglio), piccolo immobiliarista della zona, accompagna la figlia a casa del suo fidanzato, Massimiliano, diventa compagno di doppio a tennis di Giovanni Bernaschi (Fabrizio Gifuni), il padre del ragazzo, ipoteca la casa e prende a prestito dalla banca una somma enorme, per poter entrare nel mitico fondo Bernaschi, che promette rendimenti stellari.

Carla (Valeria Bruni Tedeschi), la madre del ragazzo, nonché moglie dello squalo della finanza, si lancia nell’avventura di ridare vita a un vecchio teatro in rovina. Serena (Matilde Gioli), figlia di Dino, ha lasciato il fidanzato (ma nessuno lo sa) e conosce Luca (Giovanni Anzaldo), ragazzo molto sensibile e di talento, orfano di entrambi i genitori, molto fragile e con problemi con la giustizia (per colpe non sue).

Il colpevole (potrebbe essere Massimiliano, il proprietario dell’auto pirata, è il sospettato numero uno ma sarà stato veramente lui alla guida?) si scopre a una ventina di minuti dalla fine e l’opera si conclude con un capitolo finale (dal titolo “Il capitale umano”), di cui ovviamente non parlo.

Partendo da un romanzo del 2008 (dal titolo omonimo) dello statunitense Stephen Amidon, Virzì debutta con risultati eccellenti nel territorio del dramma. A parere di chi scrive, infatti, si tratta del miglior film italiano del 2014, nonché uno dei più significativi del decennio. Anche limitandosi a una visione superficiale, “Il capitale umano” si lascia guardare e stupisce per la notevole capacità del regista di dirigere con mano ferma e sapiente l’incastro dei piani temporali, operazione assolutamente non semplice. E oltre ad essere magistralmente diretto, il film è abitato da attori in stato di grazia, tutti decisamente in parte, con un paio di rivelazioni (Matilde Gioli e Giovanni Anzaldo).

E Virzì, uno dei migliori registi italiani degli ultimi anni, come in altre occasioni (basti pensare, ad esempio, a “Baci e abbracci”, “Caterina va in città”, “Tutta la vita davanti”) si conferma in grado di cogliere e raccontare aspetti del mondo contemporaneo e del Bel(?)paese. Ma allo stesso tempo di parlare dell’essere uomo e all’essere umano. E di realizzare così un grande film (anche se non perfetto), per la profondità e la molteplicità degli spunti e delle riflessioni che suggerisce.

Protagonista degli eventi è il tema della finanza e delle sue mostruosità: “Noi abbiamo puntato sul crollo e invece non è successo” e soprattutto “Avete scommesso sulla rovina di questo paese e avete vinto” sono frasi iconiche e ben rappresentative del film. E le derive degli ultimi anni sono il frutto di una sorta di percorso in atto da tempo e che ha trovato terreno fertile in una caratteristica quasi innata nell’uomo, almeno in certi uomini, una avidità divorante di cui è affetto Dino che, già padre di una figlia maggiorenne, mentre è in attesa di due gemelli dalla seconda moglie, sa pensare solo ai bramati guadagni “facili” di una operazione iper speculativa.

Viviamo in un mondo dove si è ormai realizzato il travisamento del valore dell’essere umano, dove «Il valore di una vita umana, chiamato “capitale umano” dai periti assicurativi è calcolato sulla base di parametri specifici: “l’aspettativa di vita di una persona, la sua potenzialità di guadagno, la quantità e la qualità dei suoi legami affettivi”».

In realtà credo che il vero protagonista del film sia il rapporto genitori-figli. Non a caso il regista dedica i tre capitoli a un padre, una madre e una figlia. E tra i personaggi più significativi, a fianco dei tre “indagati” da Virzì, si possono citare Giovanni Bernaschi, Roberta e i due ragazzi, Massimiliano e Luca, che possono, tutti, essere letti e interpretati anche e soprattutto per il loro essere genitori e figli.

