Inganno e ingannatori nella società dell’apparenza

Non sapendo bene come dare inizio a questo primo contributo per Le Fondamenta, ho voluto partire da una domanda: quale rapporto c’è tra le fondamenta e l’inganno?

In un’epoca in cui la visibilità, che sovente sconfina nell’esibizionismo fine a se stesso, ha assunto di per sé un valore quasi indiscutibile, quando non addirittura un valore sul mercato del lavoro (i mass media ci bombardano col messaggio secondo cui “famoso e visibile è uguale a talentuoso e degno di emulazione”, ma nessuno che abbia lucidità mentale può credere che ciò sia vero), bisogna ricordare che – viceversa – le fondamenta, come le radici, sono invisibili perché sotterranee, nascoste, ma imprescindibili affinché tutta la struttura soprastante possa reggersi.

Perciò, dal punto di vista di chi crede «che la realtà sia solo quella che si vede»,i parlare di “fondamenta umane” è un inganno: secondo queste persone è dubbio, relativo e opinabile, se non del tutto falso, che esistano fondamenta della Realtà più profonde del frainteso e idolatrato «individuo»; ma pensando così, a loro volta s’ingannano, perché essendo loro stesse esseri umani, sono realtà fondate, e non fondanti: se non esistesse un «Fondamento semplice», un «Disegno intelligente», un «Dio» o una «Evoluzione creatrice» che dalla notte dei tempi ci ha resi persone, non potremmo ragionare sulle fondamenta e sull’inganno, perché saremmo soltanto ammassi di particelle, agglomerati di minerali e d’acqua. E invece è proprio perché siamo nati da fondamenta ontologiche che ci precedono, che ognuno può esperire, emozionarsi, desiderare, pensare, ipotizzare, e quindi, talvolta, ingannarsi in buona fede: «si fallor, sum», se sbaglio è poiché esisto.ii

Al contrario delle fondamenta, l’inganno premeditato, doloso, paradossalmente è sempre visibile, nel senso che si serve di parole, immagini, gesti, azioni visibili, ma proprio tramite questa visibilità nasconde se stesso, a prescindere da quali siano i fini di colui che lo ordisce, da chi siano le persone che devono cadervi e da quali siano le false motivazioni con cui l’inganno viene mascherato. L’inganno e l’ingannatore necessitano sempre di un’apparenza aggiunta, posticcia, attraverso la quale mostrarsi altro da ciò che sono veramente: necessitano di una maschera. Sulla natura mascherante e necessariamente parassitaria delle personalità ingannatrici – umane e oltreumane, cioè diaboliche – e sul loro potere di falsare la comprensione della realtà ha scritto brani intelligenti Pavel Florenskij, filosofo e teologo russo, monaco ortodosso, fucilato in un gulag staliniano il giorno dell’Immacolata Concezione del 1937:

La maschera, o larva, è qualcosa che ha una certa somiglianza con il volto, che si presenta come volto, che si spaccia per volto ed è preso per tale, ma che dentro è vuoto, sia nel senso materiale, fisico, sia quanto a sostanza metafisica […]. È caratteristico che la parola larva assumesse già per i Romani il senso di corpo astrale, di «vuoto», inanis, di impronta insostanziale lasciata da un morto, cioè di forza oscura, impersonale, vampiresca, che si mantiene grazie alla forza rianimante del sangue di un volto vivo a cui questa maschera astrale possa attaccarsi, risucchiando e presentando questo volto come il proprio essere. […] La manifestazione fenomenica della persona ne estirpa il nucleo essenziale, e così, svuotandola, ne fa un guscio. La manifestazione fenomenica, allora, diventa tenebra, che separa, isola, il percepito dal percipiente […]; il volto si stacca dalla persona, dal suo principio creatore, perde vita, e si irrigidisce in una maschera.3

Quindi, quanto più l’inganno dev’essere nascosto e oscuro, tanto più evidente, accessibile, indiscutibile e luminosa dev’essere la maschera, la facciata presentabile, dietro la quale inganno e ingannatori si celano; ma si tratta di una luce che non illumina, bensì acceca, rende incapaci di vedere altro che non sia quella stessa luce e le cose che essa vuole siano illuminate. A questo proposito è interessante che, scoprendo di avere creduto a qualcosa che sembrava essere una determinata realtà, che si è poi rivelata differente o addirittura contraria, si ricorresse all’espressione «ho preso un abbaglio».

