Se la comunità ci vuole soli

Uno degli inganni maggiori perpetrati dalla società occidentale moderna è quella di far credere al singolo individuo di godere di una libertà e di una autonomia propria. Di essere l’unico e il solo ad avere in gestione la propria vita, in grado di approvare o disapprovare ciò che lo circonda, evitando in questo modo di relazionarsi con gli altri in modo aperto e sincero. In realtà questo approccio obbliga il singolo individuo a vivere in completa solitudine, senza riuscire a possedere a pieno quella moralità che gli consente di discernere ciò che è bene dal male, giusto o sbagliato, lecito o illecito.

La base del vivere civile sta nel condividere con altri le proprie esperienze personali, di confrontarsi, di organizzarsi socialmente in modo da favorire la propria vita lavorativa, quella privata e affettiva. Oggi invece si richiede una esistenza atta a soddisfare le esigenze di pochi “eletti”, lasciandoci credere che ogni azione nasca dal nostro essere, mentre invece è imposta. Gunther Aders ne L’uomo è antiquato (Vol. II),

Giovanni Iudice, Figura allo specchio, olio su tavola cm20x20

spiega bene questo concetto: Sostenere che siamo «attivi» è giustificato soltanto ancora dal fatto che la nostra attività è mantenuta e usata, nella sua esistenza apparente, da quella élite del potere che ci desidera passivi; perché tale attività continua a esistere ancora solo come un costume (tuttavia indispensabile) che ci viene imposto per far si che noi mettiamo in atto, senza mormorare, la nostra passività.

Questa remissività e sottomissione involontaria, si ripercuote sulla nostra vita e sul nostro IO interiore e ci fa assumere comportamenti eccessivi, che non rispecchiano il nostro carattere e la nostra personalità. Uno di questi aspetti è quello che oggi chiamano egocentrismo o narcisismo, in merito a persone che tendono ad esporsi in maniera esagerata o impropria agli occhi degli altri. Quello che però incautamente e superficialmente viene definito tale, non è altro appunto che il frutto di un isolamento coercitivo di questa società, che ci obbliga a vivere in perenne contraddizione con noi stessi. Il trascendentalismo, in questo senso, ha aumentato questa esaltazione individuale, dovuta proprio da una passività indotta, mettendo in secondo piano la conoscenza del nostro essere, tramite la socializzazione e le diverse esperienze relazionali.

In una società nichilista come la nostra, è ovvio che ci siano individui altrettanto nichilisti, che non usano il raziocinio ma l’emotività, che non analizzano ma giudicano, che basano la propria esistenza su di una verità soggettiva, mai oggettiva.

Se la stessa comunità incita l’individuo alla solitudine, all’annullamento del proprio essere, al diniego delle leggi (naturali e/o divine che siano) e a misurarsi solo con se stesso, ecco che di fatto la società (e di rimando la collettività) non ha più ragione di esistere.

l’Io interiore si ritroverà quindi ad assumere comportamenti egoistici, a richiedere alle Istituzioni (di cui prova profonda disistima), leggi puramente individualistiche, atte solo al fine di aumentare il proprio ego e la propria stabilità individuale. Queste conseguenze, dovute alla passività indotta, citata poc’anzi, al contrario, non farà altro che aumentare disistima, caos e instabilità, portando lo stesso individuo a non assumersi nessun tipo di responsabilità e continuare a vivere illudendosi di essere consapevolmente libero.

Per cercare di combattere questa società e quindi di prendere coscienza del proprio IO, bisogna innanzitutto rendersi conto che quello che differenzia l’essere umano, dal resto degli altri mammiferi, è il raziocinio. L’uomo è in grado di pensare, di porsi domande e di avere una grande qualità, quella di dubitare. Pensare e dubitare di ciò che si è, ci eleva nella consapevolezza e nella ragione.

COGITO ERGO SUM

La libertà di espressione sotto attacco

La libertà di espressione1, in tutte le sue forme, è tra quelle fondamentali dell’uomo nei paesi civili: cercare di limitarla è un pericolo che nessuna democrazia dovrebbe correre. Eppure nel momento massimo di innovazione tecnologica nei metodi di comunicazione assistiamo ovunque ad un tentativo di limitare la libertà di espressione con ogni mezzo: Facebook che censura foto di guerra che hanno vinto anche riconoscimenti internazionali perché urterebbero la sensibilità di qualcuno, nudi di opere d’arte che vengono coperti perché si immagina possano infastidire i sedicenti custodi di una presunta moralità pubblica (ricordate quando il Presidente dell’Iran venne in Italia e si dovettero coprire alcune statue?

Ricordate però pure che in UK la regina Vittoria, ai tempi, fece coprire le gambe dei tavoli, perché considerate indecenti!) sono solo due esempi di come in questi ultimi tempi la libertà di espressione sia stata messa a dura prova. Perfino nella terra della libertà e nella casa dei coraggiosi, l’America del Nord, il free speech – la libertà di espressione – è costantemente messa sotto attacco: le scene di guerriglia viste all’Università di Berkeley in occasione dell’annunciato discorso di Ann Coulter2 o l’aggressione in Vermont ai danni dell’anziano sociologo Murray o la messa a tacere di Heather MacDonald3 in California, dimostrano che si ha paura di idee alternative al “conformismo liberal” al “pensiero unico” che domina non solo nelle università statunitensi ma anche in quelle europee soprattutto inglesi.

«A Gesù Cristo, e ad altri ‘estremisti nonviolenti’, sarebbe vietato parlare nelle università se fosse vivo nel 2016» avrebbe detto il professore di Oxford, Timothy Garton Ash4 denunciando la troppa debolezza nel difendere la libertà di parola in UK. Di questi esempi poco edificanti ve ne sono purtroppo anche nella nostra Italia: il caso delle affermazioni dell’imprenditore Barilla sulla famiglia tradizionale che hanno scatenato la potentissima lobby gay americana contro la sua pasta o dello stilista Domenico Dolce sui “figli della chimica” che si è visto insultare anche dal cantante Elton John e tanti altri. Per non parlare poi della questione gender e di genitore 1 e genitore 2.

Poche settimane fa in un viaggio di lavoro a New York ho voluto rendermi conto che la statua del nostro Cristoforo Colombo fosse ancora li a Manhattan in Columbus Circle. C’era per fortuna! Per molti liberal, il free speech è sempre dissenso e il dissenso può appartenere soltanto alla sinistra, quello fuori dall’ideologia liberal va combattuto ferocemente. O se preferiamo, la libertà di parola non significa libertà di avere un’opinione a meno che non si tratti di un’opinione che appartenga ad una minoranza potente. Mi sembra di assistere alla dittatura delle minoranze e dico sembra perché per fortuna conservo ancora l’ottimismo di credere che siano veramente in pochi, anche se potenti e ben organizzati, a pensarla così.

Quando vi fu il vile attacco terroristico di matrice islamica a Charlie Hebdo, il mondo progressista tutto, il mondo democratico, il mondo civile, il mondo che siede dal lato giusto della storia, con qualche testimone anche tra i non progressisti, scese in strada e si riunì al grido “Je suis Charlie” per dimostrare la propria ribellione a qualsiasi tentativo di limitazione della libertà di espressione come quella satirica. Peccato poi che tempo dopo, quando Charlie Hebdo mise in copertina una vignetta satirica sul terremoto di Amatrice, parte di coloro che in Italia aveva dichiarato di essere “Je suis Charlie” ha manifestato il proprio sentimento di condanna per quella vignetta giudicata “irrispettosa”. Doppio standard, more solito. Senza la libertà di espressione non avremmo visto il pugno chiuso alzato in guanto nero di Smith e Carlos alle Olimpiadi del Messico nel 1968.

In questi giorni in Italia abbiamo assistito al dibattito sulla proposta di legge Fiano che vuole, di fatto, impedire “la propaganda” del regime fascista. Molti hanno già discusso sulla necessità di avere un’altra legge oltre quella Scelba e Mancino e non voglio parlare di questo; mentre il M5s ha parlato di iniziativa liberticida, io ritengo che il confine tra la libertà di manifestare la propria opinione e la propaganda sia un confine molto labile per lasciare che a decidere sia la magistratura.