Il film ci presenta un campionario di genitori pessimi per non dir di peggio. Ci sono quelli che abbandonano i figli (Luca non ha mai visto il padre; Serena, da ragazzina, ha visto la madre partire col compagno per la Romania e da quel momento ci sono state solo “indimenticabili” telefonate di compleanno); c’è uno zio (di Luca) che, alla morte della sorella, diventa tutore ma è interessato solo ai soldi. C’è la compagna di un padre (Roberta, una meravigliosa Valeria Golino), che si sente a disagio a crescere una figlia non sua.

C’è un padre (Dino) inadeguato, avido, spregevole, che pur avendo tutto (un buon lavoro, una figlia con la testa sulle spalle, una seconda moglie praticamente perfetta, un paio di gemelli in arrivo), non è capace di avere un rapporto vero con la figlia e pensa solo a sé e ai soldi in qualsiasi situazione, anche quando la moglie, incinta, sta male oppure la figlia ha bisogno di supporto perché coinvolta, nonché provata anche emotivamente, dall’indagine della polizia. È significativo che abbia tradito gli insegnamenti e la saggezza, solida, del padre da cui ha ereditato l’attività di famiglia («Mio padre diceva sempre: “Case e bare, non possono mancare”») per lanciarsi in un azzardo finanziario più grande di lui.

Una mamma (Carla), incapace di comprendere il figlio: ha tutto ma non sta bene, quasi travolta da giornate piene di “impegni” (nuotate nella piscina privata, jogging, shiatsu, manicure, scarpe, tessuti per le tende, antiquariato: “sono arrivate delle bellissime cose dall’India e allora non me le voglio far scappare”) ma vuote di contenuto. Un padre (Giovanni) che quasi pretende che il figlio sia “il migliore” e neanche prende in considerazione la possibilità che non vinca il premio per il ragazzo dell’anno della scuola. E Roberta, psicoterapeuta in una struttura pubblica, osserva lucidamente: “questi ragazzi che sono angosciati di essere dei perdenti, me li ritrovo in terapia da me […]. Secondo me è dannoso. Io penso che a quest’età [la competizione] generi soprattutto insicurezza e ansia”.

Errori e colpe nel crescere e nell’educare i figli, che non possono poi per ripercuotersi nella formazione stessa dei ragazzi e nel loro futuro. E Massimiliano è un figlio che non riesce a sostenere le aspettative del padre. Altro tema portante ritengo sia il modo dei genitori di affrontare le colpe (vere o presunte) dei figli. E in questo senso sarebbe interessante una visione “congiunta” con “I nostri ragazzi” di Ivano de Matteo, uscito qualche mese dopo, che con “Il capitale umano” condivide un attore, Luigi Lo Cascio.

È Natale (potrebbe addirittura essere la Notte di Natale, dato il “Buon Natale, professore” che si sente a un certo punto) ma sembra quasi che nessuno se ne accorga. Non c’è traccia di spirito natalizio e non si vedono addobbi nelle case e nelle strade (a parte i pipistrelli disegnati da Luca sulle vetrate di un locale, giudicati poco natalizi dal proprietario).

Sullo sfondo c’è un teatro storico prima salvato (con un’operazione giustificata comunque da motivazioni poco nobili, i vantaggi fiscali derivanti dall’istituzione di una fondazione) ma destinato a lasciare tristemente il posto a un condominio. E proprio stamattina sono rabbrividito alla vista di un cinema/teatro a Venezia che, dopo essere stato per anni una sede dell’università (ricordo lezioni e pure esami sostenuto in quel palazzo!), oggi è diventato un supermercato. E c’è un’agenzia immobiliare che dimezza la sua metratura per lasciare il posto a un negozio con insegna cinese.

Che mondo lasceremo in eredità alle nuove generazioni?”, sembra interrogarsi Virzì. E simbolicamente due gemelli stanno per nascere. E in questo quadro agghiacciante c’è ancora una possibilità di redenzione, una goccia di speranza? Una risposta la possiamo leggere, forse, da alcuni sguardi dei protagonisti. Dino, un essere abietto che fa a gara con lo zio di Luca per il ruolo di personaggio più cattivo, nell’ultima parte non si vede e quasi non merita di essere “protagonista” di uno sguardo, è davvero difficile che per lui possa esserci una qualche redenzione. Un altro personaggio (non vi dico chi) si guarda allo specchio e i suoi occhi tradiscono l’inquietudine del non avere la coscienza a posto e del non sapere se si ha ancora la possibilità di un qualche riscatto.

