«La lingua è dominio soprattutto della coscienza» – L’inganno

Ho trovato questo volume, scritto da Franco Fochi, linguista e saggista italiano, classe 1921, nella polverosa, gattara e famosa libreria Acqua Alta di Venezia di Luigi Frizzo. Mi incuriosisce per la copertina dell’architetto Silvio Coppola e il “Prologo forzato” che introduce quella che poi risulta essere una competente riflessione sulla lingua, competente e potente, avviluppata ad una profondo quanto brillante racconto delle vene aperte dell’Italia.

Le parole sono cose, le parole stanno accanto alle cose, oppure sono oltre le cose, decorano o denigrano, significano, amplificano, svuotano. «La lingua è uno specchio dell’anima assai più che il volto», mai ferma, cammina col popolo suo ed è il popolo a camminare con lei, perché, come diceva Cioran «non si abita un paese, ma una lingua; una patria è questo e nient’altro».

Lingua in rivoluzione fissa una pluralità di capriole linguistiche, solletica il perno di tante forzature dello scritto, del parlato, del ‘pensato’, sciorina una moltitudine di audaci fughe in avanti di una lingua di radici antiche, ma sempre più barbaramente posta al servizio delle ideologie, del potere costituito, cosicché la neolingua che vien da tal parto assurge a codice esclusivo e sostitutivo.

Già Pasolini, ricorda Fochi, aveva denunciato il misfatto delle dinamiche della “sola terminologia possibile”, «quella dell’industria culturale e della sociologia», ma va richiamato, dice Fochi, «per la sua coerenza (e per non risvegliare echi di un chiasso svanito), mentre ci prepariamo a chiedere che si disperda ogni reliquia e progenie della “lingua come espressione”, a gloria e gaudio della “lingua come comunicazione”».

«Alla guida della lingua – ribadisce – non sarà più la letteratura ma la tecnica» e lo scrive nel 1966, quando la Fiat stipulava col governo sovietico un contratto per la realizzazione di un’autovettura in Russia, quando a Pavia, ad una tavola rotonda sulla dottrina giuspositivistica, l’intervento di Norberto Bobbio, apriva ufficialmente la crisi del positivismo giuridico in Italia. La Costituzione è giovane, non sono ancora passati 20 anni dall’entrata in vigore e vivo è il ricordo del dibattito in seno alla Costituente, ove tanti dogmi moderni, erano forieri di enormi perplessità.

La dissolubilità matrimoniale, la laicità, la parità di genere, molte libertà, non perché non valide, ma perché considerate superflue nella contingenza di bisogni più urlanti, se non altro, almeno quello elettorale. «Non abbiamo sentito, come bisogno, la ricostruzione delle parole», perché nella realizzazione del calendario imminente, nel Paese spappolato delle due guerre, erano forse più funzionali gli slogan, «”Le solite balle”: così commenta il popolo, da noi costituito sovrano». Il capitoletto in questione, Fochi lo titola “Ricostruzione”, ripartenza dalle macerie.

«Sulla libertà ci siamo gettati con la leggerezza di un bimbo goloso: legittima la voglia, illegittimo il modo». Ventisette, conta Fochi sono gli articoli della Carta Fondamentale che contengono principi di libertà, «ma avrebbe fatto comodo un ventottesimo, che sancisse apertamente la libertà dal luogo comune» o un primo articolo così strutturato: «L’Italia è una Repubblica veramente democratica, fondata sulla sincerità». Sulla sincerità e non sull’insignificanza del lavoro, espressione tanto cara a Palmiro Togliatti, alla quale, «un eminente uomo di sinistra (aventiniano, perseguitato, coerentissimo) come Emilio Lusso» – riporta sempre Fochi – obiettava che «non aveva riscontro nell’attuale realtà italiana, e portava l’esempio della menzogna, consacrata nella Costituzione spagnola del 1931, che parlava d’una Repubblica dei lavoratori, la quale non esistevae cadde appunto perché non esisteva”».

Troppo spesso abbiamo sorvolato sulle parole perché ci interessavano più i fatti, abbiamo preferito porle a supporto, mascherarle per la causa, sicché ad un certo punto, per ridare loro il senso antico, le fattezze delle origini, non sono più bastati aggettivi. Abbiamo aggettivato – nota Fochi – pure la coscienza, stradale, calcistica, veneatoria, antitumore, ma essa «è una sola; morale; ma l’aggettivo è superfluo appunto perché l’idea è nel nome». Per non parlare poi di tutti i danni delle esagerazioni, dei gonfiamenti, delle banalizzazioni del professionismo politico e del giornalismo professionista, di cui disquisisce nel capitolo “La bianca coltre”, quindi balletti con l’eterno ritorno delle figure: obiettivo, urgente, concreto, contesto, atmosfera, vigilia.

La lingua muta, ma mai da sé. La manomissione delle parole, per usare l’espressione di Gianrico Carofiglio, predispone di volta in volta ad un mondo nuovo, aiuta ad avvicinarvisi. «La serva – scrive Fochi nel capitolo “Novissimo dizionario d’arti e mestieri” – se n’è andata, e ha fatto bene. Ma la servitù (intendo il collettivo concreto, però senza trascurare l’astratto) è rimasta» coccolata e finanche protetta dalla parvenza del suo superamento.