Sicuramente l’onorevole Fiano ha pensato a questa nuova proposta per difendere nobilmente il popolo ebraico da future aggressioni razziste anche e soprattutto attraverso le nuove piattaforme virtuali di comunicazione ma il modo che ha proposto è alquanto pericoloso. Popper diceva che non bisogna tollerare gli intolleranti, ma un paese democratico come l’Italia non dovrebbe concentrare le sue energie politiche a reprimere le idee di questi sparuti gruppi di intolleranti quanto piuttosto le loro azioni. Sicuramente ci sono state eccezioni, soprattutto post seconda guerra mondiale dove di fatto fu impedita la propaganda di idee naziste e fasciste ma era un’eccezione.

Se l’eccezione si trasforma in regola, mettiamo a rischio uno dei valori più importanti della nostra democrazia e della nostra civiltà. Nessuno sano di mente, in Italia può pensare che ci sia la volontà di rifondare un partito fascista. Limitare la libertà di espressione è però il primo passo certo, perché dimostrato dalla storia, verso il totalitarismo più bieco. Qualcuno afferma che però i partiti di destra stanno prendendo piede in Europa (Germania, Polonia, Ungheria solo per citare qualche esempio) grazie a un sentimento diffuso di odio verso l’altro dove l’altro è l’immigrato. Io penso che non sia proprio vero.

Se i partiti di destra stanno prendendo spazio è perché la politica, certa politica di sinistra, ha fallito nel garantire sicurezza e protezione ai propri cittadini perché il politicamente corretto ha di fatto impedito anche che la libertà di parola fungesse da elemento liberatorio negli essere umani: chiamare le cose per come sono è un modo per affrontarle, impedire questo significa alimentare dubbi e bias che possono generare derive non volute.

«È una cosa stupenda, la distruzione delle parole» – scriveva G. Orwell nel suo capolavoro “1984”. E non è certo impedendo la manifestazione della propria opinione che la sinistra riconquisterà voti. Non ho mai visto accadere che una cosa resa proibita abbia perso fascino anzi: durante il proibizionismo l’alcol scorreva in America molto di più di quando era legale. Demonizzare quello che non rappresenta più alcuna minaccia seria ha il duplice scopo di far volgere lo sguardo lontano dai veri problemi del Paese e puntare un riflettore su qualcosa a cui non si pensava più ridandone nuova luce. Non un grande lavoro per un politico a mio avviso.

Laddove invece non c’è alcun limite alla libertà di espressione registriamo i progressi più importanti in tutti i campi dell’espressione umana: dal campo fisico-spaziale a quello medico-scientifico a quello sociale. Sempre di recente in un altro viaggio americano ho visitato l’Università di Chicago il cui rettore, Jay Ellison, ha recentemente detto rivolto alle matricole che una delle caratteristiche fondamentali del suo Ateneo è l’impegno a tutelare la libertà di ricerca e di espressione e che nella sua università tutti sono incoraggiati a parlare, a scrivere, ad ascoltare, a contestare e ad apprendere, senza temere alcuna censura alcuna. Ecco, questo dovrebbe essere il vero ruolo dell’insegnamento: fornire strumenti di confronto e critici senza aver paura che qualcuno ci censuri, quella qualità d’insegnamento che forse stiamo perdendo in Italia se si ha paura delle opinioni contrarie al pensiero unico.

Mi domando che cosa ci spinga a tale forma di autolesionismo qual è la limitazione della libertà di espressione soprattutto in questo momento in cui il nostro stile di vita, le nostre conquiste sociali e di diritti civili sono nel mirino dell’islam fondamentalista.

A mio avviso non è riducendo al silenzio tacciando del fascista, islamofobo, omofobo, razzista, chiunque la pensi in maniera diversa che ci salveremo. Anzi ci stiamo autocondannando a un inverno della civiltà. E dunque l’inverno si avvicina5 inteso come medioevo del mondo, ma per fortuna c’è prima l’autunno che mi auguro possa essere “caldo” per questo genere di riflessioni. Perché limitando gli altri, prima o poi, si finisce per limitare se stessi.

1 Costituzione della Repubblica Italiana art.21, Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 art.19, Costituzione della Repubblica federale di Germania del 1949 art.5, Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali  art.10, Costituzione degli Stati Uniti primo ememdamento

2scrittrice e opinionista conservatrice statunitense sui temi sociali e politici

3Commentatrice di politica americana, saggista, e giornalista

4autore del libro : ““Free Speech: Ten Principles for a Connected World”

5Winter is coming la frase più famosa della serie cult Games of Thrones – Il trono di spade in italiano

La foto in alto è d Alfonsa Cirrincione.

La coscienza è come l’orologio…

La coscienza morale, per essere in grado di guidare rettamente la condotta umana, deve anzitutto basarsi sul solido fondamento della verità, deve cioè essere illuminata per riconoscere il vero valore delle azioni e la consistenza dei criteri di valutazione, così da sapere distinguere il bene dal male, anche laddove l’ambiente sociale, il pluralismo culturale e gli interessi sovrapposti non aiutino a ciò. La formazione di una coscienza vera, perché fondata sulla verità, e retta, perché determinata a seguirne i dettami, senza contraddizioni, senza tradimenti e senza compromessi, è oggi un’impresa difficile e delicata, ma imprescindibile. Ed è un’impresa ostacolata, purtroppo, da diversi fattori. Anzitutto, nell’attuale fase della secolarizzazione chiamata post-moderna e segnata da discutibili forme di tolleranza, non solo cresce il rifiuto della tradizione cristiana, ma si diffida anche della capacità della ragione di percepire la verità ci si allontana dal gusto della riflessione. Addirittura, secondo alcuni, la coscienza individuale, per essere libera, dovrebbe disfarsi sia dei riferimenti alle tradizioni, sia di quelli basati sulla ragione. Così la coscienza, che è atto della ragione mirante alla verità delle cose, cessa di essere luce e diventa un semplice sfondo su cui la società dei media getta le immagini e gli impulsi più contraddittori1.

Quando si parla di coscienza la confusione sotto il cielo è assai grande. Per la mentalità contemporanea la coscienza rappresenta il tribunale ultimo e ogni decisione presa in piena coscienza va rispettata.

L’egemone cultura liberal-radicale ha ipotecato un modo di pensare la coscienza come facoltà naturalistica: non un giudizio della ragione, ma un impulso vitalistico che svincola l’uomo da ogni responsabilità – puro sentire immediato non guidato dalla razionalità. La coscienza così intesa (come facoltà naturalistica) pretende di qualificare l’atto morale: il soggetto, apparentemente esaltato nella sua libertà, viene ridotto a un fascio di momentanee e contingenti pulsioni. Inoltre, non sarebbe possibile parlare di valori, se non in senso soggettivistico. Non esisterebbero valori indisponibili (non negoziabili), non dipendenti dalla volontà (e dall’arbitrio!) umana.

Lo esprime chiaramente Rousseau nell’Emilio: «tutto ciò che sento essere bene è bene, tutto ciò che sento essere male è male». Bene e male sarebbero il prodotto della coscienza la quale dipenderebbe esclusivamente dalla volontà. In altre parole, l’uomo non sarebbe soggetto a “una legge che non è lui a darsi” ma signore della legge morale, padrone di stabilire ciò che è bene e ciò che è male. La persona, secondo questa ideologia, non sarebbe chiamata a controllare e valutare passioni e desideri, ma dovrebbe “lasciarsi andare” (spontaneismo) realizzando con autenticità (sic!) la propria volontà, libera nel suo determinarsi da qualsiasi regola o magistero “esterno”.

Il soggetto, quindi, non riconosce alcun criterio che non sia… la sua opinione. In tal senso la coscienza risulta inevitabilmente autoreferenziale (non ha altra misura che se stessa), non richiede alcun fondamento obiettivo al di là dell’atto che la pone. È una coscienza “murata”, chiusa in se stessa, avalutativa e come tale soggettivisticamente nichilista – disperata presunzione di chi non accetta il proprio statuto ontologico e pretende di “farsi Dio”.