Mentre l’ultimo fotogramma del film ci regala uno sguardo (anche in questo caso non vi svelo nulla) con cui il regista sembra quasi dirci che (forse), nonostante il quadro pessimo e desolante, c’è ancora una speranza di un mondo migliore. Nonostante il marcio e le difficoltà, c’è ancora spazio per l’Amore, come testimonia il personaggio di Roberta. E non è un caso che nel film gli adulti siano protagonisti di rapporti quasi glaciali (Carla e Giovanni), monodirezionali (Roberta e Dino), tradimenti, mentre l’unica storia d’Amore sana e bella nasca tra due ragazzi; non possiamo che riporre le nostre speranze sui giovani, infatti (mi viene da pensare anche all’incantevole “Piuma”).

Forse non è la prima volta nella filmografia del regista livornese che i pochi personaggi positivi siano femminili, qui in particolare Roberta e Serena (significativo il loro abbraccio in una scena). Persino l’ex segretaria di Dino, personaggio di contorno del film, si rivela essere una brava persona. E c’è un altro sguardo, che non si vede nel film, ma di cui ha parlato Virzì in un’intervista. Mentre girava “Il capitale umano”, il regista, che stava per diventare padre (particolare a parer mio da non sottovalutare nel commentare il film), mentre stava girando una scena, con la coda dell’occhio ha visto la moglie Micaela Ramazzotti, col pancione, tenere per mano Valeria Bruni Tedeschi (e quell’immagine l’ha ispirato per la sua opera successiva, “La pazza gioia”).

All’uscita de “Il capitale umano” Virzì fu accusato di aver dato una pessima immagine del Nordest ma credo che in realtà il regista abbia scelto queste zone semplicemente perché perfette dal punto di vista geografico e climatico per ospitare quelle vicende. Ma avrebbe potuto ambientare la stessa storia, sia pur con qualche leggera variazione, in qualsiasi altra zona dell’Italia.

In conclusione non posso che “promuovere a pieni voti”, dunque, “Il capitale umano”, film che a distanza di quasi quattro anni dall’uscita nelle sale, si conferma opera da vedere e rivedere, ricca di stimoli e di riflessioni su cui meditare con la mente e col cuore.

 

La foto in alto, “Teatro Italia”, è di Alfonsa Cirrincione.

Lo sfratto degli dei

Tutti, o quasi, preoccupati per gli sgomberi forzati da abitazioni abusive e da spazi pubblici illegalmente occupati, ma non si percepisce nessuna angoscia per la sommessa espulsione delle divinità familiari dalle abitazioni dei moderni cittadini. Abituati da tempo a limitarsi alla realtà e alle sue misurazioni meccaniche, anche la casa, come altri innumerevoli elementi della vita dell’uomo, è stata desimbolizzata e ridotta ad edifico di residenza.

Giovanni Iudice, Il bagno, olio su tavola 30x20cm

Gli anglosassoni, tuttora, distinguono linguisticamente l’abitazione con due vocaboli di concetto diverso: house, per indicare la struttura tecnica, la composizione geometrica, la costruzione misurabile, e home, per significare nido familiare, focolare domestico, luogo affettivo.

La solidificazione del mondo – per dirla alla Guénon –, in complice connivenza con la sua mercificazione, ha creato un vuoto che non è solo culturale, ma una vera e propria scomunica di quel vissuto simbolico che è il dispositivo vitale per comprendere il senso stesso della vita nella sue componenti personali e comunitarie. Del resto, basti pensare all’abuso linguistico alla quale è sottoposta l’economia – che etimologicamente deriva da oikos, casa enomos, norma o legge, quindi gestione della casa –, deformata nella pratica a finanza e burocrazia fiscale globalizzata e spesso anonima. Oppure alla tanto perversa quanto mistificante sinonimia tra abitare e risiedere, concetti non sono non equiparabili, ma diametralmente opposti: abitare, come dimensione esistenziale secondo Heidegger ed etologica secondo Lorenz, una condizione trascendente e di carattere storico-spirituale; risiedere, come situazione contingente, di carattere pratico, di precaria opportunità.