La donna di servizio è stata così “ritogata” – ironizza Fochi – “lavoratrice domestica” «col risultato, molteplice, d’una romana dignità, d’un richiamo preciso (e ammonitore) alla Repubblica “fondata sul lavoro”, e di “una opportuna” scomodità per la datrice di lavoro, la quale d’ora in poi non avrebbe più potuto affermare seccamemte e rapidamemte la propria condizione (“è la mia serva”), dovendo dire invece: “è la mia lavoratrice domestica” (una bella fatica, oltre che una certa, e giusta, umiliazione)».

Che la lingua muti non è un male in sé.«Rinnovarsi vuol dire vivere. Ma noi, oggi, abbiamo una strana maniera d’intendere il nuovo, dimenticando che il progresso spontaneo e schietto, non solo fa a meno di stravaganze, per affermarsi, ma se ne tiene scrupolosamente lontano per non giocare nella partita della novità il bene della dignità, e perdere la partita in tutti i modi».

Resta poi da affrontare il problema della democrazia della lingua e della lingua “per tutti”, concetti talora ideologicamente sovrapposti come tra i sostenitori della nervosa anglofonia tutta occidentale. L’operaio di Latina e quello di Manchester finalmente potranno dialogare, approntava qualcuno un ragionamento che suonava più o meno così. Che non siano infatti “Troppe lingue per una democrazia?” è il titolo-domanda del libro di Tullio De Mauro, recensito da Franco Lo Piparo, filosofo del linguaggio, il quale nota come l’Europa non disponga di una lingua che permetta ad “un idraulico calabrese di intendersi col collega tedesco o finlandese”.

In tema di problemi del mestiere, e non che quello sulla comunicazione operaia non sia rilevante, vediamo molto più sul pezzo Franco Fochi, quando evidenzia che parole nuove non novano in nessun verso la fatica che si deve per onorare il lavoro: «Il panificatore doveva alzarsi all’alba, quando suo padre era semplice fornaio. Non che gli sia risparmiata la levataccia; ma nella toga […] – di braccio della “panificazione italiana” – sta più fresco. Così gli ufficiali di quel reggimento sentivano meno il prurito, essendo esso cutaneo, che i sottufficiali con la scabbia o, peggio, i soldati con la rogna. Anche il fabbro, quando s’arrovella e s’ammazza come artigiano del ferro, suda meno».

Due proposte di legge di cui una del 1959, presto ritirata dai proponenti, e una del 1960, sulla cui sorte Fochi non era informato, intendevano trasformare la qualifica di “bidello” delle scuole in “usciere” o ”commesso scolastico”, poi in “ausiliario”. Oggi l’uso del termine bidello è riservato al cantuccio della vergogna, non si usa che nei bisbigli, nei dialoghi al riparo da orecchi troppo politicamente corretti che possano sussultare.

La “coscienza linguistica”, questa sì ammessa da Fochi nel ventaglio delle coscienze aggettivate, in quanto nella sua cifra spirituale e per il suo «indissolubile legame con gli uomini che parlano» è senz’altro, dice Fochi, conferma che «la lingua è dominio soprattutto della coscienza». La coscienza della lingua, del codice, sembra confondersi oggi con la visione ideologica che ha la meglio nella scena del potere, e la ‘manomissione’ delle parole così avviene in modalità più aderenti alla logica della posa che allo slancio ‘mistico’ dell’uomo in ricerca.

Tuttavia, se esse sono cose, le parole che adoperiamo, non solo raccontano un mondo, ma ci preparano ad un mondo, ad una visione, ci predispongono ad un sentimento e insieme lo suscitano, lo anticipano, lo sviscerano, lo rendono meno fuggevole. «Io ricordo – scrive Maria Montessori nel saggio La scoperta del bambino – una bambina di due anni, che, messa davanti ad una statuina del Bambino Gesù, disse: “Questa non è una bambola”». Concetto, parola, associazione, dissociazione.

In talune fasi storiche, in qualcuna in particolare, sembra essere nata la propaganda, fenomeno invero sempre esistito, ma l’attribuzione della sua creazione a una fazione precisa che “distorceva” per definizione, ha agevolato le successive narrazioni della fazione che “raddrizzava” per costituzione e dello sfoggio di siffatto sforzo ortodosso si nutriva, perché «le opinioni su questa scottante materia della moralità nazionale preferiscono il vaglio della censura di parte, e quasi sempre tacciono: nelle parole o negli stessi pensieri. Questa è la nostra “coscienza democratica”: il non saper pensare o esprimersi che sotto una bandiera. O il non osare, che è peggio. Ognuno (rosso, bianco, nero, verde) ha in sé un elenco, più o meno lungo e via via adattato, di giudizi che non può pronunciare, di istituzioni che non può toccare, di persone che non può scalfire: perché non ne venga danno all’idea (quando va bene). E così l’idea stessa, ridotta a strumento, opposta a quella verità che dovrebbe esserne il sostegno, si svuota. E con essa, anche la parola cessa di essere verbo: ombra vana senza soggetto, sventolata come un qualunque fazzoletto che non prema di perdere». Titolo del capitolo contenente questo magistrale je accuse è sempre “Ricostruzione”, ossia ripartenza dalle radici, dalle parole, dal loro legame autentico con la base, con le cose.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

One thought on “«La lingua è dominio soprattutto della coscienza» – L’inganno

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