La coscienza, invece, (parliamo della coscienza morale, che è la “capacità di aprirsi all’appello della verità oggettiva”) è tale solamente se è subordinata alla legge naturale, che non è una costruzione umana, ma una legge oggettiva e universale.

La coscienza è come l’orologio che abbiamo al polso. Dobbiamo essere certi che sia in accordo con l’ora effettiva. In molti casi essa non è retta (per ignoranza, per pregiudizio o per passione); pertanto va regolata; essa è uno strumento della persona: è la norma prossima della moralità, vale a dire del credere e dell’agire. La norma superiore – la regula agendi – è la legge naturale e divina. Ad essa dobbiamo conformarci, adeguando il nostro intelletto alla realtà oggettiva.

Negando Dio, si nega anche l’esistenza di una legge etica esterna all’uomo ed immutabile, con l’impossibilità di parlare di principio morale. Scrive Romano Amerio: «Non è possibile che le radici della morale umana siano nell’uomo che non è un essere radicale e non può quindi essere radice di morale. La morale infatti è un ordine assoluto e l’uomo invece un ente contingente e relativo cui l’assoluto è presente e si impone, ma non ha certo le proprie radici in lui (…) Il vocabolo stesso di coscienza annuncia irrefragabilmente che non c’è con-scientia se l’io non si sente nella dualità con l’altro, e se l’uomo non vive la solidarietà con la legge, cui è congiunto e cui deve riverenza»2.

Pensiamo, ad esempio, alla questione della libertà di coscienza che è ben diversa dalla libertà della coscienza: non si tratta di un gioco di parole, ma di due modi radicalmente opposti di concepire la libertà: la prima, infatti, è la rivendicazione del diritto alla sola coerenza con se stessi (pura e semplice manifestazione della volontà, mera opzione avalutativa); la seconda è il dovere/diritto della testimonianza del soggetto di fronte a una legge non dipendente da alcuna volontà umana, in adesione ad un valore e ad una legge superiore alla coscienza stessa. Essa trova il suo fondamento nel bene, cioè nella verità (si pensi all’Antigone di Sofocle o ai martiri cristiani). La coscienza non è libera di affermare che è bene quello che vuole o ritiene sia bene: è vincolata al bene oggettivo, vale a dire al bene in sé (inscritto nella sua natura), il quale deve essere riconosciuto come tale. Al contrario, la libertà di coscienza, lungi dall’essere doverosa testimonianza di fedeltà a una legge non scritta, all’ordine etico delle “cose”, è in ultima analisi rivendicazione del diritto di fare tutto ciò che il soggetto ritiene di fare.

«La coscienza – ha scritto il prof. Danilo Castellano – non è la fonte della legge ma è il “luogo” ove la legge si manifesta. Non è la facoltà naturalistica che erroneamente si reputa strumento idoneo a creare le cosiddette “scale di valori” dalle quali dipenderebbero, poi, il bene e il male, il giusto e l’ingiusto. Non sono, infatti, le “misure” – tanto meno le misure soggettive – che creano la realtà ma è la realtà condizione delle misure. È per questo che condizione della coscienza è la legge (intesa non come norma positiva bensì come legge naturale), che la coscienza riflette in sé come lo specchio riflette la realtà davanti alla quale esso viene posto. Senza legge (naturale), perciò, non si può propriamente parlare di coscienza»3.

Per evitare di impantanarsi in concezioni erronee (e disumane) della coscienza occorre ritornare ad una metafisica realista, dove è l’essere che fonda il pensiero e non il contrario. Come ha scritto Marcel De Corte: «Essere nella verità significa conformare la propria intelligenza a una realtà che l’intelligenza non ha né costruita, né sognata, e che a lei si impone. Fare il bene non vuol dire abbandonarsi agli istinti, agli impulsi affettivi e alla volontà propria, ma ordinare e subordinare le proprie attività alle leggi prescritte dalla natura e dalla Divinità che la intelligenza scopre nella sua instancabile ricerca della felicità»4.

1Dal Discorso di Benedetto XVI alla Pontificia Accademia per la Vita, 24 febbraio 2007.

2R. Amerio, Iota unum, Lindau 2009, p. 420.

3D. Castellano, Instaurare omnia in Christo (rivista), anno XXXIX, n. 2, maggio-agosto 2010.

4M. De Corte, L’intelligenza in pericolo di morte, Volpe, Roma 1973).

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

Inganno e ingannatori nella società dell’apparenza

Non sapendo bene come dare inizio a questo primo contributo per Le Fondamenta, ho voluto partire da una domanda: quale rapporto c’è tra le fondamenta e l’inganno?

In un’epoca in cui la visibilità, che sovente sconfina nell’esibizionismo fine a se stesso, ha assunto di per sé un valore quasi indiscutibile, quando non addirittura un valore sul mercato del lavoro (i mass media ci bombardano col messaggio secondo cui “famoso e visibile è uguale a talentuoso e degno di emulazione”, ma nessuno che abbia lucidità mentale può credere che ciò sia vero), bisogna ricordare che – viceversa – le fondamenta, come le radici, sono invisibili perché sotterranee, nascoste, ma imprescindibili affinché tutta la struttura soprastante possa reggersi.

Perciò, dal punto di vista di chi crede «che la realtà sia solo quella che si vede»,i parlare di “fondamenta umane” è un inganno: secondo queste persone è dubbio, relativo e opinabile, se non del tutto falso, che esistano fondamenta della Realtà più profonde del frainteso e idolatrato «individuo»; ma pensando così, a loro volta s’ingannano, perché essendo loro stesse esseri umani, sono realtà fondate, e non fondanti: se non esistesse un «Fondamento semplice», un «Disegno intelligente», un «Dio» o una «Evoluzione creatrice» che dalla notte dei tempi ci ha resi persone, non potremmo ragionare sulle fondamenta e sull’inganno, perché saremmo soltanto ammassi di particelle, agglomerati di minerali e d’acqua. E invece è proprio perché siamo nati da fondamenta ontologiche che ci precedono, che ognuno può esperire, emozionarsi, desiderare, pensare, ipotizzare, e quindi, talvolta, ingannarsi in buona fede: «si fallor, sum», se sbaglio è poiché esisto.ii

Al contrario delle fondamenta, l’inganno premeditato, doloso, paradossalmente è sempre visibile, nel senso che si serve di parole, immagini, gesti, azioni visibili, ma proprio tramite questa visibilità nasconde se stesso, a prescindere da quali siano i fini di colui che lo ordisce, da chi siano le persone che devono cadervi e da quali siano le false motivazioni con cui l’inganno viene mascherato. L’inganno e l’ingannatore necessitano sempre di un’apparenza aggiunta, posticcia, attraverso la quale mostrarsi altro da ciò che sono veramente: necessitano di una maschera. Sulla natura mascherante e necessariamente parassitaria delle personalità ingannatrici – umane e oltreumane, cioè diaboliche – e sul loro potere di falsare la comprensione della realtà ha scritto brani intelligenti Pavel Florenskij, filosofo e teologo russo, monaco ortodosso, fucilato in un gulag staliniano il giorno dell’Immacolata Concezione del 1937:

La maschera, o larva, è qualcosa che ha una certa somiglianza con il volto, che si presenta come volto, che si spaccia per volto ed è preso per tale, ma che dentro è vuoto, sia nel senso materiale, fisico, sia quanto a sostanza metafisica […]. È caratteristico che la parola larva assumesse già per i Romani il senso di corpo astrale, di «vuoto», inanis, di impronta insostanziale lasciata da un morto, cioè di forza oscura, impersonale, vampiresca, che si mantiene grazie alla forza rianimante del sangue di un volto vivo a cui questa maschera astrale possa attaccarsi, risucchiando e presentando questo volto come il proprio essere. […] La manifestazione fenomenica della persona ne estirpa il nucleo essenziale, e così, svuotandola, ne fa un guscio. La manifestazione fenomenica, allora, diventa tenebra, che separa, isola, il percepito dal percipiente […]; il volto si stacca dalla persona, dal suo principio creatore, perde vita, e si irrigidisce in una maschera.3

Quindi, quanto più l’inganno dev’essere nascosto e oscuro, tanto più evidente, accessibile, indiscutibile e luminosa dev’essere la maschera, la facciata presentabile, dietro la quale inganno e ingannatori si celano; ma si tratta di una luce che non illumina, bensì acceca, rende incapaci di vedere altro che non sia quella stessa luce e le cose che essa vuole siano illuminate. A questo proposito è interessante che, scoprendo di avere creduto a qualcosa che sembrava essere una determinata realtà, che si è poi rivelata differente o addirittura contraria, si ricorresse all’espressione «ho preso un abbaglio».