Parlare di casa, oggi, non ha alcun senso se non si entra nel dispositivo simbolico e ci si limita a quello funzionale e pratico proposto dalle agenzie immobiliari.

Prendere o lasciare: non ci sono terze opzioni per affrontare questo argomento. O si ha la percezione del Daimon, direbbe Hillman, della vocazione a sentire in un certo modo, oppure ogni argomentazione appare fuori tempo e fuori luogo.

Ascoltiamo il Daimon, quindi, e cominciamo a definire il concetto di casa secondo una coscienza metafisica, secondo un’intuizione che si elevi dalla realtà manipolata che viene proposta.

La casa è uno spazio che custodisce un tempo personalizzato, fatto di memoria, di esperienze e di immaginazione. Questo spazio, e questo tempo, si inseriscono nell’interiorità dei suoi abitanti, che può essere a volte condivisa e altre volte tenuta religiosamente occultata nel segreto di ciascuno, ma che comunque permea l’atmosfera complessiva dell’ambiente e delle persone che lo vivono. Oggi, nella deformazione complessiva della lingua – anzi del suo fantasma, secondo l’interpretazione di Richard Millet1 – si continua a parlare di location, quando si vuole circoscrivere un luogo secondo certe caratteristiche utili, perché si è «smarrito il senso di un “sito” complessivo dove materiale ed immateriale si incontrano in una festa di spiriti e di corpi, di colori, di luci, di odori, e di sapori, e di visioni dai panorami impalpabili e profondissimi»2.

Questa è la casa della tradizione e del simbolo. Un luogo vivente, un organismo animato, un interno che definisce il confine con il fuori. È il simbolo non solo della sicurezza fisica, ma anche quello del principio primigenio del fuoco – focolare – attorno al quale si sviluppano gli ambienti e verso il quale si attiva la protezione degli dei domestici, della famiglia e degli antenati. Essa rappresenta – nel linguaggio della psicologia archetipica – l’interiorità dell’immaginazione, dove «consumare i pasti, bere il vino, abitare [significa] avere l’intera psiche immersa nel luogo, tanto da poter capire cosa il luogo voleva, “come” cercava di esprimere se stesso»3.

La casa, infine, non era solo il domicilio, un punto di incontro quotidiano, un contenitore di oggetti e di funzioni, una residenza burocratica, ma una abitazione. E non è un caso linguistico se da questo vocabolo è stato dedotto il termine habitus, un carattere acquisito ma radicato che orienta le nostre sensazioni, i nostri desideri e, di conseguenza, le nostre condotte. Un’abitazione vivente i cui componenti adulti recepivano la trasmissione degli antenati e la tramandavano alle nuove generazioni. In cui il pater familias era il custode dell’eredità psichica e morale ma, contemporaneamente, il difensore fisico dell’integrità del luogo e del focolare.

Tutto questo impianto simbolico si è smarrito nella «marcia infernale del progresso»4, dove tutto dev’essere pratico, funzionale e consumabile. Bisogna badare alla sostanza, dicono i praticoni della modernità, cioè, etimologicamente, a ciò che sta sotto. Noi preferiamo, invece, occuparci dell’essenza, perché la spiegazione delle cose procede dall’alto verso il basso, e non viceversa. E nell’inversione di questa procedura, gli dei si sono defilati. Non più i Lari e i Penati a tutelare il territorio attorno alla casa e a vigilare sulla dispensa della famiglia, né capifamiglia a difendere l’uscio con l’accetta in mano.

Ma il fuoco non si è spento, è solo custodito segretamente in attesa di un tempo propizio a venire.

1 Cfr. R. MILLET, Lingua fantasma, trad. it., Liberilibri, Macerata 2014.

2 L. URBANI, Habitat, Sellerio, Palermo 2003, p. 344.

3 J. HILLMAN, L’anima dei luoghi, trad. it., Rizzoli, Milano 2004, p. 94.

4 Cfr. O. REY, Dismisura, trad. it., Controcorrente, Napoli 2016.