In àmbito politico, commerciale, sociale, economico, e in generale ovunque vi sia comunicazione mediata, interfacciata, molte di queste… luci artificiali sono manovrate da persone con molti interessi e pochissimi scrupoli nel puntarle negli occhi di coloro che sono più sprovveduti culturalmente: le campagne pubblicitarie delle lobby e delle potenze industriali e le campagne elettorali dei partiti politici ne sono l’esempio più palese e più s-facciato (dove c’è maschera non c’è faccia), anche perché tra lo stile e il metodo delle une e delle altre, oggi c’è poca differenza. In questa prospettiva si comprende bene perché Louis Ferdinand Céline abbia scritto: «…vi avverto: quando i grandi si mettono ad amarvi, è il segnale che vogliono ridurvi a carne da battaglia… È il segnale infallibile. È con l'”amore” che incomincia la fregatura».4

Lo stesso avvertimento si ritrova nella scena finale del Secondo tragico Fantozzi (regia di L. Salce, 1975), in cui lo sfortunato ragioniere creato da Paolo Villaggio (deceduto lo scorso luglio) corre a chiedere di essere nuovamente assunto dal Megadirettore Galattico. Costui è una vera maschera menzognera nel senso di cui si diceva sopra, perché – sappiamo dal film precedente (Fantozzi, L. Salce, 1974) – dietro l’apparente austerità monastica del suo ufficio e del suo modo di esprimersi, nasconde la sua vera natura sociale di sfruttatore e edonista senza remore, di cui sono correlativi oggettivi surreali la poltrona in pelle umana e l’acquario in cui, esclusivamente per il suo relax, nuotano dipendenti estratti a sorte. Quando il Megadirettore si avvicina a Fantozzi, questo si ritrae spaventato; il manager lo tranquillizza con voce melliflua: «Non abbia paura, noi le vogliamo bene!», al che Fantozzi risponde: «È appunto per questo che ho paura…!».

Il finale del primo film era ancora più eloquente e “profetico”: il Megadirettore, intuendo l’estrema manovrabilità e ingenuità del suo dipendente improvvisatosi rivoluzionario «dopo tre mesi di letture maledette» sui classici marxisti-leninisti, gli mostra lo spettacolo dell’acquario con i dipendenti sorteggiati; e Fantozzi, influenzabile, non soltanto perde la carica contestatrice che si era illuso di avere (un autoinganno, dunque), ma prega il suo superiore supremo di poter «avere anche lui l’onore» di nuotare in quella «meraviglia».

Quanti e quali altri «acquari con i dipendenti» si sarebbero visti nei quarant’anni seguenti! E quanti contestatori sociali improvvisati e autoingannati desiderare di nuotarvi! Su come gli ingannatori riescano così bene a ingannare, e sul perché gli ingannati non si accorgano d’essere tali, si dovrebbe ragionare a lungo, e qui non abbiamo più spazio. Ma ciò che è sicuro è che, oggi, moltissima gente che ha voluto far parte dell’acquario del padrone – assumendo il cosiddetto «stile di vita» consumistico-edonistico tipico dei parvenus, i neo-ricchi di sempre, dal Trimalcione del Satyricon di Petronio alle innumerevoli imitazioni grottesche di calciatori e «tronisti», di showgirl e pornostar che si aggirano quotidianamente tra noi – non ne è più uscita, non sa e non vuole uscirne nemmeno tutt’ora, pur vedendo che sulle pareti dell’acquario cominciano a delinearsi le prime inquietanti crepe.

Del resto, la preoccupazione principale in chi inganna è quella di far sì che gli ingannati non sospettino neppure dell’esistenza dell’inganno, e sembra che questa preoccupazione sia ampiamente ripagata: ingannatori e ingannati – per citare Paolo di Tarso5 – sembrano convivere tranquillamente nella convinzione (ingannatrice a sua volta) che la visione del mondo e lo stile di vita promossi dagli uni e accettati acriticamente dagli altri, e quindi rappresentati da entrambi, siano gli unici possibili e sensati. L’impossibilità stessa di «pensare altrimenti», dunque, come esito ultimo dell’inganno collettivo.

1Eugenio Montale, Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale, 1967, in Satura, 1971. (E. Montale, Opere complete, Milano, Mondadori, 1996).

2Attribuita ad Agostino d’Ippona; cfr. Giuseppe Cambiano, Massimo Mori, Storia e antologia della filosofia, vol. 1, Antichità e medioevo, Roma-Bari, Laterza, 2002, p. 219.

3Pavel Florenskij, Le porte regali. Saggio sull’icona, trad. it. a cura di Elemire Zolla, Milano, Adelphi, 1977, pp. 42-49 passim.

4Louis Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte, cit. in Italo Angelo Petrone, Prima e unica lettera di A. Huxley a G. Orwell, “Il Salotto degli Autori”, anno XIII n. 56 / estate 2016.

5II lettera a Timoteo, 3, 13.

La foto in alto, “L’acquario umano”, è di Alfonsa Cirrincione.

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