In àmbito politico, commerciale, sociale, economico, e in generale ovunque vi sia comunicazione mediata, interfacciata, molte di queste… luci artificiali sono manovrate da persone con molti interessi e pochissimi scrupoli nel puntarle negli occhi di coloro che sono più sprovveduti culturalmente: le campagne pubblicitarie delle lobby e delle potenze industriali e le campagne elettorali dei partiti politici ne sono l’esempio più palese e più s-facciato (dove c’è maschera non c’è faccia), anche perché tra lo stile e il metodo delle une e delle altre, oggi c’è poca differenza. In questa prospettiva si comprende bene perché Louis Ferdinand Céline abbia scritto: «…vi avverto: quando i grandi si mettono ad amarvi, è il segnale che vogliono ridurvi a carne da battaglia… È il segnale infallibile. È con l'”amore” che incomincia la fregatura».4

Lo stesso avvertimento si ritrova nella scena finale del Secondo tragico Fantozzi (regia di L. Salce, 1975), in cui lo sfortunato ragioniere creato da Paolo Villaggio (deceduto lo scorso luglio) corre a chiedere di essere nuovamente assunto dal Megadirettore Galattico. Costui è una vera maschera menzognera nel senso di cui si diceva sopra, perché – sappiamo dal film precedente (Fantozzi, L. Salce, 1974) – dietro l’apparente austerità monastica del suo ufficio e del suo modo di esprimersi, nasconde la sua vera natura sociale di sfruttatore e edonista senza remore, di cui sono correlativi oggettivi surreali la poltrona in pelle umana e l’acquario in cui, esclusivamente per il suo relax, nuotano dipendenti estratti a sorte. Quando il Megadirettore si avvicina a Fantozzi, questo si ritrae spaventato; il manager lo tranquillizza con voce melliflua: «Non abbia paura, noi le vogliamo bene!», al che Fantozzi risponde: «È appunto per questo che ho paura…!».

Il finale del primo film era ancora più eloquente e “profetico”: il Megadirettore, intuendo l’estrema manovrabilità e ingenuità del suo dipendente improvvisatosi rivoluzionario «dopo tre mesi di letture maledette» sui classici marxisti-leninisti, gli mostra lo spettacolo dell’acquario con i dipendenti sorteggiati; e Fantozzi, influenzabile, non soltanto perde la carica contestatrice che si era illuso di avere (un autoinganno, dunque), ma prega il suo superiore supremo di poter «avere anche lui l’onore» di nuotare in quella «meraviglia».

Quanti e quali altri «acquari con i dipendenti» si sarebbero visti nei quarant’anni seguenti! E quanti contestatori sociali improvvisati e autoingannati desiderare di nuotarvi! Su come gli ingannatori riescano così bene a ingannare, e sul perché gli ingannati non si accorgano d’essere tali, si dovrebbe ragionare a lungo, e qui non abbiamo più spazio. Ma ciò che è sicuro è che, oggi, moltissima gente che ha voluto far parte dell’acquario del padrone – assumendo il cosiddetto «stile di vita» consumistico-edonistico tipico dei parvenus, i neo-ricchi di sempre, dal Trimalcione del Satyricon di Petronio alle innumerevoli imitazioni grottesche di calciatori e «tronisti», di showgirl e pornostar che si aggirano quotidianamente tra noi – non ne è più uscita, non sa e non vuole uscirne nemmeno tutt’ora, pur vedendo che sulle pareti dell’acquario cominciano a delinearsi le prime inquietanti crepe.

Del resto, la preoccupazione principale in chi inganna è quella di far sì che gli ingannati non sospettino neppure dell’esistenza dell’inganno, e sembra che questa preoccupazione sia ampiamente ripagata: ingannatori e ingannati – per citare Paolo di Tarso5 – sembrano convivere tranquillamente nella convinzione (ingannatrice a sua volta) che la visione del mondo e lo stile di vita promossi dagli uni e accettati acriticamente dagli altri, e quindi rappresentati da entrambi, siano gli unici possibili e sensati. L’impossibilità stessa di «pensare altrimenti», dunque, come esito ultimo dell’inganno collettivo.

1Eugenio Montale, Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale, 1967, in Satura, 1971. (E. Montale, Opere complete, Milano, Mondadori, 1996).

2Attribuita ad Agostino d’Ippona; cfr. Giuseppe Cambiano, Massimo Mori, Storia e antologia della filosofia, vol. 1, Antichità e medioevo, Roma-Bari, Laterza, 2002, p. 219.

3Pavel Florenskij, Le porte regali. Saggio sull’icona, trad. it. a cura di Elemire Zolla, Milano, Adelphi, 1977, pp. 42-49 passim.

4Louis Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte, cit. in Italo Angelo Petrone, Prima e unica lettera di A. Huxley a G. Orwell, “Il Salotto degli Autori”, anno XIII n. 56 / estate 2016.

5II lettera a Timoteo, 3, 13.

La foto in alto, “L’acquario umano”, è di Alfonsa Cirrincione.

L’inganno dei numeri

La matematica non è un’opinione: un’espressione tranchant, utilizzata da sempre per sancire, in senso perentorio, un dato o concetto non suscettibile di interpretazione.

Eppure in questi nostri tempi di inganni e mistificazioni, anche i numeri con la loro “testa dura”, hanno imparato prestarsi ai giochi di ricorre ai dati e alle statistiche al fine di conferire il crisma della inopponibilità alla propria interpretazione della realtà.

Una delle statistiche spesso portate avanti, ad esempio, da chi vorrebbe ridimensionare le istanze di sicurezza e ordine pubblico che da ogni parte del Paese si levano a fronte di un pericolo che si pretende solo “percepito” e non effettivo, è quella del presunto “calo percentuale dei reati”. Che, in alcune città, autorità politiche e di controllo pretendono si attesti anche su percentuali a due cifre.

Le statistiche sono fasulle? Esiste davvero, un’ondata di isteria che coinvolge larghe fette della popolazione, magari anche in virtù di una “galoppante xenofobia” di fronte al massiccio ingresso di stranieri, che falsa totalmente la percezione della realtà ?

Non esattamente.

Il fatto è che il dato nudo e crudo, riportato in modo fine a stesso non è indicativo della dimensione di certi fenomeni, se non lo si contestualizza e lo si approfondisce.

Nel rivendicare la diminuzione dei crimini, ad esempio, non si tiene conto del fatto che – a partire dal mese di febbraio dello scorso anno (2016) sono state decine le fattispecie di reato soggette a depenalizzazione.

La flessione percentuale del numero dei reati – e in particolare di determinate fattispecie delittuose – è in buona parte dovuta al semplice fatto che ciò che in passato era censito come reato penale, è stato derubricato a illecito amministrativo.

Non sono poche e non di lieve impatto le fattispecie che sono state interessate da tale intervento; solo per citarne alcune:

  • art. 635 c.p. – danneggiamento;

  • art. 527 c.p. – atti osceni;

  • art. 94 c.p. – ingiuria;

  • art. 726 c.p. – atti contrari alla pubblica decenza.

A partire dall’entrata in vigore del provvedimento di depenalizzazione, pertanto, qualora un individuo si denudi di fronte a una donna, a una ragazza o anche a un minore (atti osceni), quel comportamento non integra più una fattispecie di reato.

Allo stesso modo, laddove qualcuno urini o defechi per strada, ovvero cammini nudo per le vie di una città (atti contrari alla pubblica decenza), non potrà farsi valere nei suoi confronti la contestazione di un illecito penale e lo stesso sarà destinatario di una sola sanzione amministrativa.

Tutti questi e altri comportamenti spariscono dalle statistiche sui reati semplicemente perché non possono essere più inseriti fra le fattispecie penalmente perseguibili, non certo perché il loro verificarsi sia venuto meno o anche solo diminuito.

È, inoltre, opportuno ricordare che la ‘diminuzione statistica’ dei reati sconta anche l’oramai consolidata rassegnazione di molte vittime a non procedere con la denuncia dell’illecito subito, soprattutto per i piccoli furti e le molestie, in considerazione della sempre crescente sfiducia nella capacità della giustizia di punire adeguatamente il colpevole e – soprattutto – di tutelare la vittima dal doversi nuovamente confrontare con lo stesso nel giro di pochissimo tempo.

Una simile situazione si verifica anche con i dati relativi all’occupazione, spesso spesi e rilanciati al fine di giustificare l’ottimismo sulla “ripresa” dell’economia e sull’efficacia delle riforme giuslavoristiche varate dal Governo.

Anche in questo caso, l’aumento dell’occupazione e il calo della disoccupazione che di volta in volta vengono registrati e segnalati meriterebbero un approfondimento che non si fermi al semplice dato percentuale.

Da una parte in relazione alla composizione interna del dato: per quanto aumentino gli occupati, tale incremento ha riguardo ai soli contratti a termine, mentre il dato sui contratti a tempo indeterminato è in costante calo dall’approvazione del Jobs Act.

Dall’altra, in relazione al confronto con gli altri dati: in relazione a quasi tutti i mesi di analisi, si riscontra accanto al dato della diminuzione dei disoccupati, l’aumento degli “inattivi”, ovvero di coloro che non lavorano e non cercano un lavoro. Categoria questa la cui crescita dovrebbe rappresentare una concreta preoccupazione, anziché ispirare ottimismo.

Peraltro, le statistiche confermano che l’occupazione aumenta tra gli over 50, mentre diminuisce nelle altre classi di età: il ruolo giocato dagli ultracinquantenni nell’effetto positivo sui dati in materia di occupazione nasconde il meccanismo tutt’altro che positivo dell’aumento dell’età pensionabile che, ormai appare ufficiale e definitivo, nel 2019 sarà portata 67 anni, anche per le donne.

Si potrebbe aggiungere che l’utilizzo strumentale di dati e statistiche trova, d’altro canto, il corrispettivo contrario nelle mancate analisi dei numeri che ci spiegano come gli immigrati delinquano con incidenza percentuale molto maggiore rispetto agli indigeni o in relazione ai dati che dimostrano come in Italia il numero di violenze e omicidi con vittime di sesso femminile sia di gran lunga inferiore a quello delle illuminate socialdemocrazie nordiche.

Ma queste sono altre statistiche, queste sono altre strumentalizzazioni, questi sono altri inganni.

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

L’inganno – Poesia di Anna Achmatova

Ritratto della poetessa di Paola Marinaccio

Inganno

I
Il mattino è ubriaco di sole a primavera
e il terrazzo profuma denso di rose
il cielo, poi, splende più di una ceramica turchina.
Sul quaderno rivestito in cuoio morbido
leggo le stanze e le elegie
che ho scritto per mia nonna.

Vedo la strada fino al portone e le colonne
bianche sull’erba di smeraldo.
Oh, il mio cuore ama con dolcezza, cieco amore!
E mi rallegrano le aiuole colorate
l’alto grido del corvo nel cielo buio
perfino l’arco del sepolcro, in fondo al viale.

II
Soffia un vento afoso, di tempesta.
Il sole mi ha scottato sulle braccia,
sopra di me, la volta di questo cielo
è una vetrata di turchino,

i semprevivi profumano appena
nella treccia sfatta.
Sul tronco nodoso dell’abete
le formiche vanno in fila.

Lo stagno manda pigri bagliori argento,
la vita ha leggerezza tutta nuova…
Chi mi appare oggi in sogno,
sulla rete colorata dell’amaca?

III
Placida serata. Cala il vento piano piano,
una luce intensa mi richiama verso casa.
Provo a indovinare: “Tu chi sei?
Sei forse tu, il mio amato?”

Sul terrazzo c’è un profilo che conosco,
si ode appena un dialogo sommesso.
Non avevo finora mai provato
un tale incantevole languore.

A stormire inquieti i pioppi,
visitati da sogni di dolcezza.
Il cielo del colore dell’acciaio,
le stelle, scialbe, impallidite.

Porto un mazzetto di violaciocche bianche,
in loro brucia un fuoco indefinito
per lui che, ricevendole dalle mie mani timide,
ne sfiora il palmo intiepidito.

IV
Ho scritto parole che per tanto tempo
non ho osato pronunciare.
La testa mi fa un male sordo,
stranamente insensibile è il mio corpo.

Tace il corno da lontano,
gli stessi enigmi sempre dentro al cuore,
un leggero nevischio dell’autunno
è sceso a ricoprire il campo da croquet.

Stormire con le ultime foglie in sintonia!
Tormentarsi con gli ultimi pensieri.
Non volevo disturbarlo
abituato com’è lui a divertirsi.

Ho perdonato già alle labbra amate
il crudele loro scherzo.
Su, venite domani con la slitta.

Accenderanno le candele nel soggiorno,
brillano di giorno più soavi,
e porteranno un mazzo intero
di rose dalle serre.

Anna Achmatova
(1910)

Il capitalismo struttura la psiche individuale – L’inganno

Elaborazione tecnica del “suminagashi” antica metodo di marmorizzazione, risalente alle origini dello Scintoismo. Ne realizzai una serie ritoccate ad acquerello. Evocano movimento ed eleganza e la fluidità dell’acqua. Si realizzano con carta di riso, fiele di bue, acqua fredda, immobile e china sgocciolata sulla superficie. 30 x 40 cm su carta di riso – 2000 circa.

C’è una pervasiva frustrazione che insegue l’uomo nella sua esistenza e che lo condanna ad una ricerca tanto pressante quanto invalidante: è la felicità, il miraggio di una beatitudine terrena che va dalla pretesa di salute alla soddisfazione di qualsivoglia indotto bisogno. In tutti i casi la responsabilità è politica, politica intesa come arte di educazione dell’uomo e del cittadino, e come tale fallita. Oggi, i due paradigmi che pretendono il massimo dalla felicità è la visione edenica della salute e la pretesa soddisfazione di qualsiasi bisogno.

Per quanto riguarda la questione salute, è la stessa Costituzione della Repubblica che con l’articolo 32 compie un passo decisivo verso una distorsione collettiva. Questa proclama come fondamentale il «diritto [al]la salute». Lo psicanalista junghiano Luigi Zoja sottolinea che: «In tal modo chi è malato è invitato a sentirsi vittima di un’ingiustizia, non quando manchino le cure, ma quando manchi la salute. La paranoia completa così il suo ciclo».

Per il problema inerente l’appagamento dei bisogni, l’apripista è stata la Dichiarazione d’indipendenza americana del 4 luglio1776, nella quale si stabilisce per tutti gli uomini il diritto al perseguimento della felicità, come se uno stato d’animo, una condizione interiore potesse e possa essere definita per legge.

In questa velleitaria pretesa è andato a nozze il sistema dei consumi che, come aveva esposto alla Statale di Milano il 12 maggio del 1972 Jacques Lacan ne Il discorso del capitalismo, crea artatamente un vuoto di infelicità, che lo stesso invoca il suo riempimento attraverso una costante rincorsa ad oggetti di sostituzione psichica. Ora, gli antichi, molto più profondi e saggi dei moderni, avevano distinto due stati d’animo per certi versi antinomici: il beatus, l’eudaimon, l’essere in armonia con la propria vocazione, in buona coscienza, e il felix, l’olbios, colui che persegue la tranquillità materiale.

È evidente che nel primo dispositivo ciò che interessa è lo stato interiore, quella serenità endogena che non è acquistabile, ma si raggiunge con un percorso di consapevolezza e di integrazione del sé, quell’allenamento il cui obiettivo è sintetizzato nella famosa allocuzione di Julius Evola: «Fa in modo che ciò su cui nulla puoi nulla possa su di te».

Il resto, tutto ciò che è esogeno, che deriva dalla precaria prosperità materiale, dall’instabile benessere fisico, dall’interessato giudizio dell’altro, è un surrogato superficiale e di scarsa tenuta, se non causa più o meno accidentale della diffusa infelicità. Lacan imposta un concetto molto importante che può essere acquisito nella rappresentazione della diversità tra il mondo classico e quello moderno di intendere la questione della felicità. È il problema del Desiderio in opposizione al perseguimento delle voglie.

Il capitalismo è intervenuto nella stessa strutturazione della psiche individuale e collettiva introducendo, in maniera subdola e subliminale, il tarlo inesauribile delle voglie e, con esso, il meccanismo perverso ed altrettanto inestinguibile del loro soddisfacimento. Per dirla con Massimo Fini: il sistema liberal-capitalista ha bisogno del bisogno, quindi lo crea. E questo si è verificato. Un uomo ed una società condannata ad una perpetua insoddisfazione e ad un sentimento di angosciosa mancanza sempre di qualcosa.

La visione organica della persona e della comunità, invece, era un invito ad individuare il proprio specifico Desiderio, simbolicamente traducibile con il daimon, con la chiamata, con la vocazione, con il destino, e concretizzabile nella funzione. Un mondo, un cosmo – nel senso di pulito, mundus, e di bello, kosmos, da cui cosmesi, in cui forma, bellezza, armonia, ordine si compenetrano e si rinforzano per un accordo interno ed esterno.

In questa modernità in cui tutto è drogato – il lavoro, l’economia, il tempo, la comunicazione – anche la felicità è drogata, e si passa dai picchi dell’euforia all’estraneamento della rassegnazione, senza un centro interiore a cui fare riferimento. La virtù come cura di sé è stata scomunicata e l’unica strada concessa è quella dell’eccesso di godimento.

Nella post- o ipermodernità, la ricerca della felicità è diventata agitata, confusa e spasmodica, e mentre gli individui atomizzati – come annota Byung-Chul Han – fanno «zapping tra le “possibilità di vita”», questa passa inesorabilmente da un vuoto all’altro, senza riuscire ad assaporare neppure un attimo di autentica serenità.

 

L’opera in alto è “La forma” di Dante Fazzini. Elaborazione tecnica del “suminagashi” antica metodo di marmorizzazione, risalente alle origini dello Scintoismo. Ne realizzai una serie ritoccate ad acquerello. Evocano movimento ed eleganza e la fluidità dell’acqua. Si realizzano con carta di riso, fiele di bue, acqua fredda, immobile e china sgocciolata sulla superfice. 30 x 40 cm su carta di riso – 2000 circa.

«La lingua è dominio soprattutto della coscienza» – L’inganno

Ho trovato questo volume, scritto da Franco Fochi, linguista e saggista italiano, classe 1921, nella polverosa, gattara e famosa libreria Acqua Alta di Venezia di Luigi Frizzo. Mi incuriosisce per la copertina dell’architetto Silvio Coppola e il “Prologo forzato” che introduce quella che poi risulta essere una competente riflessione sulla lingua, competente e potente, avviluppata ad una profondo quanto brillante racconto delle vene aperte dell’Italia.

Le parole sono cose, le parole stanno accanto alle cose, oppure sono oltre le cose, decorano o denigrano, significano, amplificano, svuotano. «La lingua è uno specchio dell’anima assai più che il volto», mai ferma, cammina col popolo suo ed è il popolo a camminare con lei, perché, come diceva Cioran «non si abita un paese, ma una lingua; una patria è questo e nient’altro».

Lingua in rivoluzione fissa una pluralità di capriole linguistiche, solletica il perno di tante forzature dello scritto, del parlato, del ‘pensato’, sciorina una moltitudine di audaci fughe in avanti di una lingua di radici antiche, ma sempre più barbaramente posta al servizio delle ideologie, del potere costituito, cosicché la neolingua che vien da tal parto assurge a codice esclusivo e sostitutivo.

Già Pasolini, ricorda Fochi, aveva denunciato il misfatto delle dinamiche della “sola terminologia possibile”, «quella dell’industria culturale e della sociologia», ma va richiamato, dice Fochi, «per la sua coerenza (e per non risvegliare echi di un chiasso svanito), mentre ci prepariamo a chiedere che si disperda ogni reliquia e progenie della “lingua come espressione”, a gloria e gaudio della “lingua come comunicazione”».

«Alla guida della lingua – ribadisce – non sarà più la letteratura ma la tecnica» e lo scrive nel 1966, quando la Fiat stipulava col governo sovietico un contratto per la realizzazione di un’autovettura in Russia, quando a Pavia, ad una tavola rotonda sulla dottrina giuspositivistica, l’intervento di Norberto Bobbio, apriva ufficialmente la crisi del positivismo giuridico in Italia. La Costituzione è giovane, non sono ancora passati 20 anni dall’entrata in vigore e vivo è il ricordo del dibattito in seno alla Costituente, ove tanti dogmi moderni, erano forieri di enormi perplessità.

La dissolubilità matrimoniale, la laicità, la parità di genere, molte libertà, non perché non valide, ma perché considerate superflue nella contingenza di bisogni più urlanti, se non altro, almeno quello elettorale. «Non abbiamo sentito, come bisogno, la ricostruzione delle parole», perché nella realizzazione del calendario imminente, nel Paese spappolato delle due guerre, erano forse più funzionali gli slogan, «”Le solite balle”: così commenta il popolo, da noi costituito sovrano». Il capitoletto in questione, Fochi lo titola “Ricostruzione”, ripartenza dalle macerie.

«Sulla libertà ci siamo gettati con la leggerezza di un bimbo goloso: legittima la voglia, illegittimo il modo». Ventisette, conta Fochi sono gli articoli della Carta Fondamentale che contengono principi di libertà, «ma avrebbe fatto comodo un ventottesimo, che sancisse apertamente la libertà dal luogo comune» o un primo articolo così strutturato: «L’Italia è una Repubblica veramente democratica, fondata sulla sincerità». Sulla sincerità e non sull’insignificanza del lavoro, espressione tanto cara a Palmiro Togliatti, alla quale, «un eminente uomo di sinistra (aventiniano, perseguitato, coerentissimo) come Emilio Lusso» – riporta sempre Fochi – obiettava che «non aveva riscontro nell’attuale realtà italiana, e portava l’esempio della menzogna, consacrata nella Costituzione spagnola del 1931, che parlava d’una Repubblica dei lavoratori, la quale non esistevae cadde appunto perché non esisteva”».

Troppo spesso abbiamo sorvolato sulle parole perché ci interessavano più i fatti, abbiamo preferito porle a supporto, mascherarle per la causa, sicché ad un certo punto, per ridare loro il senso antico, le fattezze delle origini, non sono più bastati aggettivi. Abbiamo aggettivato – nota Fochi – pure la coscienza, stradale, calcistica, veneatoria, antitumore, ma essa «è una sola; morale; ma l’aggettivo è superfluo appunto perché l’idea è nel nome». Per non parlare poi di tutti i danni delle esagerazioni, dei gonfiamenti, delle banalizzazioni del professionismo politico e del giornalismo professionista, di cui disquisisce nel capitolo “La bianca coltre”, quindi balletti con l’eterno ritorno delle figure: obiettivo, urgente, concreto, contesto, atmosfera, vigilia.

La lingua muta, ma mai da sé. La manomissione delle parole, per usare l’espressione di Gianrico Carofiglio, predispone di volta in volta ad un mondo nuovo, aiuta ad avvicinarvisi. «La serva – scrive Fochi nel capitolo “Novissimo dizionario d’arti e mestieri” – se n’è andata, e ha fatto bene. Ma la servitù (intendo il collettivo concreto, però senza trascurare l’astratto) è rimasta» coccolata e finanche protetta dalla parvenza del suo superamento.

La donna di servizio è stata così “ritogata” – ironizza Fochi – “lavoratrice domestica” «col risultato, molteplice, d’una romana dignità, d’un richiamo preciso (e ammonitore) alla Repubblica “fondata sul lavoro”, e di “una opportuna” scomodità per la datrice di lavoro, la quale d’ora in poi non avrebbe più potuto affermare seccamemte e rapidamemte la propria condizione (“è la mia serva”), dovendo dire invece: “è la mia lavoratrice domestica” (una bella fatica, oltre che una certa, e giusta, umiliazione)».

Che la lingua muti non è un male in sé.«Rinnovarsi vuol dire vivere. Ma noi, oggi, abbiamo una strana maniera d’intendere il nuovo, dimenticando che il progresso spontaneo e schietto, non solo fa a meno di stravaganze, per affermarsi, ma se ne tiene scrupolosamente lontano per non giocare nella partita della novità il bene della dignità, e perdere la partita in tutti i modi».

Resta poi da affrontare il problema della democrazia della lingua e della lingua “per tutti”, concetti talora ideologicamente sovrapposti come tra i sostenitori della nervosa anglofonia tutta occidentale. L’operaio di Latina e quello di Manchester finalmente potranno dialogare, approntava qualcuno un ragionamento che suonava più o meno così. Che non siano infatti “Troppe lingue per una democrazia?” è il titolo-domanda del libro di Tullio De Mauro, recensito da Franco Lo Piparo, filosofo del linguaggio, il quale nota come l’Europa non disponga di una lingua che permetta ad “un idraulico calabrese di intendersi col collega tedesco o finlandese”.

In tema di problemi del mestiere, e non che quello sulla comunicazione operaia non sia rilevante, vediamo molto più sul pezzo Franco Fochi, quando evidenzia che parole nuove non novano in nessun verso la fatica che si deve per onorare il lavoro: «Il panificatore doveva alzarsi all’alba, quando suo padre era semplice fornaio. Non che gli sia risparmiata la levataccia; ma nella toga […] – di braccio della “panificazione italiana” – sta più fresco. Così gli ufficiali di quel reggimento sentivano meno il prurito, essendo esso cutaneo, che i sottufficiali con la scabbia o, peggio, i soldati con la rogna. Anche il fabbro, quando s’arrovella e s’ammazza come artigiano del ferro, suda meno».

Due proposte di legge di cui una del 1959, presto ritirata dai proponenti, e una del 1960, sulla cui sorte Fochi non era informato, intendevano trasformare la qualifica di “bidello” delle scuole in “usciere” o ”commesso scolastico”, poi in “ausiliario”. Oggi l’uso del termine bidello è riservato al cantuccio della vergogna, non si usa che nei bisbigli, nei dialoghi al riparo da orecchi troppo politicamente corretti che possano sussultare.

La “coscienza linguistica”, questa sì ammessa da Fochi nel ventaglio delle coscienze aggettivate, in quanto nella sua cifra spirituale e per il suo «indissolubile legame con gli uomini che parlano» è senz’altro, dice Fochi, conferma che «la lingua è dominio soprattutto della coscienza». La coscienza della lingua, del codice, sembra confondersi oggi con la visione ideologica che ha la meglio nella scena del potere, e la ‘manomissione’ delle parole così avviene in modalità più aderenti alla logica della posa che allo slancio ‘mistico’ dell’uomo in ricerca.

Tuttavia, se esse sono cose, le parole che adoperiamo, non solo raccontano un mondo, ma ci preparano ad un mondo, ad una visione, ci predispongono ad un sentimento e insieme lo suscitano, lo anticipano, lo sviscerano, lo rendono meno fuggevole. «Io ricordo – scrive Maria Montessori nel saggio La scoperta del bambino – una bambina di due anni, che, messa davanti ad una statuina del Bambino Gesù, disse: “Questa non è una bambola”». Concetto, parola, associazione, dissociazione.

In talune fasi storiche, in qualcuna in particolare, sembra essere nata la propaganda, fenomeno invero sempre esistito, ma l’attribuzione della sua creazione a una fazione precisa che “distorceva” per definizione, ha agevolato le successive narrazioni della fazione che “raddrizzava” per costituzione e dello sfoggio di siffatto sforzo ortodosso si nutriva, perché «le opinioni su questa scottante materia della moralità nazionale preferiscono il vaglio della censura di parte, e quasi sempre tacciono: nelle parole o negli stessi pensieri. Questa è la nostra “coscienza democratica”: il non saper pensare o esprimersi che sotto una bandiera. O il non osare, che è peggio. Ognuno (rosso, bianco, nero, verde) ha in sé un elenco, più o meno lungo e via via adattato, di giudizi che non può pronunciare, di istituzioni che non può toccare, di persone che non può scalfire: perché non ne venga danno all’idea (quando va bene). E così l’idea stessa, ridotta a strumento, opposta a quella verità che dovrebbe esserne il sostegno, si svuota. E con essa, anche la parola cessa di essere verbo: ombra vana senza soggetto, sventolata come un qualunque fazzoletto che non prema di perdere». Titolo del capitolo contenente questo magistrale je accuse è sempre “Ricostruzione”, ossia ripartenza dalle radici, dalle parole, dal loro legame autentico con la base, con le cose.

 

La foto in alto è di Alfonsa Cirrincione.

L’inganno cosciente della democrazia

“Drapeau tirè” è un ironia sulla bandiera, sulla Patria. Quasi come un familiare cuscino di colori abbottonati. Un vessillo bandiera che sa di famiglia e di giocoso sogno. La tensione delle asole è la componente drammatica che la rendono eroica. Il dipinto è materico, in rilievo e fu acquistato dalla Provincia, misura 50 x 70 cm. Realizzato nel 1980 e fa parte di una serie che io chiamavo “abbottonature”.

L’inganno è ovunque. Dentro di noi, intorno a noi. Ne siamo parte inconsapevole, mezzo e strumento, utenti finali. Perché fin da piccoli, siamo portati a formare coscienze errate, recitare ruoli indotti, ragionare e formare opinioni su racconti e assiomi, che poco hanno a che fare con la verità fattuale e molto con la sua utilitaristica deformazione. Nel migliore dei casi, ne siamo portatori sani.

L’idea stessa di noi, di natura, è costantemente messa in discussione nel sacro nome dell’ideologia dominante, del suo progetto totalizzante di “nuova società”. Anche i concetti veri, se manipolati, azzoppati, diventano inganno, falsità, stortura, che produce inevitabilmente altre storture. Impossibile, in poche righe, riportare la cosa ad un campo definito perché, a ben vedere, li permea tutti. L’epoca in cui viviamo è complessa, difficile e per molti aspetti addirittura oscura: siamo infatti in Kali Yuga, l’era della discordia e dell’ipocrisia, dell’inganno per eccellenza.

Gli antichi testi vedici parlano di questo periodo storico, come il periodo in cui «La terra sarà venerata soltanto per i suoi tesori materiali, le vesti sacerdotali sostituiranno le qualità del sacerdote, i matrimoni cesseranno di essere un rito e ogni ordine di vita sarà simile promiscuamente per tutti, colui che possederà piú denaro sarà padrone degli uomini che concentreranno i loro desideri sull’acquisto anche disonesto della ricchezza». E ancora «I capi che regneranno sulla terra saranno dei violenti; s’impadroniranno dei beni dei loro soggetti. (…)I capi, sotto pretesti fiscali, deruberanno e spoglieranno i loro sudditi e distruggeranno la proprietà dei privati. La sanità morale e la legge diminuiranno di giorno in giorno, finché il mondo sarà totalmente pervertito e l’empietà prevarrà tra gli uomini…»1

Difficile non riconoscere in un tale nefasto quadro il modello attuale di società liberal – capitalista e i suoi inganni, spacciati come droga di libertà e benessere, di cui siamo diventati ampi consumatori e dipendenti. Eppure, altro paradosso tra i paradossi, questa sarebbe l’era delle “democrazie”, del presunto governo dei popoli. Una negazione in termini, il sommo inganno per eccellenza. Perché mai nella storia dell’uomo il popolo è stato reso così fautore delle proprie disgrazie, divenendo egli stesso il mezzo principe per attuare i disegni oligarchici ad esso contrari, la propria “scomparsa” e marginalizzazione come variabile politica. Per giunta, con il proprio convinto assenso.

Atomizzato, disgregato, ridotto a consumatore “tout court” di prodotti preconfezionati, tanto culturali quanto materiali. Impossibilitato a distinguere il vero dal falso, il bene dal male, viene illuso di una decisionalità e libertà, che è la stessa di un pesce cresciuto in un acquario trasparente; di un topolino in gabbia, dove la libertà di andare a destra o a sinistra, girare su una ruota, non è una scelta, ma una possibilità circoscritta dalle quattro pareti della gabbia. Così cresciuto, sarà egli stesso a volerci rimanere, anche quando la porta della gabbia sarà stata dimenticata aperta. Una gabbia trasparente, dove la limitazione e manipolazione delle conoscenze, delle informazioni e delle possibilità, costituisce la base di un limite percepito come invalicabile, seppur inesistente.

«In Oceania si continua a correggere la storia passata per allinearla con quella divulgata nel presente dal Grande Fratello [leggi sul divieto di revisionismo? Legge Fiano? Etc..]; i testi vengono scritti da macchine assai simili ai computer [veline internazionali? uniche fonti mondiali e mancanza di fonti testimoniali dirette nell’ informazione di massa? etc..], e gli intellettuali sono tutti impegnati al Ministero della Verità, cioè nel luogo dove si fabbricano le menzogne. La letteratura è morta, non esiste più come espressione di libero pensiero. Questa fine della cultura è dovuta (anche) alla mancanza di parole per esprimere i concetti: la Neolingua ne contempla un numero di molto inferiore a quello dell’Archeolingua ,che sta per scomparire [politicamente corretto? Linguaggio boldriniano?, etc..]».2

La Neolingua si fonda sul fatto che l’individuo subisca una serie di microlesioni dei centri nervosi cerebrali preposti all’attività del pensiero e del linguaggio; l’effetto finale dovrebbe essere, nelle intenzioni del Partito dominante, la riduzione dell’attività mentale degli individui a una serie di coppie ‘stimolo-risposta predeterminata dal Potere’. Quante analogie, mutatis mutandis, con la realtà corrente? Non credo serva dilungarsi per trovare fin troppe affinità con la nostra quotidianità.

Quante mostruosità contradditorie abbiamo conosciuto come la “democrazia interventista”, la “guerra umanitaria”, “il profugo/migrante economico”, “la difesa preventiva”, etc..etc… Pensiamo anche al ruolo dell’intellettuale (il Saviano di turno) che, secondo lo scrittore, dovrebbe essere il tramite ideale fra la cultura e le persone, e sempre libero di esprimere il proprio pensiero, «si trasforma in Oceania in strumento utilizzato dal Potere. In un universo in cui vige la dittatura, la corruzione della parola e l’impossibilità di espressione conducono a opere stereotipate e standardizzate, costantemente sottoposte al controllo, e messe al bando se giudicate contrarie ai dettami del regime».3

Ancora illuminante è rimarcare come la regola del processo totalitario consiste nell’usare un inganno cosciente e nello stesso tempo mantenere una fermezza di proposito che dimostri una totale onestà: spacciare deliberate menzogne e credervi, ignorare ogni avvenimento scomodo, in definitiva negare l’esistenza della realtà. Quante false flag abbiamo visto divenire “verità” causa di morte e distruzione, di rapina e disgregazione? Quanti dati falsi, spacciati per veri, sono diventati innegabile realtà diffusa?

Tornando alla “democrazia”, come sommo inganno, il compianto C. Preve sottolineava giustamente come «democrazia significa, in senso statico, potere del popolo, ed in senso dinamico, accesso del popolo al potere (…). Chi si accontenta del significato statico, dirà che viviamo in democrazia (sia pure ovviamente limitata, imperfetta, minacciata, ed altri aggettivi compromissori che hanno come compito quello di impedire un’analisi radicale della questione), perché il popolo è coincidente con il corpo elettorale, il corpo elettorale può votare a scadenze regolari, se qualcuno si astiene la colpa è solo sua perché rinuncia unilateralmente ad un diritto che gli è garantito chi passa al significato dinamico, si renderà conto che l’accesso del demos al suffragio universale ed alle garanzie liberali per il dissenso (più esattamente, per il raggio del dissenso ferreamente perimetrato dalla dittatura del partito del pensiero unico), non ha assolutamente significato l’accesso del demos alla sovranità politica. Sovranità politica significa sovranità decisionale sui temi fondamentali della propria esistenza sociale. Cosa assolutamente negata, perché profondamente perimetrata».4

Su questo, dovremo riflettere non poco. Infatti, il voto appare un inutile esercizio, un “ludo cartaceo”, se chi deve esprimerlo non è messo nella condizione di farlo con a monte le dovute conoscenze e l’accesso alle informazioni corrette. Se è legittimo solo quando inserito nel quadro delineato dal sistema, se può essere eluso o bypassato, ignorato o limitato nella sostanza e nella sua formazione. Così interpretato è mera legittimazione di decisioni già assunte dalle élites. Parvenza, non sostanza.

Ancora più grave e limitata, se si amplia il quadro di riferimento e si legge il fenomeno in maniera globale e sovranazionale (oggi, nell’occidente politico, hanno ancora una qualche sovranità le nazioni?..) Infatti, in prima ragione, «qualunque decisione prendano i popoli o i partiti che si presentano alle elezioni (non importa se di centro, sinistra e destra, la cui differenza c’è, ma solo nei due parametri minori della simbologia sportiva e della torchiatura differenziata fra ceti sociali interni) viene svuotata automaticamente da entità metafisiche (direbbe Marx, “sensibilmente soprasensibili”) come i mercati finanziari, le agenzie di rating» e non solo.

Ed, in seconda ragione, «è il dominio imperiale americano, la cui rete di basi militari sparse per il mondo comporta un ricatto atomico permanente, che svuota di fatto ogni sovranità nazionale. Senza sovranità militare non c’è infatti sovranità nazionale (…)».

Concludendo, sempre con le parole di Preve, «chi oggi parla di democrazia in atto, di democrazia sia pur fragile, minacciata o imperfetta, eccetera, o è un ingenuo in buonafede o è un mentitore in mala fede. A volte i confini fra i due gruppi sono labili e le posizioni si mescolano. L’ingenuo in buona fede diventa talvolta un mentitore in malafede, pur non avendo all’inizio questa intenzione, perché rifiutando di prendere in considerazione la realtà, e decidendo appunto di “non sapere”, scivola inavvertitamente dalla prima alla seconda posizione. Una volta che lo scivolamento è avvenuto, esso diventa purtroppo un avversario, mentre prima era un legittimo interlocutore».

 

1 http://altrarealta.blogspot.it/2014/03/vivere-in-un-epoca-di-decadenza-kali.html

2 johnpilger.com

3 Op.cit

4 Costanzo Preve , “Libertà, democrazia e sovranità”, Eretica n.1/2005

“Drapeau tirè” di Dante Fazzini, è un ironia sulla bandiera, sulla Patria. Quasi come un familiare cuscino di colori abbottonati. Un vessillo bandiera che sa di famiglia e di giocoso sogno. La tensione delle asole è la componente drammatica che la rendono eroica. Il dipinto è materico, in rilievo e fu acquistato dalla Provincia, misura 50 x 70 cm. Realizzato nel 1980 e fa parte di una serie che io chiamavo “abbottonature”.

Il tuffo nel mare dell’inganno

“Il tuffo”, opera del maestro Dante Fazzini, è una rivisitazione della famosa tomba di Paestum. La composizione, messa in campo rettangolare, è un T rovesciata. La sospensione del tuffatore perfettamente in verticale è fuori dal tempo, metafisica. Non è la celebrazione del passaggio nell’aldilá, la festa del trapasso. Quì il tuffo è un entrare, un penetrare in un immobile mare oscuro coperto da nubi minacciose, plumbee, le nubi che vogliamo immaginare essere quelle dell’INGANNO, tema principe di questo primo tratto insieme.

Ideatori e coordinatori ringraziano quanti hanno collaborato alla realizzazione di questo progetto e quanti hanno accettato l’idea di questo tratto di strada insieme.


  Dante Fazzini, Il tuffo, acquerello 35x60cm – 1998.